giovedì, giugno 21

Nucleare: dopo la Corea tocca all’Iran? L’incognita saudita Gli Stati Uniti, dopo la Corea del Nord, potrebbero trovare un accordo con l’Iran. A parlarci di questa possibilità Luciano Piacentini, Generale e docente di Scienze politiche internazionali e dell’amministrazione presso l’Università Lumsa di Roma

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Sono bastate poche ore a Donald Trump e a Kim Jong-Un per firmare un documento congiunto in un incontro che il Presidente americano non si è limitato nel definire «un evento epocale» ed il «primo nella storia». Nel summit tra i due Paesi a Singapore il leader coreano ha firmato un impegno di completa denuclearizzazione della Corea del Nord in cambio di garanzie di sicurezza da parte di Washington. Un accordo vago, i cui quattro punti chiave lasciano troppo spazio a generalità e poca concretezza.

I due leader si sarebbero impegnati a «cooperare per lo sviluppo di nuove relazioni tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord e per la promozione di pace, prosperità e la sicurezza della penisola coreana e del mondo», parole certo ridondanti sulla cui traduzione in azioni pratiche rimangono molti dubbi. Quali siano i termini di questo nuovo capitolo di pace tra i due Paesi rimane ancora da chiarire, soprattutto a fronte dell’instabilità dell’Amministrazione Trump, che in campo nucleare ha già fatto un passo indietro con l’Iran ritirandosi dall’accordo con Teheran.

Se Kim Jong-Un si fidi delle promesse del Presidente americano è ancora tutto da vedere, ciò che è certo è che la denuclearizzazione voluta ed ottenuta da Donald Trump potrebbe aprire le porte per l’applicazione di tale ‘modello’ anche all’Iran, Paese costantemente sotto gli attacchi della Presidenza americana, e il cui presunto programma nucleare continua a destare sospetti tra gli ambienti repubblicani. “In realtà non credo gli Stati Uniti potranno mai raggiungere un simile accordo con l’Iran”, commenta Luciano Piacentini, Generale e docente di Scienze politiche internazionali e dell’amministrazione presso l’Università Lumsa di Roma. “É chiaro quale posizione abbiano scelto gli Stati Uniti, come dimostrato dalla scelta di Trump di fare la prima visita all’estero in Arabia Saudita”.

C’è un legame molto stretto tra Stati Uniti e Arabia Saudita, come dimostra tutta la recente questione del Qatar e l’isolamento voluto e forzato da parte del Consiglio del Golfo”, continua Piacentini. “A fronte di questa alleanza è chiaro che gli Stati Uniti non potranno mai avvicinarsi all’Iran. Vedo molto difficile un possibile accordo per la denuclearizzazione dell’Iran, come è stato per la Nord Corea, ci sono interessi geopolitici differenti”.

Lo scorso 8 maggio Trump ha annunciato la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’accordo sul nucleare, enfatizzando ancora di più la chiusura americana rispetto ad ogni trattativa con l’Iran, che non preveda un totale smantellamento del programma nucleare e un annullamento del ruolo dell’Iran nella regione. “In realtà vedo questa decisione in maniera piuttosto lungimirante da parte di Trump. L’Iran, con ogni probabilità, continuerà con il suo obiettivo nucleare, e a lungo andare questo potrebbe portare ad un’escalation di tensioni in Medio Oriente, ad una corsa all’atomica, facendo esplodere un conflitto violentissimo, che Trump vorrebbe per l’appunto evitare”.

Nonostante, dunque, il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran, in cui si evidenzia la chiusura da parte americana di qualsiasi spiraglio di dialogo con l’Iran, alcune fonti saudite, hanno fatto presagire la possibilità di una possibile apertura tra i due Paesi. Secondo alcune informazioni fatte trapelare da alcuni siti di informazione mediorientali, in particolare dal sito ‘Elaph’, sarebbero in corso dei negoziati indiretti, grazie all’intermediazione giordana, per risolvere la disputa siriana tra Tel-Aviv e Teheran. Israele ed Iran avrebbero raggiunto un’intesa per cui Tel-Aviv non si intrometterà nelle operazioni militari  di Bashar al Assad, supportate dalla Russia, nel sud est della Siria, al confine tra Israele e Giordania, ultima zona nelle mani dei ribelli, ed in cambio, l’Iran, non prenderà parte alle operazioni con Hezbollah e le sue milizie sciite. Una condizione che, la Russia ha fatto intendere, è imprescindibile per assicurare la partecipazione di Mosca all’offensiva a sud.

