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Il voto americano

Il patchwork di Donald Trump

A colloquio con il politologo Robert Leonardi su elezioni, movimenti, Europa e sfida digitale.

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“L’elezione di Trump? Un salto nel buio, come la Brexit per l’Inghilterra. A Londra navigano a vista, non sanno più che pesci prendere. Quanto a Trump, qualcosa si comincerà a capire   dalla  scelta dei consiglieri,  perché tra ciò che ha detto in  campagna elettorale e quella che sarà la  sua la gestione  amministrativa potrebbe esserci qualche differenza. Diversamente da Hillary Clinton, che una  squadra l’aveva indicata ed anche un programma politico più avanzato di quello di Bill, il neo Presidente  un programma non l’ha indicato. O meglio  il suo sembra un patch work, la cucitura di tanti pezzi separati, raccolti  a caso qua e là, dalla protesta di settori  della società americana. Aspetto  di leggere il suo programma”.

Questo il giudizio  del professor Robert Leonardi, uno dei più noti politologi  a livello  internazionale, sull’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti.  Bob Leonardi, italo-americano, ha alle spalle una lunga carriera universitaria, avendo insegnato  scienze politiche per molti  anni alla De Paul University di Chicago, ad Ann Arbor  (Detroit) e alla London School of Economics, inoltre per una ventina d’anni si è occupato di politiche europee, sotto il profilo  economico e giuridico, nonché di vari progetti sui porti del Mediterraneo, e in varie regioni del nostro paese. Ha al suo attivo numerose  pubblicazioni che sarebbe troppo lungo citare, ma visto che si è occupato anche di problemi e progetti in Italia, citiamo La sfida di Napoli. E  sta per uscire per un editore inglese, un libro  dal titolo ‘La sfida della nuova economia digitale‘, al quale ha collaborato Francesco Boccia, già suo studente alla London School di Londra. Col Professor Leonardi, che conosco da tempo e  che insegna attualmente alla Luiss University di Roma, intavolo una conversazione a ruota libera, che tocca vari aspetti di quello che possiamo definire  il    “caso Trump” e le  possibili ricadute e conseguenze.

Dunque, ‘un salto nel buio’ l’elezione di Trump: ve l’aspettavate? 

No, è stata una sorpresa incredibile.

Nessun segnale era stato captato prima del voto?

Che vi fosse lo scontento di determinate categorie sociali afflitte dalla crisi economica, timorose dal fenomeno dell’immigrazione, dalla paura del terrorismo e da vari altri aspetti, era evidente: meno avvertito il fatto che tutta la protesta, anche contraddittoria, venisse convogliata nel voto a sostegno di Trump.

Tutta colpa dei media e dei sondaggisti che non hanno saputo  leggere la realtà  americana che si stava muovendo verso una deriva di destra?

Non solo, certo è che i sondaggisti si sono trovati di fronte ad un fenomeno di cui non sono stati in grado di  cogliere l’ambiguità: il fatto cioè che molte delle persone contattate si sono vergognate di esprimere pubblicamente la loro intenzione di voto, non hanno dichiarato  la verità, o si sono trincerate dietro il non so ancora, sono incerto, deciderò all’ultimo momento. Risposte che dovevano essere interpretate come una possibile adesione a Trump. Un fenomeno non nuovo questo, che anche l’Italia  ha sperimentato, tant’è che il sistema  dei sondaggi ora è sotto accusa un po’ dovunque.

Nei commenti del day after e di questi giorni da parte degli analisti  e dei media, non si lesinano critiche aspre al Partito democratico ed alla debolezza della candidatura proposta. Si avverte quasi una sorta di catastrofismo.

Non nascondo lo shock e lo smarrimento, poiché fino all’esito finale il successo di Hillary era dato per scontato e i voti conseguiti sono stati complessivamente superiori a quelli del rivale. Non condivido però tutto questo catastrofismo. Certe critiche le trovo eccessive, il partito democratico ha una cultura politica in grado di intervenire sull’evolversi della situazione. Deve ora saper reagire allo shock.

E la protesta che da giorni divampa nelle strade delle grandi città, è un fenomeno nuovo? Oppure ha qualche analogia con le grandi manifestazioni degli anni Sessanta?

La protesta non è nuova, ma quelle manifestazioni della fine degli anni Sessanta avevano obbiettivi precisi: porre fine alla guerra in Vietnam, ottenere il riconoscimento dei diritti civili:  nelle  lotte guidate da Martin Luther King, il pastore pacifista assassinato a Memphis nell’aprile del ’68 e nella grande marcia di Washington ove si gridava “ We have a dream” e si cantava “We shall overcame”  c’era una grande speranza, una prospettiva, una nuova visione del mondo. Quei movimenti si radicarono nella realtà americana. Le manifestazioni di questi giorni quale obbiettivo si son date? Le dimissioni di Trump?  Ma ancora non si è insediato. La protesta, di questo si tratta, ha il valore di una testimonianza, di un dissenso verso un risultato elettorale, dovuto però in parte anche al mancato sostegno alla  candidatura  alternativa a Trump, vale a dire Hillary Clinton da una parte di coloro che oggi sono in piazza.

