domenica, settembre 23

Pakistan, tra stop alle violenze e voglia di ricominciare Il racconto di un profugo, in Europa da 10 anni, ma che non è ancora riuscito ad ottenere il permesso di soggiorno

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Quello del  dicembre è stato l’ultimo attentato, ma solo in ordine di tempo, compiuto in Pakistan. Nel mirino il campus dell’istituto dell’agricoltura dell’università di Peshawar nel nordovest del paese. La città è spesso scossa da attacchi terroristici proprio perché vicina al confine afgano da dove si infiltrano militanti jihadisti e talebani.

Il bilancio dell’attentato è ancora incerto. Si parla di almeno 14 morti, inclusi i terroristi, secondo quanto dichiarato dalla polizia, e di diversi feriti. La maggior parte delle vittime sono studenti.

Nascosti dal burka, i terroristi, pesantemente armati, sono entrati nell’edificio e hanno sparato indiscriminatamente su chi si trovava sulla loro strada, compreso un responsabile della sicurezza. Il principale gruppo talebano del Paese, il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), ha rivendicato l’attacco in un messaggio in cui sostiene che gli assalitori hanno ucciso ‘una decina’ di persone e che la struttura non è un’università bensì un centro dei servizi segreti pakistani.

Non è il primo attentato compiuto contro un’università: nel gennaio scorso l’università Bacha Khan a Charsadda subì un attacco che causò la morte di 25 persone.

Il peggiore attentato si è verificato nel dicembre 2014, quando una scuola frequentata da alunni tra 6 e 16 anni, figli di membri dell’esercito, fu assalita da terroristi. La strage causò la morte di 151 persone, di cui 125 erano minori. Li si trovava il fratellino di un profugo pakistano, in Italia da quasi due anni. ‘Mia madre solo piange’: così ricorda l’accaduto.

Un altro profugo, in Europa da 10 anni, ma che non è ancora riuscito ad ottenere il permesso di soggiorno, rimane sempre molto ben informato su quello che succede nel suo Paese da cui è scappato per le sue idee troppo ‘sciite’.

Solo le famiglie benestanti possono fare studiare i figli e chi non studia viene facilmente reclutato dai talebani con false promesse, principalmente economiche”, sottolinea il giovane intervistato che riconosce l’importanza dell’istruzione.

Il Pakistan ha lanciato, tra il 2001 e 2013, pesanti operazioni militari nei territori lungo il confine con l’Afghanistan per combattere il terrorismo. Ha inoltre annunciato la costruzione di un muro, con un centinaio di posti di blocco controllati, della lunghezza di 2.500 km lungo il confine afgano per contenere infiltrazioni da Kabul e la lotta al terrorismo è stata inserita tra le priorità del governo che si è pubblicamente staccato dal regime talebano afgano.

L’azione del governo è vista positivamente dal giovane pakistano, soprattutto riguardo agli interventi nel campo dell’educazione che riguardano il corretto insegnamento dell’Islam. “Quello che si vede, non è vero Islam. Il profeta dice che se uccidi una persona uccidi il mondo” e aggiunge “se tu hai soldi non devi lasciare morire di fame i poveri, se no, vai all’inferno”. Il ragazzo riconosce tuttavia i problemi di sicurezza soprattutto nei centri scolastici e universitari.

Accenna anche al delicato rapporto tra Afghanistan e Pakistan, Paese, quest’ultimo, che ha accolto, a partire dal 1979, anno dell’invasione sovietica, numerosi profughi afgani. Oggi sono tre milioni, ma il portavoce del ministero dei rifugiati e del rimpatrio ha dichiarato che sono stati registrati, solo negli ultimi tre mesi, ben 450.000 profughi privi di documenti.

Il giovane pakistano ricorda questo fatto come un problema serio e sostiene il rimpatrio di queste persone, questione sul tavolo delle discussioni tra Pakistan e Afghanistan. La sua posizione viene confermata dall’opinione comune e diffusa, che si riscontra sui social, che i profughi devono tornare nel loro Paese perché tra di loro si nascondono terroristi e perché stanno diventando un peso economico. Situazioni critiche, come l’attacco di Peshawar, vengono quindi usate a sostegno di questa posizione.

E poi gli scontri etnici e settari sono sempre molto vivi mentre “tutti i pakistani sono uguali”, dichiara il nostro intervistato e corruzione dilaga nel Paese dove per ottenere anche un semplice certificato, bisogna pagare.

Insomma la situazione delineata da chi ha dovuto scappare da Pakistan è molto difficile: scontri e tensioni sono presenti un po’ ovunque, soprattutto lungo i confini – non dimentichiamo che l’India e il Pakistan vantano ben 70 anni di odio generato, secondo il giovane profugo, dall’India “che non vuole che il Pakistan cresca”. L’immagine che ne esce  è quella di un Paese che cerca di uscire da una storia segnata dalla violenza e che rimane proiettato verso un futuro incerto.

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