lunedì, gennaio 22

Passaggio a Est: l’Italia come hub dei flussi criminali internazionali Interessi comuni, mobilità e interconnessione nei traffici illeciti che collegano i Balcani al Caucaso. La proposta di Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia. Prosegue il viaggio con Alessio Postiglione, giornalista e co-autore di ‘Sahara, deserto di mafie e jihad’.

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Lo scorso settembre, nel porto di Gioia Tauro sono stati sequestrati 218 kg di cocaina di alta qualità. Un blitz come tanti, verrebbe da dire, che ha anticipato l ‘Operazione Mangiafuoco’, conclusa a fine novembre con l’arresto di 21 persone tra Enna e Catania. Le reti del narcotraffico sul territorio nazionale emergono periodicamente dalle cronache giudiziarie legate ai contesti dei grandi centri metropolitani, a realtà di provincia, ai porti del Sud Italia. Il collegamento tra il tipo di merce e i luoghi di provenienza e arrivo, soprattutto via mare, ci catapultano in una dimensione che inserisce il fatto di cronaca locale nel circuito internazionale del terrorismo, circuito condiviso dalle mafie di diversi Paesi del mondo.        

Il libro Sahara, deserto di mafie e jihad è nato da un’inchiesta capillare condotta dai giornalisti Massimiliano Boccolini e Alessio Postiglione, che nell’intervista del 5 dicembre ci ha parlato di traffici illeciti capaci di collegare, attraverso il deserto africano, realtà criminali geograficamente anche molto distanti. Nell’analisi del fenomeno si pongono in primo piano le risultanze di indagine della nostra Direzione nazionale Antimafia (DNA). In prima battuta, nel libro leggiamo che: «La DNA spiega come le rotte dei traffici di esseri umani siano sostanzialmente quelle del contrabbando e della droga: la via dei Paesi subsahariani», attraverso i deserti del Niger della Libia, «la via che prevede il passaggio dalla Turchia e dal Libano verso, rispettivamente, la Grecia e la Libia e da qui verso l’Italia e altri Paesi europei; infine, la rotta balcanica». Gli Autori parlano di  «vere e proprie autostrade commerciali, nelle quali si incrociano, da anni,  gli interessi di ‘movimenti di liberazione’, mafiosi, jihadisti e rivoluzionari vari» (p. 46).

Dietro operazioni antidroga come quella citata stanno fenomeni difficili da contenere e da inquadrare, se non si considerano le nuove alleanze tra gruppi e soggetti organizzati, capaci di sovvertire la nostra rappresentazione della geopolitica e il concetto stesso di sicurezza pubblica legato a un territorio (di uno Stato sovrano o di una sua regione o area interna, di un’organizzazione di Stati, di una regione continentale, ecc.).  

Dopo il deserto e le rotte africane, torniamo a parlare di commercio criminale organizzato con Alessio Postiglione, docente di comunicazione politica presso l’Università Internazionale ‘Guido Carli’ di Roma.  

Postiglione, lungo la c.d. ‘Higway Ten’, che corre lungo il 10° Parallelo, le persone diventano ‘merce’ insieme alle armi e alla droga, servendo interessi comuni di mafiosi e jihadisti. Come si snoda questa autostrada dei traffici?

In Guinea Bissau abbiamo una dittatura che si regge anche sui soldi del narcotraffico, come attestano fonti intelligence dell’ African Centre for Strategic Studies. La droga, di provenienza sudamericana, dalla Guinea Bissau va in Niger, nel Sahel e transita per il Sahara, appoggiandosi a tutta una serie di gruppi jihadisti (Al Qaeda nell’Islamic Maghreb, Mujao e altri gruppi presenti nel Mali e nell’Azawad). Parliamo di gruppi collegati a uno dei personaggi più pericolosi dell’aera del Sahel, ossia ‘Mr. Marlboro’ (Mokhtar Belmokhtar), e che finanziano le attività di Al Qaeda e dell’IS, nel Sahara e nel Sahel ma anche oltre quei confini. Il cerchio sembra chiudersi I guerriglieri del deserto e i jihadisti si occupano di far transitare le droghe (colombiana o messicana) in Europa, passando magari per la Sicilia o per il porto di Gioia Tauro. Questo, fondamentalmente, è il passaggio attuale della droga sudamericana, principalmente colombiana, rispetto a un’altra direttrice che prima giungeva in Europa tramite la Spagna.

La Highway Ten finisce in Africa o prosegue verso Est, considerando la posizione dell’Italia come hub mediterraneo verso i Paesi balcanici e le rotte orientali dei traffici?

L’ Highway Ten riguarda strettamente il passaggio Sudamerica-Africa. Peraltro, questa droga è immessa in tutta una serie di altri traffici che interessano anche l’oppio afghano, gestito a sua volta dai gruppi jihadisti bosniaci e caucasici. La droga sudamericana arriva, perciò, anche nelle mani dei jihadisti balcanici.

L’Italia è un ‘punto di snodo’ rispetto al corridoio ‘Balcani-Caucaso’. Nel libro si fa riferimento al ruolo dei porti adriatici del Sud del Paese, soprattutto Gioia Tauro, nella connessione tra mafie italiane e mafie balcaniche. Potrebbe offrirci un quadro di sintesi su questo collegamento tra Italia e Balcani?