Candidatura che lo stesso Sanders ha sostenuto con forza e impegno. Ma per il futuro né lui, né tantomeno Hilary potranno  essere riproposti, per ragioni anagrafiche. E non solo. E’ questo il problema che sta davanti al  partito democratico ?

E’ anche questo. E’ quello di esprimere nuovi leaders, figure che possano rappresentare una  novità, il cambiamento. Obama lo era.  Anche Trump ha rappresentato una novità. Di segno contrario. Vedremo cosa saprà fare, come potrà mantenere le promesse fatte a strati di cittadini  poveri e disperati per le condizioni  economiche e sociali in cui si trovano. Oggi viviamo in un epoca di grandi  cambiamenti,  la novità da sola non basta, c’è bisogno di  personalità in  grado di saper rispondere in termini positivi alle grandi sfide  che investono il pianeta. E che richiedono un’adeguata conoscenza della realtà, dei suoi meccanismi economici, giuridici, e dei loro riflessi sul piano sociale, culturale, ambientale. Invece di lamentarsi, dobbiamo essere in grado di  dare risposte concrete al bisogno di pace, giustizia, lavoro, welfare, salute e tutela dell’ambiente, che sono le grandi questioni dell’oggi e del futuro.

In questa campagna elettorale ho l’impressione  che la personalizzazione dello scontro abbia messo in sottordine un tema che sta alla base  di taluni effetti della globalizzazione: la politica di spoliazione di intere aree e  di impoverimento di masse di lavoratori, di bibliche migrazioni,  svolta dalle multinazionali.

In effetti se ne è parlato poco, eppure sia Obama che l’Unione Europea hanno adottato misure per impedire l’accumulo di capitali enormi, smisurati , che vengono sottratti allo stato sociale: riguardano la tassazione degli utili delle grandi multinazionali che spostando i loro immensi introiti nei paradisi fiscali, sottraggono tali risorse ai paesi in cui sono prodotte. Queste misure sono state varate nel 2012 e sono scattate già dal 2015. Sono ben noti i casi dell’Irlanda che si oppone alla Unione Europea perché ha imposto a quel paese una megamulta di 13 miliardi che dovrà farsi rimborsare dalla Apple e delle Isole Cayman (80 miliardi). Il fatto è che la Gran Bretagna riconosce paradisi fiscali dentro il proprio territorio, dalle isole Cayman a Bermuda. Non si può consentire che le grandi corporation intaschino tutto ciò che guadagnano senza pagare le tasse. Così facendo lo stato sociale non sarà più possibile. Il mercato è unico, ma i trattamenti sono differenziati per i ‘clienti’. Ecco un tema su cui si dovrà  misurare anche la politica del nuovo Presidente. Non vedo segnali. È chiaro che uno dei problemi che abbiamo è quello dell’adeguatezza di classi dirigenti alle sfide del nostro tempo. Oggi l’economia sta cambiando, intere generazioni non sono in grado di aggiornarsi, i cambiamenti tecnologici richiedono uno sforzo collettivo, una capacità di adattamento e comprensione che investe i settori vitali della società: pubbliche istituzioni, Università, sistema sanitario, aziende, fabbriche. Le democrazie devono saper guidare il cambiamento, altrimenti lasciano spazio alla destra estrema.

Immagino sia questo anche il tema del tuo nuovo libro.

Sì, certo, parla della sfida digitale che ha aperto nuovi orizzonti, nuovi scenari, che il libro indaga e rivela con ricchezza di dati e riflessioni.

C’è a tuo giudizio un’onda lunga di destra xenofoba, razzista, autoritaria e guerrafondaia che va da un Continente all’altro? Che attraversa il  mondo?

L’onda c’è, ma le situazioni in cui fenomeni di questo tipo si sono sviluppati, sono diverse. Da realtà a realtà, da paese a paese.

Di fronte al grande flusso migratorio che genera chiusure, muri, reazioni spesso antiumanitarie e che investono l’Europa dov’è l’errore?

Quello di non essersi data ancora politiche complessive adeguate, lasciando che il fenomeno fosse gestito dalle politiche nazionali e non a livello europeo. Anche Shengen viene spesso male interpretato: riguarda il mercato unico interno, quindi non applicabile a fenomeni d’altra natura. Ma, come ho già accennato, il problema che si pone  con urgenza è quello di avere una classe politica adeguata che abbia ben chiari gli orizzonti  futuri verso i quali incamminarsi.

 

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