mercoledì, settembre 19

Natale nello Spazio Nazionalità diverse, fedi probabilmente distanti, ma uniti da un laboratorio straordinario, la SSI, e da una festività universale.

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Quando venne lanciato lo Sputnik 1 era il 4 ottobre 1957 e il primo satellite artificiale mandato in orbita intorno alla Terra fece comprendere a molti della popolazione umana che qualcosa stava veramente per cambiare nella vita di un’intera specie. Forse si pensò che le conquiste intergalattiche sarebbero state più rapide e che nel giro di qualche decennio la nostra razza avrebbe civilizzato e popolato gli altri pianeti del sistema solare o anche oltre. In pochi si ebbe la consapevolezza dello sforzo scientifico necessario e dell’impegno economico profuso per una ricerca così avanzata e irta di insidie. Ma di sicuro per tutti fu comune un senso di inquietudine, pari a quello che si avverte ogni volta che si assiste o si è protagonisti di un vero cambiamento. Ancora non sappiamo se siamo soli nell’ Universo, ma da quel giorno è fuor di dubbi che vi sia la consapevolezza che sono in essere degli strumenti che potranno avvicinarci ad altre realtà e a altre conoscenze, sia in forma automatica che con la partecipazione umana.

Galileo Galilei nel XVII secolo espresse la sua genialità, nell’ osservazione visiva degli spazi che gli erano consentiti dalle sue lenti e dai suoi occhi malati, non tanto per gli strumenti che costruì con le proprie mani quanto per il fatto di aver mostrato la validità del metodo scientifico, nella forma rigorosamente tangibile fino a trascinarsi sulle proprie spalle una polemica storica con le verità dogmatiche tramandate fino ad allora, che cercavano con la sola speculazione di pensiero, di difendere la centralità dell’esistenza umana rispetto all’ intero sistema del creato.

La similitudine tra le due epoche ci appare reale e mostra che il divenire è irrinunciabile. Ma, nell’ approssimarsi della Santa Natività, data così cara all’ intero mondo cristiano, come può essere vissuto il binomio di scienza e teologia senza frangere le sottili pareti che separano due mondi così antitetici?

«Se l’uomo è Alpha e Omega, allora per ragioni religiose è davvero molto importante che egli viaggi in altri mondi e in altre galassie; per questo forse il destino dell’Uomo è quello di assicurare l’immortalità, non soltanto alla sua razza ma anche alla scintilla della vita stessa» disse Wernher von Braun in un’intervista rilasciata il 23 dicembre 1959 al magazine americano Christian Century. Lo ricordano certamente i lettori che mi seguono, von Braun è stato tra i padri della missilistica e per quanto si sia ammantato di una coperta religiosa, non è mai stato proprio uno stinco di santo quando nella Germania nazista aveva guidato i più nefandi programmi di distruzione della razza umana e del resto in queste sue parole si leggono tutte le volontà di espansione e di conquista.

Il primo papa a benedire l’esplorazione dello spazio fu Giovanni XXIII perché durante il suo pontificato ebbe corpo la grande avventura principiata dal popolo sovietico che certo non aveva i migliori rapporti con la comunità religiosa di Roma.

E in effetti Radio Vaticana ridimensionava in modo molto autoritario talune attività in corso: «L’evoluzione della tecnica, realizzata per mano dell’uomo, cela in sé un enorme pericolo: l’uomo può pensare di essere il creatore e che tutto ciò che è fatto con le sue mani sia frutto del suo intelletto e operato ma l’uomo è semplicemente lo scopritore di ciò che Signore Dio gli ordina» ma nonostante gli afflati di conservazione, per niente apprezzati da Mosca e dall’antico quotidiano Izvestija, papa Roncalli dopo la recita di un Angelus, definì Pavlo Romanovyč Popovyč e Andrijan Grigor’evič Nikolaev, protagonisti del doppio lancio Vostok 3 e 4: «giovani piloti dello spazio che stanno sperimentando le capacità intellettuali, morali e fisiche dell’uomo». Un atto di rappacificazione o di consapevolezza? Alcuni suoi biografi sostengono che la preghiera non andava «al progresso nella conoscenza e nel dominio della natura, quanto al fatto che le missioni spaziali fossero lo strumento per riconoscere il dovuto omaggio reso a Dio creatore».

Il suo successore, papa Paolo VI visse il tempo dello sbarco sulla Luna già dalla missione di Neil Armstrong, Edwin Aldrin e Michael Collins e Montini definì il 20 luglio 1969 un giorno storico per l’umanità pronunciando frasi forse dimenticate ma piene di un futuro molto prossimo: «Faremo bene a meditare sopra questo straordinario e strabiliante avvenimento; a meditare sul cosmo, che ci apre davanti il suo volto muto, misterioso, nello sconfinato quadro dei secoli innumerevoli e degli spazi smisurati». Si tratta di affermazioni che per quanto agli scettici possano apparire esibizioni di opportunismo mediatico, segnano sicuramente una svolta tra il modernismo di chi ha guidato dalla Cattedra di San Pietro e deve continuare a essere a capo della chiesa cattolica.

Nell’approssimarsi del Natale, Sua Santità Francesco ha voluto un collegamento con la Stazione Spaziale Internazionale poco prima che l’astronauta italiano Paolo Nespoli facese ritorno sul pianeta Terra ma questi assieme a Roberto Vittori aveva già comunicato con un altro papa dallo Shuttle, il 21 maggio 2011: allora era stato Benedetto XVI, in collegamento dalla biblioteca vaticana. E Ratzinger già nel 2008 riportava un suo pensiero: «L’astronauta e la sonda lunare scoprono la Luna solo come roccia, deserto, sabbia, montagne, ma non come luce. E in effetti essa è in se stessa soltanto questo: deserto, sabbia, roccia».

Francesco invece, all’equipaggo della postazione in orbita ha detto: «Siete un piccolo Palazzo di Vetro in cui la totalità è più grande della somma delle parti». Una visione meno teologica e più razionale, segno del tempo che sta avvicinando dei mondi che non possono più essere lontani, a meno di non scadere nel paradosso attribuito a George Melville, ingegnere capo della marina statunitense: «Se Dio avesse voluto che l’uomo volasse, gli avrebbe dato delle ali».

Ad ogni modo, tra tre giorni sarà Natale anche per gli astronauti a bordo della Stazione Spaziale e per loro i regali arrivano assieme ai rifornimenti con una navetta automatica e appena lo scorso 19 ha attraccato Soyuz MS-07 con Anton Shkaplerov, Scott Tingle e Norishige Kanai, accolti dal comandante Alexandre Misurkin, con Mark Vande Hei e Joe Acaba. Nazionalità diverse, fedi probabilmente distanti ma uniti da un laboratorio straordinario e da una festività universale. Buon natale, amici della SSI.

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