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Antrolpologia della Musica

Musica: fenomeno estetico o fenomeno sociale?

Con il professor Giovanni Giuriati discutiamo di musica da un punto di vista antropologico

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Per molto tempo la discussione sulla musica nel mondo occidentale si è concentrata su punti di vista fondamentalmente estetici. Soprattutto due sono stati i punti di vista, tra loro opposti, ad aver dominato le discussioni accademiche dal XIX secolo fin quasi ai nostri giorni: per alcuni la musica deve suscitare emozioni nell’ascoltatore, per altri il valore della musica è la musica in sé.

Entrambe queste posizioni non tengono conto di un aspetto fondamentale del fenomeno musicale: la musica è un fatto sociale, viene creata da persone facenti parte di un gruppo per persone che fanno parte di un gruppo, prevede delle forme e dei contesti in cui essere fruita e, in maniera più o meno esplicita, veicola dei sistemi di valori.

Per approfondire questo aspetto, abbiamo discusso con il professor Giovanni Giuriati, titolare delle cattedre di Etnomusicologia e Musicologia della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma.

Mentre musicologi e compositori si accapigliavano per stabilire se la musica avesse un valore assoluto o se fosse destinata a ‘mover gli affetti’ dell’individuo sensibile, un punto di vista interessante arrivò dall’antropologia e, più precisamente, dall’etnomusicologia. Spostando la loro attenzione dal repertorio classico europeo ad altri lontani nello spazio, nel tempo o anche semplicemente nel ceto, gli etnomusicologi si resero conto di come i fenomeni musicali avessero una forte valenza sociale, di come fossero legati a rituali precisi e di come strutturassero sistemi di comportamento codificati.

Sviluppatisi nell’epoca del colonialismo europeo e concentrandosi su questi repertori ‘lontani’, l’etnomusicologia risentì della mentalità positivista del suo tempo. Si sviluppò quindi un modello ‘darwinista’ per cui le musiche ‘primitive’ erano legate a riti, a idee magiche e, di conseguenza, a funzioni sociali, mentre le musiche evolute (in quell’ottica la musica classica europea) si era sviluppata in direzione di un approccio più individuale e quindi estetizzante. In questo modo si ritornava alla dicotomia tra la visione della musica come ispiratrice di emozioni e quella della musica come valore formale assoluto.

Queste idee darwiniane, con il tempo, hanno mostrato tutta la loro debolezza. In un primo momento si pensava che osservando le cosiddette ‘culture primitive’ si potesse giungere a comprendere qualcosa sulle origini del fenomeno musicale.

Come ci spiega il Professor Giuriati, in seguito ci si è accorti che ciascuna cultura, anche la più remota, è frutto di incontro, scambio, comunicazione, sincretismo. Di conseguenza, “le teorie oggi più accreditate sull’origine della musica hanno a che fare con quelle che sono le ricerche dei neuroscienziati, dei biologi e anche, in parte, degli psicologi cognitivisti” anche se “allo stato attuale, ancora non ci sono delle teorie largamente fondate e condivise”.

Al di là delle considerazioni sull’origine del fenomeno musicale però, l’apporto forse più significativo derivato dagli studi etnomusicologici è stato quello per cui ci si è resi conto che non è data musica che non sia fenomeno sociale: la musica, tranne dei casi rarissimi, è fatta per essere ascoltata, per essere condivisa, per essere comunicata quindi è un fenomeno sociale per sua natura, come mezzo espressivo, comunicativo”; di conseguenza “una prospettiva antropologica su tutto questo è vedere e considerare la musica all’interno di processi culturali, all’interno di sistemi nei quali i codici musicali sono condizionati dalla cultura che li esprime”. Il concetto di ritualità, in questo contesto, assume un ruolo estremamente importante: “una delle funzioni della musica è proprio quello di rafforzare la coesione sociale del gruppo: in questo senso può avere una valenza identitaria ma, allo stesso tempo, il rito è anche qualcosa di inclusivo” dato che “nel momento in cui definisce una comunità, la ridefinisce ogni volta in base a chi ne fa parte”.

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