In Siria i giochi sono stati già decisi dalla Russia, che già dai tempi di Hafiz al Assad, il defunto padre dell’attuale Presidente , ha intessuto degli importanti rapporti politici con Damasco che gli hanno garantito, a oggi, un accesso al Mediterraneo che mai aveva avuto prima nella storia”. Sicuramente, l’ultima parola sulla Siria spetta alla Mosca, così come sui suoi alleati. La base aerea russa di Hmeimim, in Siria, in un recente post pubblicato su facebook ha annunciato che «le forze iraniana e Hezbollah dovranno ritirarsi dal sud della Siria, altrimenti, le forze del regime siriano non avranno protezione dalle forze russia nell’imminente battaglia nella provincia di Daraa».

In Siria, nonostante l’apparente chiusura statunitense, su cui ovviamente esistono molti dubbi, difficile credere che Tel-Aviv si avvicini a Teheran senza una chiamata al Campidoglio, i canali diplomatici mediorientali potrebbero aver messo in moto uno scambio tra Israele ed Iran il cui escluso d’eccezione è proprio l’Arabia Saudita, che più di Washington teme per la sua influenza nella regione. Potrebbe essere stato proprio l’intervento di Amman che, secondo quanto riportato da Elaph, avrebbe fatto da staffetta tra l’ambasciata iraniana nella capitale giordana ed un hotel con ufficiali israeliani nelle vicinanze, ad aver scatenato le proteste in Giordania pilotate da Riad. L’Arabia Saudita, storico partner economico giordano, è pronta a bloccare ogni tentativo di avvicinamento all’Iran, tentativo che metterebbe in discussione la sua leadership politica e religiosa. “Sicuramente Riad non vede di buon occhio il progetto della Mezzaluna sciita in Medio Oriente, quel continuum che va da Teheran a Beirut, passando per Baghdad e Damasco, e che vede l’Iran minare il dominio sunnita dell’Arabia Saudita”.

Israele ed Iran si dichiarano acerrimi nemici, ma i discorsi di ‘realpolitik’, anche in un caotico Medio Oriente, sembrano avere la meglio. Israele vuole assicurarsi che l’Iran non si avvicini troppo ai suoi confini e, dall’altra parte, gli iraniani vorrebbero mettere un freno ai continui attacchi alle loro postazioni militari in territorio siriano. Nonostante non vi sia stato un dialogo formalmente annunciato tra Tel aviv e Teheran, una forma di cooperazione in Siria, avallata dagli Stati Uniti, sembra aver preso forma.  Inoltre, secondo l’ex giornalista del ‘Wall Street JournalJay Solomon, e attuale analista e ricercatore per il ‘Washington Institute for Near East Policy’, un altro canale di dialogo tra Stati Uniti ed Iran si sarebbe aperto nell’Oman, dove da diversi anni si terrebbero colloqui tra ufficiali dei due Paesi.

Nonostante gli Stati Uniti continuino ad interpretare il loro ruolo anti-Iran, le trattative tra Washington e Teheran potrebbero non essere un miraggio, e a farne le spese potrebbe essere il primo alleato statunitense: l’Arabia Saudita. Riad negli ultimi tre anni si è impegnata in una guerra, quella yemenita, nel tentativo di indebolire l’Iran, una guerra, a cui, però, Teheran non ha mai veramente partecipato. La coalizione saudita non ha avuto significative vittorie sul terreno ed il costo delle operazioni militari ha creato non pochi problemi all’economia saudita. Forse, l’unico vero ostacolo ad una trattativa con l’Iran potrebbe essere proprio l’Arabia Saudita, che in questa disperata corsa ad una totale egemonia regionale è inciampata nei suoi stessi errori, entrando  in guerre che non ha saputo condurre e spingendo per un antagonismo iraniano che potrebbe presto sfociare in ulteriori confronti regionali.

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