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Le strategie

Mosul: strategie di resistenza urbana

Arrestata l'avanzata dei Peshmerga. L'IS non si piega e mina la città

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Nella notte tra domenica 16 e lunedì 17 ottobre 2016 sono iniziate le prime offensive dirette alla ripresa della città strategica di Mosul in Iraq. La città è sotto il controllo dello Stato Islamico dal 2014, diventata roccaforte del loro dominio incontrastato fino alla fine del 2015 quando le bandiere nere hanno iniziato progressivamente a perdere controllo effettivo sul territorio lasciando spazio di manovra alla coalizione. Dopo aver conquistato Mosul, il leader dell’IS Al Baghdadi era entrato in città e aveva instaurato un califfato islamico che ad un certo punto copriva quasi un terzo dell’Iraq e della Siria. Ma fin dagli ultimi mesi dello scorso anno, i militanti dello Stato Islamico hanno perso battaglie in Iraq e le aree controllate nel Paese si sono ristrette a Mosul e ad alcune piccole città nel nord e nell’ovest.

Con l’inizio delle operazioni offensive i primi risultati sono arrivati, a poche ore dall’inizio degli scontri, dai stessi Peshmerga che hanno strappato all’IS il controllo di sette villaggi. Gli stessi guerriglieri curdi hanno poi sottolineato, attraverso il presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, di non aver intenzione di entrare nella città, lasciando il compito alle sole forze governative di Baghdad per non fomentare tensioni. Una mossa che sottolinea la lungimiranza strategica dei curdi che iniziano da ora a porre le basi per una futura rivendicazione territoriale dopo aver perso un numero cospicuo di combattenti nella lotta contro l’IS.

Ricordare l’importanza strategica di Mosul per il Califfo ci riporta direttamente a ragionare sulla resistenza che lo Stato Islamico metterà in atto pur di non vedere cadere la sua roccaforte in mano all’alleanza nata per contrastarlo. Da diverse settimane, cioè da quando si è data quasi per certa l’offensiva, gli Imam spronano i miliziani di Al-Baghdadi, evocando la ‘battaglia di al-Khandaq’, anche conosciuta con il nome di ‘battaglia di Medina’, combattuta dai musulmani il 5 aprile 627. In questa battaglia circa 3mila musulmani restarono asserragliati dentro Medina, respingendo 10mila meccani e affermando il primato della città del Profeta Maometto. Il richiamo a questo mito fondante fa da cornice alla resistenza dello Stato Islamico che non solo sarà mosso da ragioni strategiche rilevanti ma da un indottrinamento che deriva direttamente dalle vicissitudini del Profeta. Per i seguaci dell’IS che seguono pedissequamente gli insegnamenti profuso dagli Imam affrontare la battaglia spinti da una pagina di storia sarà ulteriore motivo di resistenza.

Ma come è possibile difendere una città che conta oltre 1,5 milioni di abitanti e solo 8-12000 fedeli delle bandiere nere? Il dubbio è lecito ma la risposta è da ricercarsi in una strategia che ha caratterizzato tutti gli interventi in Medioriente e Corno d’Africa degli ultimi 25 anni: la resistenza urbana. Nonostante la diversità numerica rilevante si presume che gran parte della città sia stata minata con ordigni rudimentali facilmente fabbricabili con prodotti che normalmente chiunque tiene in casa oppure con fertilizzate e prodotti chimici. A distanza di sole ventiquattro ore le vie per accedere alla città sono così disseminate di ordigni e piccole trappole esplosive che i Peshmerga si sono dovuti arrestare in diverse occasioni mandando avanti le unità per la bonifica e in alcuni casi ha dovuto lasciare aliquote di persone specializzato per liberare le vie di accesso. Minare le strade impedisce agli abitanti, che non sono stati allertati, di scappare verso la periferia della città creando un vero e proprio nucleo forte a difesa delle roccaforti interne al centro di Mosul. L’uso dei civili sfruttati come scudi umani è una prassi che nei conflitti moderni non ha mai smesso di essere utilizzata anche se lo Stato Islamico ha implementato il loro utilizzo facendo leva sui confini morali imposti dalla conduzione delle operazioni occidentali.

Una strategia che ha funzionato in maniera relativa perché bombardamenti e scontri a fuoco continuano a mietere vittime civili nonostante gli accorgimenti intrapresi per evitare il danno. Gli IED o ordigni esplosivi improvvisati sono caratterizzati da una grande versatilità d’utilizzo, possono essere grandi o piccoli e si attagliano alle esigenze che lo scontro impone. In un contesto urbano utilizzare questi ordini è molto più facile ed occultabile, possono essere utili non solo per fermare le vie di fuga dalla città verso la periferia ma anche e soprattutto viceversa. Proprio dalla periferia dalla città le forze della coalizione si stanno muovendo verso un’asse che porta direttamente al cuore di Mosul dove gli scontri saranno più intensi ed il rischio di colpire i civili più alto. Nella sola giornata di lunedì 17 ottobre si sono contati oltre quindici attacchi suicidi in pochissime ore ed un numero rilevante di ordigni rudimentali posizionati lungo le strade e negli edifici. Evidentemente i miliziani dello Stato Islamico si preparano da mesi alla battaglia di Mosul così come accadde per Palmira in Siria dove l’esercito russo impiegò tre settimane a disinnescare centinaia di ordigni.

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