mercoledì, gennaio 17

Mosul: una riconquista simbolo della fine del falso Stato Islamico

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L’Esercito iracheno ha annunciato ieri di aver ripreso il controllo della Grande moschea di Al-Nuri a Mosul, nella città vecchia che è ancora in mano ai jihadisti dell’Isis.
E’ una conquista dal grande valore simbolico perchè in questa moschea, la più nota della seconda città del Paese, Abu Bakr al-Baghdadi annunciò, proprio il 29 giugno di tre anni fa, la nascita del Califfato, un territorio compreso tra il nord della Siria e il nord dell’Iraq. In realtà il luogo sacro è ridotto a un cumulo di macerie. Il 21 giugno fonti militari irachene hanno denunciato che i miliziani dell’Isis hanno distrutto la moschea, mentre il gruppo jihadista ha accusato la coalizione internazionale a guida Usa. I miliziani avrebbero fatto esplodere l’edificio e il suo antico minareto risalente al XII secolo, mentre le truppe si avvicinavano. Ora la moschea è praticamente distrutta e, secondo le immagini mostrate dall’Esercito iracheno, del minareto resta soltando la base. La bandiera nera dell’Isis ha sventolato sul minareto per tre anni, dall’estate del 2014. Le truppe di Baghdad e curde da oltre otto mesi combattono per riprendere in controllo totale di Mosul, con il sostegno della coalizione internazionale

Il comandante delle operazioni congiunte, il generale Abdelamir Yarala, ha annunciato in una nota che le forze antiterrorismo hannoliberatola moschea e la zona di Seryejana, cacciando i jihadisti dello Stato Islamico.
I jihadisti sono sempre più messi all’angolo dalle truppe, dentro la città vecchia di Musul che è stata il loro principale feudo in Iraq. Le forze congiunte, formate da Esercito e corpi di Polizia, hanno dichiarato ieri di controllare il 50% della città vecchia e che nelle mani dell’Isis resta soltanto una zona larga 850 metri e lunga 1.700.
«Il loro fittizio Stato è caduto», ha detto il portavoce dell’Esercito iracheno, generale Yahya Rasool.
Le autorità irachene prevedono che la battaglia per riconquistare Mosul si concluda nel giro di alcuni giorni. Il premier Haider al-Abadi, ha fatto sapere il suo ufficio, «ha dato istruzioni per portare la battaglia alal sua conclusione».
I jihadisti -poche centinaia- sono rimasti in pochi quartieri della città vecchia di Mosul, dopo che già erano stati cacciati dalla parte orientale al di là del fiume Tigri. I team di specialisti devono ripulire l’area dagli ordigni e dalle trappole piazzate dall’Isis per frenare l’avanzata militare.
La riconquista della moschea di Mosul segna la ‘fine’ dello Stato dei jihadisti, ha affermato il Primo Ministro iracheno. «Stiamo assistendo alla fine del falso Stato del Daesh», ha detto Haider al Abadi in una dichiarazione in inglese sul suo profilo Twitter, «la liberazione di Mosul lo dimostra: le nostre forze coraggiose porteranno la vittoria, continueremo a combattere contro Daesh fino a quando gli ultimi terroristi saranno uccisi o portati alla giustizia», ha detto Abadi su Twitter.

Mosul, 300 chilometri a nord di Baghdad e con un milione e mezzo di abitanti, è la seconda città dell’Iraq, è la più grande città a maggioranza sunnita di tutto il Paese (a maggioranza sciita). Per la sua storia, che vide fino a pochi anni fa anche la presenza di una grande comunità cristiana, Mosul è stata considerata l’emblema del multiculturalismo in Iraq.

La città è cruciale dal punto di vista strategico: in Iraq era l’ultimo grande centro ancora sotto il controllo jihadista nel Paese e vicina alla Siria. Le sue dimensioni ne hanno reso più difficile la liberazione rispetto ad altre città come Falluja o Ramadi che erano quattro o cinque volte più piccole. Mosul è a stragrande maggioranza sunnita, proprio come i miliziani dell’Isis, mentre il Governo e l’Esercito iracheno sono prevalentemente sciiti. Tra l’altro vi vivono 7.000 ex ufficiali delle forze armate di Saddam Hussein e altri 100.000 ex militari, molti dei quali furono cacciati nel processo di ‘de-baathificazione’ (Baath, era partito di Saddam) avviato dopo l’invasione americana nel 2003 e che quindi si sono almeno in parte schierati con le forze del Califfato.
I lunghi preparativi per la riconquista hanno dovuto tenere conto dell’aspetto militare ma anche di quello umanitario: secondo le autorità irachene, da ottobre 2016, inizio dell’operazione, sono fuggiti da Mosul più di 650.000 persone.
Dopo la riconquista della parte est, la prima a cadere, sono tornate a casa circa 140.000 persone.
Negli ultimi 10 giorni, le forze irachene sono avanzate dentro la Citta’ Vecchia, l’ultima sacca ancora rimasta sotto il controllo dei jihadisti. La città è divisa dal Tigri e il Governo di Baghdad ha annunciato la liberazione della metà orientale della città nel gennaio del 2017. Un mese dopo è cominciata la grande offensiva finale, ma la riconquista della zona sulla riva destra del fiume, in cui si intrecciano vicoli e strette stradine, si è rivelata più complicata.

C’è da ricordare che a Mosul esiste una diga che permette di sfruttare le acque del fiume Tigri per il sostentamento della popolazione e la produzione di energia elettrica non solo per la città, ma per una buona parte dell’Iraq. Anche questa diga, seppur per un breve periodo, è stata tenuta sotto controllo dagli uomini di al-Baghdadi, con tutti i rischi del caso, visto che l’ISIS ha usato questa diga come altri bacini idrici come arma da guerra a tutti gli effetti.
La diga di Mosul oltre a essere fondamentale per la vita di molti iracheni, è anche stata una delle grandi minacce in quanto strutturalmente debole e a rischio di crollo. Lo scenario ipotizzato lo scorso anno è stato quello di un crollo della struttura che avrebbe potuto portare a un’inondazione di proporzioni apocalittiche con il rischio di arrivare fino a Baghdad, e che sicuramente avrebbe raso al suolo la città di Mosul.

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