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Salute e alimentazione

Morire per il cibo, anoressia e bulimia

Disturbi dell'alimentazione tra psicoanalisi e comunicazione mediatica

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I Disturbi dell’Alimentazione possono essere distinti o grazie a una semplice ripartizione intuitiva tra ‘mangiar poco o niente e abbuffarsi’, o con l’ausilio di una quantità sterminata di studi riconducibili però a ‘dottrine’ spesso assai distanti per stile, orientamento e scelte terapeutiche. Il DSM-5, l’ultima versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, ci soccorre distinguendo: «Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo», «Anoressia Nervosa», «Bulimia Nervosa», «Disturbo da binge-eating» e «Disturbo della nutrizione o dell’alimentazione con altra specificazione»; almeno per amore di chiarezza, si può far riferimento a questo schema, arricchito peraltro di molte spiegazioni utili per chiunque volesse saperne di più.

A volerne sapere di più, anche per motivi professionali, sono i giornalisti e quanti affidano alla comunicazione mediatica la diffusione e possibilmente la semplificazione di concetti astrusi, con l’obbligo morale di evitare divulgazioni confusive o addirittura inesatte.

Se un individuo mangia poco o troppo, non in casi d’occasione o forzati, né periodicamente per motivi religiosi o di salute, rifugiandosi invece in una persistente e irriducibile ideazione fantasmatica per cui il cibo rappresenta tutt’altro e non il piacevole soddisfacimento di un bisogno animale, sia pur arricchito da cultura e abitudine, se così facendo egli riassume teoria e pratica della necessità di alimentarsi in un comportamento coatto e ripetuto nel tempo, sino a svilire il senso della propria vita in un ‘corteggiamento della morte’ per inedia, o in una brutalizzazione delle leggi del corpo per incongrua alimentazione, in entrambi i casi senza nessuna cura di quel Piacere che la Natura ha avuto cura di abbinare ai comandi della Riproduzione e della Sopravvivenza della Specie, ebbene, se quanto ipotizzato si realizza, a vari livelli e in ambiti diversissimi, vuol dire che qualche insondabile ‘ragione personale’ annichilisce la Ragione e la Legge, che dalla notte dei tempi tutelano e impreziosiscono l’esistenza terrena dell’Homo sapiens sapiens.

Cominciando a definire i connotati della sindrome più nota, l’Anoressia Nervosa, scopriamo che la progressiva e inesorabile espulsione di alimenti dalla dieta personale da parte di un adolescente, di solito una ragazza, e l’arbitraria semplificazione del proprio schema nutrizionale, imposta da idee salutistiche a volte del tutto bizzarre, sono spesso in realtà i primi sintomi di questa malattia e non un transitorio e più benigno disturbo cosiddetto “evitante/restrittivo”.

L’Umanità tutta, d’ogni tempo e d’ogni luogo, allinea tra le paure più terribili la minaccia della Fame, il timore cioè di morire per mancanza di cibo; in passato esso era attivo in quasi tutto il mondo, oggi è tristemente all’opera in più della metà del Pianeta, quasi come un’ennesima ragione di vergogna per la frazione della Terra ricca e ben alimentata che, guarda caso, recluta la quasi totalità dei soggetti anoressici. Probabilmente, bisogna pur aver a disposizione un ‘bene’ per giungere poi a disprezzarlo, ma tanto altro forse si nasconde dietro questa dissonanza…

A fronte di possibili o documentate cause genetiche, assetti ormonali specifici, esasperazioni rischiose dei naturali istinti, il corpo della donna è da sempre condannato a essere il teatro della rappresentazione di scopi e bisogni legati al potere del maschio e anche lo schermo su cui si proiettano idee di asservimento e conquista virile.

Anticamente, nella comunione con lo Spirito o nel forzato ritiro dal progetto “maligno” della mondanità, le sante ascetiche (anche i santi), le ragazze recluse o perversamente controllate e, ancora, quelle donne più fragili per sempre bambine, potevano usare come arma di difesa la “progressiva” sottrazione allo sguardo altrui del proprio “bel corpo”, concupito ma predeterminato, mirando a trasformarlo in scheletrito e progressivamente indesiderabile involucro. Ecco quale poteva essere l’unico smacco alla potenza acefala del desiderio maschile da parte di una digiunante, ritirata sino ai confini della sopravvivenza o illanguidita in un prosciugamento estremo, di sicuro inconciliabile con l’imperativo cromosomico di ospitare e nutrire una nuova vita. I digiunanti, i maschi asceti, tuttavia, pur a costo dello stesso sacrificio accedevano alla santità meno facilmente di quanto le anoressiche fuori dai conventi potessero conquistare il rogo…

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