lunedì, novembre 20

Morto Liu Xiaobo. Ed è polemica sulla Cina

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E’ morto all’età di 61 anni il premio Nobel per la Pace cinese e oppositore Liu Xiaobo. Era malato di un cancro al fegato ed era ricoverato al First Hospital of China Medical University di Shenyang. L’ufficio giudiziario di Shenyang ha reso noto che è deceduto a causa dell’insufficienza di diversi organi primari. L’uomo stava scontando in carcere una pena di 11 anni inflitta nel 2009 per incitamento alla sovversione dei poteri dello Stato.

Il premio Nobel per la Pace a Liu Xiaobo arrivò nel 2010 «per la sua lunga e non violenta battaglia per i diritti fondamentali dell’uomo in Cina». Nelle ultime settimane attivisti e governi stranieri, Stati Uniti e Germania su tutti, si erano mossi affinché potesse essere trasferito all’estero per ricevere cure mediche, ma la Cina aveva negato ogni permesso. Il comitato er il Premio Nobel accusa Pechino di avere una ‘responsabilità pesante’ per la morte di Liu Xiaobo. E ora c’è apprensione anche per la moglie, tanto che il segretario di stato Usa Rex Tillerson ha chiesto a Pechino di liberare dagli arresti domiciliari la donna per consentirle di lasciare il Paese.

Agenti americani avrebbero potuto uccidere il leader nordcoreano Kim Jong-un durante il lancio del primo missile balistico intercontinentale lo scorso 4 luglio a Kusong. E’ la clamorosa rivelazione fatta a ‘Business Insider‘ l’esperto della società di consulenza Stratfor, Rodger Baker. Durante il lancio i militari avrebbero avuto sotto tiro il leader coreano, ma non hanno fatto fuoco. Con la decisione di non uccidere Kim, ha osservato Baker, gli Usa hanno tra l’altro dimostrato di avere la capacità di colpire il Paese.

Intanto per gli Usa, con Donald Trump a Parigi per incontrare Emmanuel Macron (con lui, poco dopo, anche Angela Merkel), sono ore calde per l vicenda che vede coinvolto il figlio del presidente. Il presidente della commissione Giustizia della Camera, il repubblicano Chuck Grassley, ha fatto sapere di aver chiesto a Donald Trump Jr di testimoniare, sottolineando che è pronto ad emettere un mandato se necessario.

Passando alla Libia, le milizie che appoggiano il governo di unità nazionale insediato a Tripoli avanzano a est della capitale ai danni di formazioni armate che rispondono all’ex-premier Khalifa Ghwell. La missione Onu in Libia (Unsmil) lunedì aveva segnalato su Twitter che il suo consigliere militare, il generale Paolo Serra, ha discusso la situazione creatasi a Tripoli con il vicepremier Ahmed Meitig: «Il generale Serra ha sottolineato la necessità di una ‘de-escalation’, di assicurare la protezione dei civili e ha esortato le parti al dialogo e a concordare un immediato cessate il fuoco», aveva informato l’Unsmil.

Per quanto riguarda al questione migranti, ecco arrivare i nuovi dati di Frontex, secondo cui a giugno sono stati 24.800 gli arrivi in Italia, con un aumento dell’8% rispetto al livello del mese precedente. Nei primi sei mesi del 2017 sono stati 85.000 gli arrivi nel nostro Paese, con un aumento del 21% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. In generale però il flusso complessivo di migranti verso la Ue è in calo: nei primi sei mesi è stato di 166.000 persone, -68% rispetto al 2016.

Rimanendo in Europa, la Commissione Ue avvia una procedura d’infrazione contro l’Ungheria per la legge che introduce una stretta sulle Ong che ricevono finanziamenti dall’estero. Nel mirino soprattutto le organizzazioni del magnate ungherese-americano George Soros.

Il governo britannico ha presentato il ‘Repeal Bill‘, la legge che cancellerà l’intera legislazione europea nel Paese in vista della Brexit. Il ministro per la Brexit David Davis ha esortato i membri del Parlamento a ‘lavorare insieme’ ma laburisti e liberal democratici minacciano di votare contro a meno di cambiamenti sostanziali. Intanto la premier Theresa May ha confessato di  avere versato una lacrima dopo aver visto gli exit poll la notte delle elezioni dell’8 dicembre scorso, che le sono costate la maggioranza in Parlamento. Intervistata dalla BBC, la May ha detto di essere rimasta scioccata dal risultato.

Chiudiamo con il Brasile, dove l’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva è stato condannato in primo grado per corruzione in uno dei processi dell’inchiesta Lava Jato e rischia una una pena di nove anni e sei mesi di reclusione. Lula è stato ritenuto colpevole di aver ricevuto tangenti pari a 3,7 milioni reais (poco più di un milione di euro) per via di tre contratti stipulati tra l’impresa di costruzioni OAS e il colosso statale del petrolio, Petrobras. «Il golpe iniziato contro Dilma Rousseff non sarebbe stato completo senza impedire la mia candidatura alle presidenziali del 2018», ha dichiarato Lula in serata.

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