lunedì, giugno 18

Niger e Libia: l’Italia aumenta le truppe in Africa Ambire a giocare alla pari con Parigi, perchè le ambizioni francesi sono andate oltre, andando a minare gli interessi strategici italiani

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L’Italia da il via alla missione militare in Niger che vedrà lo schieramento di 470 uomini sul campo, 130 veicoli ed equipaggiamenti logistici per una missione che si protrarrà nel tempo e che andrà ad affiancarsi a quella già in atto in Libia, la missione di assistenza sanitaria ‘Ippocrate’, che vede impegnati poco meno di 300 militari a Misurata. Un’aliquota del primo contingente è già all’opera, in attesa dell’arrivo delle unità operative che, secondo gli accordi, andranno ad occupare la base francese di Madama, a cento chilometri dal confine libico, da cui controllare le piste dirette in Libia e attraversate dai traffici migratori illegali.
Un ruolo formalmente non di combattimento, ma che non esclude la possibilità dello scontro armato con terroristi, miliziani e criminalità organizzata transnazionale, tanto più che è ragionevole pensare a un aumento del contingente nazionale in tempi brevi dopo le elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Soldati italiani che vanno ad aggiungersi ai mille statunitensi e agli oltre 4mila francesi già operativi, rispettivamente, dal 2013 e dal 2014.
Il costo del solo impegno in Niger è di poco superiore ai trenta milioni di euro, fino a settembre, nel totale dei 1504 milioni stanziati per le missioni nel 2018 (erano 1427 nel 2017).

Gli obiettivi operativi della missione in Niger

Sul piano operativo gli italiani avranno il compito di addestrare e preparare le forze di sicurezza nigerine, al cui fianco già operano da tempo i francesi, al fine di garantire una capacità di combattimento e di controllo del territorio al confine con la Libia, che è il punto critico per l’interesse nazionale italiano, e dove transitano le centinaia di migliaia di migranti clandestini diretti verso l’Italia, tema scottante della campagna elettorale in corso. Ma mentre i soldati francesi combattono, e muoiono, operando contro i gruppi armati, per gli italiani sarà una missione di tipo Security Force Assistance, in linea con l’orientamento contemporaneo di mettere gli stivali sul terreno lasciando alle forze locali l’onere dell’impegno sulla linea del fronte. Un approccio molto cauto, forse troppo.

Obiettivi politici

Sul piano politico-strategico è un impegno formalmente definito per agire nel contrasto al terrorismo e alla tratta di esseri umani, un vero business capace di generare miliardi di euro in un’economia illegale ma che al tempo stesso va a compensare gli effetti di una Libia devastata dall’instabilità di cui Francia e Regno Unito hanno responsabilità diretta in quanto promotori dell’azione militare che portò alla caduta di Muhammar Gheddafi. Una scelta certamente condizionata dalle dinamiche elettorali italiane ormai alle porte e rivolta a un’opinione pubblica che si vuole avvicinare alle scelte di Governo.

Ma se l’Italia, a parole, dichiara di voler contrastare il terrorismo è invece probabile che, causa i numeri ridotti del contingente e l’assenza di coraggio politico, il risultato sarà molto lontano dalle dichiarazioni ufficiali ma in linea con una consolidata opportunità politica di breve respiro, a scapito della razionalità strategica di un intervento certamente necessario.

Al contrario, la scelta politica di opportunità si concentra attorno alla questione dei migranti illegali e si colloca come logica conseguenza dell’accordo firmato a maggio 2017 con Libia, Ciad e Niger al fine della collaborazione nel controllo dei flussi migratori e per l’allestimento di centri di raccolta per i migranti che transitano attraverso quei Paesi. Da quella frontiera, negli ultimi tre anni, sono transitati i 500mila immigrati clandestini giunti in Italia.

Cambiano le relazioni tra Italia e Francia in Africa

La Francia ha un ruolo e un’influenza consolidati in nord Africa e nel Sahel, questo sul piano storico. Ma oggi, in una nuova fase geopolitica regionale iniziata drammaticamente con la caduta di Gheddafi nel 2011, le ambizioni francesi sono andate oltre, andando a minare gli stessi interessi strategici italiani e nell’assenza di un interesse comune europeo. E la Libia è li a ricordarcelo ogni giorno.

Ad oggi possiamo dire che l’Italia, pur agevolando la Francia, riducendone lo sforzo operativo in Niger e consentendole di impegnare più soldati sulla linea del fronte di combattimento, è presente laddove vi è necessità di tutelare il nostro interesse nazionale, in particolare per quanto riguarda i flussi migratori illegali di massa e la sicurezza del nostro approvvigionamento energetico in Libia. E dunque, dopo il Niger penso sia necessario e opportuno guardare alla Libia, non solo attraverso la marginale presenza sanitaria e di supporto logistico alle forze di sicurezza libiche, ma anche in termini operativi di Security Force Assistance, abbandonando l’anacronistica retorica dellemissioni di pace‘ indirizzata esclusivamente ad accarezzare l’opinione pubblica.

Quel che la missione in Niger -e il timido impegno già consolidato in Libia- saprà realizzare dipenderà non solamente dalle azioni sinora intraprese, ma ancora di più da quelle che saranno realizzate nel corso del 2018 dal nuovo Governo che sostituirà quello in carica. Insomma, le carte sono sul tavolo, ma molte sono ancora coperte.

Rischio di agevolare la Francia

Molte le critiche indirizzate al Governo, che insistono sul rischio che la missione in Niger possa rivelarsi utile solamente a ridurre l’impegno e i costi di Parigi nell’operazione nel Sahel, senza però andare a scalfire la leadership francese. E crescono i timori per un ruolo sempre più attivo della Francia in Africa; ruolo francese che si contrappone a una complessivamente blanda iniziativa italiana in politica estera e di difesa dell’interesse strategico nazionale nel Mediterraneo.

Ma è opportuno guardare alle opportunità che si prospettano per l’impegno in Africa: in primis essere presenti, seppur con numeri limitati, sul campo operativo e a contatto con le minacce dirette alla sicurezza nazionale.
In secondo luogo dobbiamo guardare al ruolo nel processo decisionale operativo che altrimenti non avremmo avuto. Infine, la questione più importante, il processo costruttivo di riposizionamento geopolitico che ha come fulcro strategico il Mediterraneo: oggi si autorizza l’impiego e lo schieramento di pochi uomini e mezzi, ma l’avvio della missione apre all’aumento progressivo del contingente e all’inizio di una missione di più ampio respiro la cui implementazione spetterà al prossimo Governo.

La somma di questi fattori è un punto di partenza per ambire a giocare alla pari con Parigi.

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