martedì, agosto 21

Nicolás Maduro: il ‘caudillo’ e la sfida di Washington L’attentato degli scorsi giorni finirà da un lato per consolidare la retorica antistatunitense di Caracas, dall’altro per favorire la presa del madurismo

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L’attentato contro il Presidente venezuelano Nicolás Maduro e le voci circolate su un possibile coinvolgimento statunitense nella vicenda offrono lo spunto per fare luce sui rapporti fra due Paesi che, dopo anni di vicinanza, dopo l’arrivo al potere di Hugo Chávez (1998) e la nascita della ‘repubblica bolivariana’ (1999) si sono sempre più estraniati, fino a diventare oggi i due maggiori antagonisti sulla scena continentale. Le origini delle tensioni fra Washington e Caracas risalgono al 2001, quando, dopo l’arrivo di George W. Bush alla Casa Bianca, la retorica socialisteggiante di Chávez (che gli aveva assicurato un ampio successo alle elezioni presidenziali del 1998) ha assunto toni sempre più marcatamente anti-statunitensi sia in campo economico, sia politico. La morte di Chávez (2013) e l’arrivo alla presidenza di Maduro non hanno modificato in maniera sostanziale questo stato di cose. Al contrario, nel 2017, l’amministrazione Trump ha adottato una prima serie di sanzioni mirate contro figure dell’establishment venezuelano mentre voci hanno cominciato a circolare (avallate dallo stesso Presidente) riguardo alla possibilità di azioni tese a favorire in cambio di governo a Caracas.

Membro fondatore dell’OPEC, il Venezuela trae il 98% delle sue entrate commerciali dalla vendita del petrolio; gas, oro, minerali ferrosi, bauxite, carbone, nichel e diamanti rappresentano altre voci importanti di un’economia da sempre basata sullo sfruttamento delle risorse naturali. Questo stato di cose spiega buona parte delle evoluzioni vissute dal suo sistema politico e sociale. Il calo dei prezzi internazionali delle materie prime spiega, ad esempio, le difficoltà che l’economia venezuelana ha iniziato a sperimentare intorno all’inizio degli anni Ottanta e in modo sempre più forte dalla fine del decennio. L’incapacità dei vertici politici di affrontare la drammatica decelerazione dell’economia nel corso degli anni Novanta, a sua volta, spiega l’emergere e il consolidarsi della figura di Chávez e del suo bolivarismo ‘antipolitico’. Nello scenario dei tardi anni Novanta, il messaggio del nuovo Presidente s’impone, infatti, come la via maestra per uscire dalla situazione di stallo economico e politico sperimentata dai ceti popolari e dalla piccola borghesia venezuelana anche a causa dalla crisi del sistema consociativo che, alimentato alla redistribuzione della ‘rendita petrolifera’, aveva retto sino allora il Paese.

L’accentuazione dei tonicaudillisticie antistatunitensi è il prodotto della difficoltà di giungere a un effettivo cambiamento della situazione. Gli anni di Chávez assistono alla progressiva fuga degli operatori economici dal Venezuela e, parallelamente, all’aumento esponenziale del ruolo dello Stato in economia. La ripresa dei prezzi dell’energia nella prima metà degli anni Duemila fornisce l’alimento necessario a sostenere il progetto redistributivo di quello che lo stesso Chávez battezza ‘socialismo del XXI secolo’; allo stesso tempo, esso permette di ridimensionare il ruolo delle élite tradizionali, intaccando la capacità delle opposizioni (di destra e di sinistra) di agire da contrappeso efficace del sistema politico dominante. Non a caso, la retorica antiglobalista svolge un ruolo chiave in questo discorso. La globalizzazione economica promossa dalle autorità statunitensi e simbolicamente associata agli Stati Uniti, alla loro economia e alla loro cultura è, infatti, la negazione strutturale della via nazionale allo sviluppo sulla quale si fonda la retorica ‘bolivariana’ e che ne legittima l’opposizione ai programmi di aggiustamento strutturale delle istituzioni finanziare internazionali adottati dalla precedente classe dirigente.

L’arrivo alla presidenza di Nicolás Maduro ha accentuato queste tendenze. Privo della legittimazione carismatica su cui si basava il suo predecessore, Maduro ha finito per accentuare gli aspetti più dogmatici del bolivarismo chaveziano, in primo luogo i toni antiglobalisti e antiamericani; ciò in un momento in cui Washington appare intenzionata a riaffermare la propria centralità a livello continentale. Alcuni osservatori hanno voluto tracciare paralleli fra la politica americana verso il Venezuela di oggi e quella verso il Cile dei primi anni Settanta, quando il sostegno offerto da Washington all’opposizione al governo di Salvador Allende ha in qualche modo spianato la via al successivo golpe del generale Pinochet. L’associazione appare in qualche misura azzardata, se non altro per le differenze che esistono, in termini di contesto e di impostazione ideologica fra il ‘Cile di Allende e l’attuale Venezuela di Maduro. Quello che sembra certo è, però, che l’attentato degli scorsi giorni, al di là delle responsabilità effettive, finirà da un lato per consolidare la retorica antistatunitense di Caracas, dall’altro per favorire la presa del madurismo su un Paese che, dopo quasi vent’anni di governo ‘bolivariano’, è, oggi, ben lungi dall’ avere risolto i suoi molti problemi strutturali.

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