venerdì, aprile 20

Pagamenti PA: perché interviene la Corte di giustizia europea? Una procedura di infrazione che si protrae dal 2014, molto gravi i ritardi dell'Italia

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Il capitolo relativo ai pagamenti alle imprese da parte della pubblica amministrazione pone non poche problematicità: arriva infatti in questi giorni la decisione della Commissione Ue di portare l’Italia davanti alla Corte di giustizia europea per i “ritardi sistematici” in tale ambito. È un discorso che parte da lontano: nel febbraio 2014, infatti, si è aperta una procedura d’infrazione  alla quale il Governo italiano ha risposto con delle rassicurazioni che però non sono bastate. A quel tempo, infatti, su impulso dell’allora vicepresidente della Commissione con delega all’Industria, Antonio Tajani, si era avviato l’iter che vede oggi il nostro Paese dover rispondere alla Corte:  “A seguito delle denunce di violazione della direttiva da parte di diverse associazioni ho deciso di avviare le pratiche per attivare le procedure contro l’Italia per la violazione degli articoli 4 e 7 della direttiva sui ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione”; queste le parole di allora dell’attuale presidente del Parlamento europeo.

Dopo un ulteriore avvertimento lo scorso febbraio, nonostante “gli sforzi fatti”, la media dei tempi dei pagamenti resta secondo Bruxelles a “100 giorni” e “con picchi che possono essere nettamente superiori”. Da qui, è seguita la decisione della Commissione Ue di deferire l’Italia alla Corte: una questione complessa, rispetto alla quale si avverte la necessità di indagare su due livelli, quello politico, più generale, e quello più specificatamente giuridico. Per comprendere meglio quale sia lo scenario, dove si collochino le responsabilità maggiori e in che misura si possa porvi rimedio, abbiamo intervistato la prof.ssa Claudia Morviducci, docente ordinario di Diritto dell’Unione europea presso l’Università di Roma Tre. Per il supporto alla comprensione del tema, si ringrazia l’avv. Federica Giandinoto, attualmente non operativa, iscritta presso il Foro di Roma, e la prof.ssa Susanna Fortunato, docente associato di Diritto dell’Unione europea presso l’Università di Cassino.

Le risposte dell’Italia non sono state adeguate, ma come si è potuti giungere alla situazione attuale, e soprattutto: per quali ragioni? 

Se da un lato l’Italia ha ridotto negli ultimi tempi le procedure di infrazione, d’altro canto questa è una di quelle che si protraggono dal 2014, con un successivo parere motivato del febbraio di quest’anno. Da qui, vi erano due mesi per ottemperare agli obblighi e, in linea di massima, quando si arriva a tale fase, poi la Commissione adisce la Corte di Giustizia: evidentemente la risposta dell’Italia è stata talmente insufficiente da portare la Commissione a non concederci ulteriore tempo. Tra l’altro, tutto è partito dal fatto che nel 2016, quando si è avuta la relazione della Commissione sullo stato della direttiva, in effetti diversi Stati hanno presentato delle insufficienze. Sono partite quindi le lettere di messa in mora anche verso altri Paesi, per cui era impossibile rimaner fermi anche sull’Italia.

Qual è il livello di incidenza del fenomeno dei ritardi nei pagamenti da parte dell’Italia?

Il ritardo è molto cospicuo e tra l’altro l’Italia ha dato l’attuazione normativa prevista dalla direttiva molto prima che scadessero i termini – come a dare l’impressione di rispettare le norme dell’Unione – ma in realtà i ritardi sono molto cospicui, specialmente nell’ambito della sanità. Ora, è vero che per la sanità ci siamo presi 60 giorni di tempo per rispondere agli obblighi di pagamento, ma questi non vengono rispettati! Ciò porta ad un ritardo nei pagamenti non solo nei confronti delle piccole e medie imprese da parte della pubblica amministrazione, ma anche delle pmi tra di loro. È un fenomeno che cresce e che va contro l’efficienza del sistema. In materia sanitaria, in media, siamo sui 130 giorni rispetto ai normali 60. L’Italia ha fatto un grande sforzo per adeguarsi, ma partendo da una forte negatività: siamo quindi tuttora molto distanti dai risultati che ci si era preposti. La direttiva è stata recepita, ma non rispettata; da qui la procedura di infrazione.

Tra le cause del mancato recepimento, chi è maggiormente responsabile? Si può puntare il dito contro dipendenti, dirigenti, o procedure?

Le procedure sono complesse, certo, ma c’è anche una scarsa disponibilità economica: nel momento di crisi economica attuale, non credo si tratti solo di un problema burocratico. Che questo funzioni male è certo, ma mi chiedo se ci siano i fondi per pagare le pmi. Qualunque funzionario, per quanto onesto e corretto, non può pagare in mancanza di fondi. Certo, questa è una opinione personale.

Ritiene che trovati i fondi e resi più efficienti i meccanismi, si possa porre rimedio al problema?

Gli strumenti normativi esistono e, se venissimo condannati, ci si chiederà di ottemperare alle richieste della Corte. I possibili rimedi sono due: la Commissione, nel caso in cui l’Italia non si conformi effettivamente alla pronuncia della Corte di Giustizia, può chiedere che la Corte infligga un’ammenda all’Italia o, peggio, una penalità basata sulla gravità dell’infrazione e sul peso economico del Paese. Si fissa una cifra, moltiplicata per questi due parametri e per i giorni di mancato recepimento. Così si ottiene un ordine di grandezza applicabile dalla Corte. Se l’Italia in un congruo periodo, stabilito dalla Commissione, non si attiva, la Corte può stabilire di applicare la condanna. L’altra possibilità – e si ritiene che la Commissione abbia già imboccato tale strada – è che le imprese, in virtù della sentenza, chiedano direttamente all’Italia il risarcimento. Accertata la violazione dalla Corte di giustizia, in modo che le imprese siano sicure di vincere una eventuale causa, viene imposto allo Stato di rispondere agli obblighi nei loro confronti.

Tema connesso è quello della lotta all’evasione fiscale e riciclaggio: uno Stato più forte nel contrasto a tali fenomeni è uno Stato che riesce a rispondere meglio ai suoi creditori. È d’accordo?

Sì. Si ritiene oggi che disporre di strumenti efficaci contro tali fenomeni possa essere una risposta efficace alla situazione attuale. Se le pubbliche amministrazioni rendessero conto più rapidamente del loro operato, ci sarebbero i presupposti anche per una maggiore collaborazione da parte delle imprese in vista di tale obiettivo comune. Tutto si tiene, in un grande discorso di trasparenza da effettuare sui mercati. Tra l’altro, la direttiva a cui non abbiamo dato attuazione, parla dei pagamenti non solo della pubblica amministrazione verso le imprese, ma anche delle imprese tra di esse. Quindi, si potrebbe controllare entrambe le forme di pagamento.

Si punta forse troppo il dito verso l’Italia?

No, perché nel 2016 si è riscontrato che anche altri Stati non rispettano la direttiva, tuttavia, nel caso dell’Italia, la procedura di infrazione era partita già nel 2014. In altri casi, è stata inviata la lettera di messa in mora. Sono questi i momenti davvero utili a comprendere l’operato di uno Stato rispetto al recepimento di una direttiva, perché per ciascuna di esse la Commissione produce una relazione in merito allo stato della sua attuazione e poi può muoversi in una direzione piuttosto che un’altra.

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