giovedì, maggio 24

Pyongyang e Seoul: gemelli diversi, nel segno delle Olimpiadi Non sono le prime Olimpiadi in terra coreana. Come andò nel 1988?

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Che i Giochi Olimpici invernali di PyeongChang, al via oggi, siano qualcosa di più rispetto a una semplice manifestazione sportiva, si è già detto in varie occasioni. A più riprese si è sottolineato come queste Olimpiadi potrebbero segnare una nuova era nei rapporti fra le due Coree, con relazioni più distese che potrebbero determinare scenari fino a poco tempo fa difficilmente pronosticabili. La speranza, infatti, è mettere da parte lo spettro di una guerra nucleare che, nel corso del 2017, più volte si è manifestato, perlomeno nelle dichiarazioni bellicose del leader nordcoreano Kim Jong-un e del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. È bene ricordare che sarebbe opportuno non caricare eccessivamente di significato queste pur importanti Olimpiadi che, per quanto significative, non riusciranno da sole dove più di sessant’anni di diplomazia hanno fallito, ossia normalizzare i rapporti fra la Corea del Nord, socialista, e la Corea del Sud, capitalista. Tuttavia, andando ad analizzare il precedente delle Olimpiadi di Seoul del 1988, possiamo notare come, a distanza di trent’anni, la situazione sia cambiata.

Quello del 1988 è un mondo totalmente diverso rispetto a quello di trent’anni dopo: la Corea era ovviamente già divisa, ma il confine che correva (e che corre) lungo il 38° parallelo nord era semplicemente uno dei tanti confini reali che andavano a comporre la grande barriera ideologica che separava due mondi allora irriducibilmente contrapposti: blocco comunista da un lato, capitalista dall’altro. Il regime di Pyongyang è infatti ultimo superstite di un sistema internazionale di alleanze fra Paesi socialisti, così come il confine con la Corea del Sud è l’ultimo dei tanti sorti negli anni che vanno dal Secondo dopoguerra al crollo dell’Unione Sovietica. A quei tempi, il leader nordcoreano era Kim Il-sung, nonno dell’odierno dittatore e fondatore del regime dittatoriale di Pyongyang (tanto che è considerato ‘Presidente Eterno’, per sempre in carica). Tuttavia, la Corea del Sud non era quel centro di democrazia che è oggi: gli anni precedenti al 1988 furono anni duri per la libertà a Seoul. I movimenti che chiedevano maggiori spazi di democrazia venivano fermati, anche con violenza, e i suoi leader arrestati: nel 1979 a Gwangju vennero uccisi oltre 600 manifestanti dal futuro Presidente Chun Doo-hwan, giunto al potere con un colpo di Stato pochi mesi dopo.

Non era dunque un periodo facile per nessuno. Tuttavia, le Olimpiadi del 1988 erano un’ottima vetrina per rilanciare la Corea del Sud sullo scenario internazionale: Seoul, infatti, grazie alle politiche di Park Chung-hee, predecessore di Chun Doo-hwan, stava affacciandosi con prepotenza sui mercati internazionali e stava diventando una realtà economica solidissima. La Corea del Sud è adesso invece un’economia matura, che affonda le sue radici proprio sulle scelte economiche fatte negli anni (e decenni) precedenti alle Olimpiadi di Seoul. Allora, la Corea del Sud era un Paese in grandissima crescita, oggi, invece, essendosi la sua posizione consolidata, subisce le ondate di espansione e di crisi come tutti gli Stati con una solida base economica. Le Olimpiadi diventavano perciò l’occasione per far sapere al mondo che la Corea del Sud era diventata grande ed era destinata a restarlo. La credibilità internazionale sudcoreana passava anche attraverso riforme per una democratizzazione delle istituzioni, mettendo così da parte la (pesante) ombra di autoritarismo che gravava anche al di sotto del 38° parallelo nord. Ecco che, al termine del 1987, Chun Doo-hwan indice nuove elezioni per il 1988 che, da allora, si tengono a cadenze regolari ogni cinque anni.

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