lunedì, ottobre 23

Papa Francesco in Myanmar e Bangladesh: alla ricerca di una soluzione per il dramma dei Rohingya Sarà il Primo Papa a visitare il Myanmar ed il secondo a fare visita al Bangladesh dopo Papa Giovanni Paolo II nel 1986

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Si tratterà di una visita diplomatica importante e che giunge nel bel mezzo di una situazione i cui contorni drammatici hanno raggiunto la soglia d’attenzione dell’ONU e di gran parte dell’opinione pubblica mondiale, in relazione alle continue violenze e vessazioni cui è sottoposta la minoranza etnica dei Rohingya di religione musulmana a cavallo tra Myanmar e Bangladesh.

La visita di Papa Francesco giunge quindi in un momento storico molto delicato, dove da una parte (Myanmar) si nega che sia in atto alcun genocidio da parte delle Forze militari birmane nei confronti della minoranza dei Rohingya e dall’altra (Bangladesh) ci si ritrova a gestire in sede pressoché solitaria, la complessa e difficilissima condizione di un popolo in fuga ed in cerca di sopravvivenza fuori dal territorio birmano.

Secondo il calendario delle attività connesse alla visita di Papa Francesco in terra d’Asia, il Pontefice incontrerà il vertice della organizzazione buddhista nazionale birmana, cioé il top del clero buddhista birmano ammantato di autorità e notevole rispetto in tutto il Paese, allo stesso tempo, il Santo Padre incontrerà (impossibile evitarlo) anche il vertice del Comando militare birmano ed infine, last but not the least, il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, responsabile del Dicastero degli Esteri del Myanmar e Premier in pectore del suo Paese, oggi al centro dei fuochi incrociati delle critiche un po’ in tutto il Mondo a proposito della sua particolare afasìa diplomatica, quando –nel corso dei suoi viaggi e dei suoi incontri coi media internazionali- non s’è mai espressa in modo chiaro sul dramma umanitario dei Rohingya, anzi, s’è sempre defilata mantenendosi su posizioni diffuse ed apprezzate nel suo Paese, posizioni per le quali gli stessi Rohingya non sono accettati come parte della popolazione nazionale e vengono inquadrati piuttosto come genìa e popolo più pertinente il Bangladesh che il Myanmar (per alcuni si tratta di una posizione assunta dal Premio Nobel in subordine ad una pressione forte dei militari nei suoi confronti, in tal senso). In realtà, studiosi di varia estrazione e provenienza hanno avvalorato da tempo l’ipotesi per la quale –nel complesso scacchiere antropologico-culturale birmano composto da vari gruppi etnici- i Rohingya sono ben presenti nella Storia del Paese e quindi, le evidenze storiche confermerebbero che essi sono parte consustanziale del popolo birmano, un popolo riccamente variopinto al proprio interno.

Il Governo del Myanmar finora ha scelto la strada del negare le violenze, oppure quella del giustificare l‘intervento dell’Esercito in quanto causato da azioni terroristiche compiute da frange di miliziani Rohingya che hanno colpito stazioni locali della Polizia birmana. In verità, le testimonianze, i racconti, video, foto e vario altro materiale circa le torture, le violenze, i villaggi incendiati e quello che sta assumendo le proporzioni di un vero e proprio genocidio perpetrato nei confronti dei Rohingya vanno sempre più ingigantendosi nel numero, l’eco che tutto questo sta evocando ha colpito persino la distratta attenzione globale, risvegliata a tratti solo dalle questioni inerenti il nucleare militare in Corea del Nord o –più recentemente- a proposito del separatismo della Catalogna nei confronti del resto della Spagna.

Secondo il programma della visita di Papa Francesco in terra d’Asia del 6 e 2 novembre rilasciato dallo Stato Vaticano lo scorso 10 Ottobre, il Papa dirà due messe in Myanmar, Nazione notoriamente a maggioranza buddhista e una in Bangladesh, Paese in prevalenza musulmano. Papa Francesco sarà il primo Papa a fare visita in Myanmar ed il secondo a visitare il Bangladesh dopo Papa Giovanni Paolo II nel 1986. Il Papa arriverà a Yangon, la più grande città birmana, il 27 novembre dopo un volo di più di 10 ore e si prevede avrà bisogno di riposare 24 ore prima di andare nella Capitale Naypyidaw per un giorno intero. In quella sede avrà modo di avere colloqui separati con il Presidente in carica Htin Kyaw e Aung San Suu Kyi che ricopre sia il ruolo di Consigliere di Stato sia quello di Ministro degli Esteri, sebbene sia la figura di spicco del Governo in carica ed ha quasi valenza riconosciuta in tutto il Paese di Premier realmente effettivo.

Fonti del vaticano hanno dichiarato che i leader militari dovrebbero partecipare ad un incontro pubblico serale dove il Pontefice si troverà faccia a faccia con politici e diplomatici. Si prevede che sarà la sede ed il momento del principale dei discorsi che il Papa terrà in quel periodo.

Papa Francesco è ben informato sulla “questione” dei Rohingya ed è anche cosciente di quanta pressione si stia esplicando su questo frangente a livello internazionale. Lo stesso pontefice lo scorso Febbraio si era espresso sul tema dei Rohingya quando ha fatto cenno alla persecuzione in atto contro un popolo che chiede solo di poter vivere la propria specifica cultura e praticare la fede musulmana. Lo scorso mese di agosto, alcuni buddhisti oltranzisti hanno criticato apertamente le espressioni pubbliche del Papa quando ha parlato di «persecuzione dei nostri fratelli e sorelle Rohingya» ed ha anche invitato i cattolici a pregare per loro, aggiungendo che ritiene dovrebbero essere loro riconosciuti «pieni diritti». Il 29 Novembre il Santo Padre si troverà di fronte la Sangha Maha Nayaka, la più alta autorità buddhista del Paese, composta da un gruppo di monaci affiliati alle posizioni governative responsabili delle regolamentazioni che riguardano il clero buddhista.

L’UNHCR, Agenzia ONU per i rifugiati ha dichiarato martedì scorso che le guardie frontaliere del Bangladesh hanno avvistato più di 11.000 Rohingya che hanno attraversato il confine col Myanmar solo nella giornata di lunedì scorso.

L’offensiva militare del Governo di Naypyidaw ha ricevuto la condanna pressoché unanime di tutto il Mondo e soprattutto una condanna in sede ufficiale da parte dell’ONU che da tempo parla di “pulizia etnica”, cosa che il Governo del Myanmar nega. Il Myanmar, infatti, nega alcun genocidio anche a fronte di prove e testimonianze, conferma il proprio punto di vista per il quale i Rohingya non appartengono alla popolazione birmana e anche qui nonostante vi siano evidenze storiche che dimostrino il contrario. Secondo il Cardinale Charles Maung Bo, vi sono circa 700.000 cattolici romani in Myanmar, su una popolazione complessiva di 51.4 milioni di abitanti. In Bangladesh sono una minoranza davvero sparuta.

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