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Chi sono i ‘nuovi poveri’ secondo il welfare?

Viaggio nelle politiche contro la povertà e intervista ad Antonella Meo, docente di Sociologia all’Università di TorinoViaggio nelle politiche contro la povertà e intervista ad Antonella Meo, docente di Sociologia all’Università di Torino
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La nuova Legge di Stabilità 2017 (L. n. 232/2016) destina all’attuazione del Piano Nazionale di Lotta alla povertà oltre un miliardo di euro, in linea con i criteri di riordino dei trattamenti esistenti previsti dal Disegno di Legge-delega per il contrasto all’indigenza recentemente approvato in Senato. In attuazione di quest’ultimo provvedimento, che aumenterà da 400 a 480 euro mensili il beneficio del «Reddito di Inclusione» (REI), il Governo stima per l’anno corrente un accesso alla misura di 400 mila famiglie: poco meno di 2 milioni di persone.  Secondo i dati del Censis, un quarto delle famiglie italiane risulta al di sotto della soglia di povertà.

Le «politiche attive» corrispondono, in senso lato, a un insieme dei servizi offerti dal sistema di welfare in un particolare ambito del sociale.  Esse riflettono la ratio contenuta nei principali dispositivi adottati per prevenire e contrastare la povertà, ossia un disagio economico gravante su categorie di soggetti predefinite dalla legge in base a circostanze specifiche. In questo senso, la povertà, prima di essere una realtà oggettiva, ne costituisce una rappresentazione ufficiale.

 Il «Sostegno per l’Inclusione Attiva» (SIA) è una misura strutturale introdotta con Decreto Interministeriale nel 2013, in via sperimentale e per la durata di un anno, nelle 12 maggiori città italiane. Dal 26 maggio 2016, è stato esteso a tutto il territorio nazionale, con efficacia differita al 2 settembre di quell’anno.  L’intervento persegue obiettivi di inclusione sociale, erogando un beneficio attraverso una Carta di pagamento elettronica ai «residenti di cittadinanza italiana che versano in condizione di maggior disagio economico». Le famiglie interessate dovranno contare tra i propri membri almeno un minore o una donna in stato di gravidanza accertata, ovvero un soggetto disabile. Esse saranno attori e destinatari di un progetto personalizzato: una sorta di ‘contratto sociale’ asimmetrico, assistito da una rete territoriale di servizi (sociali e sanitari, Centri per l’impiego, scuole, terzo settore), nel quale la famiglia assume una serie di obblighi e responsabilità al fine di ritrovare l’autonomia economica e sociale. Pertanto, i beneficiari del SIA dovranno mantenere la frequenza dei contatti con gli uffici comunali, cercare attivamente un’occupazione accettando congrue offerte di lavoro, frequentare la scuola e partecipare a iniziative di formazione, curare la propria salute anche mediante condotte preventive. I servizi dovranno invece assicurare un’attuazione del progetto valutando, per ogni nucleo familiare preso in carico, le sue particolari necessità e potenzialità, e coordinandosi in rete attraverso accordi con le autorità amministrative competenti. Il percorso di reinserimento lavorativo e inclusione sociale potrà comprendere, così, anche attività di supporto come l’assistenza educativa domiciliare, l’orientamento al lavoro, un sostegno al reddito in aggiunta al beneficio del SIA e un sostegno all’alloggio.

In attesa di valutare l’impatto della nuova normativa e considerata la natura ‘ritardataria’ – rispetto al contesto europeo –  di una politica italiana volta a combattere l’indigenza, abbiamo chiesto alla Professoressa Antonella Meo di tracciare un bilancio dei risultati ad oggi ottenuti in base alla sua lunga esperienza ‘sul campo’.  Esperta in politiche sociali e docente di Sociologia Generale all’Università di Torino, ha diretto con il Prof. Sandro Busso, per conto del Comune del Capoluogo piemontese, un Programma di ricerca (2013 – 2015) relativo alla sperimentazione della «Carta Acquisti», l’attuale SIA, sulla scorta del citato Decreto del 2013.

Professoressa Meo, qual è la portata della nuova strategia nazionale di contrasto alla povertà?

L’attuale Legge di Stabilità rappresenta una svolta importante rispetto alle scelte del passato in materia di lotta alla povertà, sia per le risorse economiche stanziate che per la prospettiva del Disegno di Legge-delega che è stato recentemente varato in Senato. Il Ddl introduce il Reddito di inclusione (REI), la prima misura organica e nazionale di contrasto alla povertà assoluta di cui finalmente il nostro Paese si dota, a distanza di molti anni dalla sperimentazione del Reddito Minimo di Inserimento. In attesa dei decreti attuativi, che definiranno le coordinate specifiche del REI, e fino a che la nuova misura non entrerà in vigore, è il Sostegno all’Inclusione Attiva (SIA) a fare le sue veci.

Che cosa implica il passaggio dal SIA al REI?

Tanto il SIA quanto il nascituro Reddito di Inclusione sono definiti esplicitamente come eredi della «Carta Acquisti Sperimentale» (CAS), già ribattezzata dal Governo come SIA in corso d’opera e richiamata nel testo di accompagnamento al «Ddl Povertà» quale modello di riferimento. Si tratta di una misura transitoria di sostegno al reddito delle famiglie in povertà assoluta con minori, introdotta in via sperimentale nel 2013. Le nuove misure – SIA e REI – prendono forma nel solco dell’esperimento della CAS, introducendo correttivi, ma non modificandone sostanzialmente l’impianto.

In base alla Sua esperienza di ricerca sul campo, è possibile fare un bilancio dell’implementazione della CAS a livello locale?

Riflettere sui punti di forza e di debolezza emersi nel corso della sperimentazione della CAS è indispensabile… E invece la sperimentazione non ha rappresentato un terreno di apprendimento, tanto è vero che non c’è stata ancora alcuna restituzione degli esiti del percorso di valutazione contro-fattuale che ha considerevolmente impegnato tutti Comuni coinvolti. Si tratta di un vaglio necessario che, all’avvio della sperimentazione, fu ritenuto elemento imprescindibile per una sua eventuale estensione.

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