Innanzitutto, storicamente, in Albania e nei Balcani ci sono mafie locali che hanno sempre avuto rapporti con la Sacra Corona Unita, in particolare, ma anche con la camorra. In questo momento, in Italia meridionale, dall’Aeroporto di Napoli – Capodichino c’è un volo diretto Napoli-Valona.  Gli italiani sono invitati a giocare alla slot-machine nei casinò di Valona, che rappresentano un’attività di copertura delle camorre locali. Questo è il primo dato, simile a quanto è accaduto in diversi Comuni italiani: penso, tra gli altri (Venezia, Saint Vincent, Campione d’Italia, ecc.) al Casinò di Sanremo, soggetto per decenni a infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso. Si tratta di un business che la camorra porta avanti da tempo, senza contare il giro di affari legato, in Albania, alla prostituzione e gestito dalle mafie locali.

Il clan Prundentino, della Sacra Corona Unita (SCU), da molti anni fa affari a Valona. Allargando lo spettro, tra Albania, Kosovo e Bosnia sono presenti cellule criminali mafiose di carattere jihadista: ci sono gruppi in Albania e c’era l’UCK o Esercito di Liberazione in Kosovo, altro gruppo legato al jihad internazionale; in particolare la Bosnia, da almeno trent’anni, è la culla del jihadismo in Europa: già all’epoca anteriore alla guerra jugoslava, i famosi mujahiddin erano bosniaci. Andando ancora indietro, l’ex-Presidente bosniaco Alija Izetbegović, padre dell’attuale Presidente Bakir, si unì giovanissimo (negli anni della Seconda guerra mondiale) ai Giovani Musulmani, un movimento di tipo nazionalista legato all’islam più radicale e calcato sul ‘modello’ egiziano dei Fratelli Musulmani. A partire dagli anni Ottanta, una serie di finanziamenti provenienti dall’Arabia Saudita erano destinati all’edificazione di moschee salafite in Bosnia.  Negli anni Novanta, la crème del jihadismo internazionale era legata a musulmani di provenienza bosniaca e kosovara, tra cui Khalid Shaikh Mohammed, il futuro ideatore degli attentati dell’11 settembre 2001, o Abd al-Rahim al-Nashiri   e Abu Hamza al-Masri, anch’essi legati all’11 settembre. In Kosovo, lo stesso Hashim Thaçi, attuale Presidente ed ex-leader dell’UCK, è stato addirittura accusato di traffico di organi espiantati da detenuti serbi. Quindi l’area balcanica vede la presenza storica di un islam radicale, che si è intensificata con l’aiuto dei petroldollari delle monarchie del Golfo. Gruppi indipendentisti come l’UCK si sono sempre finanziati con attività di tipo mafioso, mentre in Albania le mafie italiane hanno finanziato quei gruppi la cui economia è mafiosa, ma la cui copertura ideologica poteva essere quella del jihad.

Nei fatti, esiste un vero e proprio corridoio jihadista balcanico-caucasico che, dalla Puglia – testa di ponte dei traffici della SCU, ma anche della ‘ndrangheta, della camorra e della mafia – attraversa tutti i Balcani, collegando Albania, Kosovo, Montenegro e anche la Macedonia (gravemente destabilizzata da cellule jihadiste che vivono ‘ordinariamente’ di attività mafiose) al Caucaso.

Altra regione, quest’ultima, a forte presenza jihadista…

In tutte le Repubbliche ex-sovietiche, come la Kabardino-Balkaria, l’Inguscezia, il Daghestan e la famosa Cecenia, la presenza di gruppi islamisti estremisti è sempre stata consistente, anche qui legata a economie mafiose. In Cecenia, per esempio, la obshina, una mafia locale altamente politicizzata, ha sempre finanziato personaggi come Shamil Basayev, emiro caucasico di un’entità autoproclamatasi ‘Stato islamico’ – antesignano, negli intenti, dell’IS – , che abbracciava i territori di quelle Repubbliche. Basayev è stato anche una delle prime celebrità di questa sorta di ‘islam salafita 4.0’, in quanto autore del ‘Libro del Mujahid’ un vademecum per diventare mujahiddin fai-da-te a casa propria, che istruiva i suoi lettori dalla pulizia delle armi ai modi di uccidere. La sua mano sta dietro la strage di Beslan (Ossezia del Nord, 1-3 settembre 2004). Questo corridoio porta in Afghanistan, dove troviamo una base logistica di rifornimento dei beni principali dei traffici criminali, quella dell’oppio afghano, direttamente gestito dai Talebani.

In sintesi, ad oggi, possiamo dire che l’origine della cocaina in gran parte scambiata è colombiana o messicana. La cocaina percorre la Higway Ten , mentre l’oppio è afghano: in un modo o nell’altro, si tratta di droghe che passano per mani jihadiste. Altro genere di beni scambiati lungo la rotta caucasica sono certamente le armi, in primis mitragliatrici, anche leggere (del tipo ‘Uzi’).

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