mercoledì, settembre 19

Mondiali e politica: bisogna avere … FIFA? La strana lotta dell' organismo che 'governa' il calcio mondiale

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La FIFA, l’organismo che ‘governa’ il calcio mondiale, ha le idee molto chiare per quanto concerne il rapporto fra sport e politica: è infatti espressamente vietato che i calciatori esprimano le proprie convinzioni politiche nel corso delle manifestazioni sportive, specialmente quelle in cui maggiore è il risalto mediatico. Ma, come recita un detto, le leggi per i nemici si applicano, per gli amici si interpretano.

Domagoj Vida, difensore centrale della Nazionale croato, è stato fra i protagonisti della vittoria della Croazia contro i padroni di casa della Russia, nell’ultima partita dei quarti di finale del torneo. Il giocatore ha dapprima segnato un gol e poi siglato uno dei rigori che hanno decretato la vittoria della Nazionale ex-jugoslava (terminata 2-2 dopo i tempi supplementari e 4-3 ai rigori). Per una lunghissima parte della sua carriera, Vida ha giocato in Ucraina, indossando la maglia della Dinamo Kiev ed è rimasto molto legato a quella terra: nel corso dei festeggiamenti si è dunque lasciato andare a un “Gloria all’Ucraina!” che, ripreso dalle telecamere e circolato sui social, ha fatto indispettire non poco i padroni di casa che, dopo aver subito l’onta della sconfitta, hanno ritenuto la frase del difensore una grave provocazione. Vida, con la sua esternazione, ha infatti riacceso i riflettori su una situazione – quella ucraina – che più di un imbarazzo ha causato a Mosca e che il Cremlino non vuole rievocare, specialmente adesso che tutti gli occhi del mondo sono puntati verso la propria direzione. La FIFA, dunque, ha aperto un fascicolo nei confronti del croato, con la possibilità di comminargli una squalifica. Vida, pertanto, potrebbe saltare la semifinale: una partita storica per la sua nazione, che solo una volta, in passato, aveva avuto la possibilità di giocare (Francia 1998).

Il merito della regola potrebbe essere oggetto di ampie discussioni. È giusto che una federazione (nei limiti del possibile) non politica abbia delle posizioni così nette in questa materia, tanto da dover prendere provvedimenti in casi come quello sopracitato? Ma, giusta o non giusta, al momento questa è la regola. Dura lex, sed lex, si potrebbe dire. Se non fosse che, in questo stesso torneo, un caso non dissimile è stato trattato in maniera totalmente diversa.

Nei gironi di qualificazioni si sono affrontate la Serbia e la Svizzera. Questi due Stati non hanno mai avuto, in passato, occasioni di contrasto, ma, andando a leggere i nomi dei calciatori che rappresentano la Selezione svizzera, si potrebbe cambiare idea. Molti calciatori che indossano la maglia dei bianco crociati, infatti, appartengono a quelle famiglie che sono dovute scappare dal Kosovo durante le guerre in Jugoslavia, per evitare le persecuzioni dei serbi. Ecco che, dunque, una partita apparentemente priva di connotazioni politiche, diventava occasione per qualche giocatore di regolare, calcisticamente parlando, i conti con il proprio passato. Inizialmente, Aleksandar Mitrovic, attaccante serbo, aveva regalato il vantaggio alla Nazionale balcanica, ma sul finire della partita, Granit Xhaka, svizzero di origini kosovare, marca il gol del pareggio. Era arrivato il momento della rivalsa: il centrocampista incrocia le mani a formare il profilo di un aquila bifronte, come quella rappresentata sulla bandiera albanese. Qualche minuto dopo, la Svizzera passa in vantaggio e si avvia a vincere la partita: la sorte ha voluto che a segnare questa seconda rete sia un altro giocatore di origini kosovare, Xherdan Shaqiri che, come il suo connazionale, decide di replicare l’esultanza polemica. La Nazionale serba non è molto felice della situazione: già in passato, nel 2015, una partita fra Serbia e Albania è stata sospesa a causa della rissa scoppiata fra le due compagini e vari esponenti del tifo serbo, in una partita delle qualificazioni per l’Europeo del 2016, a Belgrado. Politica e calcio, in quelle aree, sono sempre legate a doppio filo. Nel 2015, la  UEFA (organizzatrice del torneo) intervenne, penalizzando la Serbia, Paese ospitante della partita. Ma quest’anno, la FIFA non è intervenuta, lasciando le provocazioni al campo. Eppure, non è stato nulla di troppo diverso da quello per cui oggi Vida, il difensore croato, rischia di saltare la partita più importante della propria carriera. Come mai questa differenza di trattamento?

La sede dove si svolge la competizione, la Russia, spiega il perché di questo trattamento diverso: per quanto la FIFA provi a non manifestare posizioni politiche, si trova opportunisticamente ad agire a seconda di chi è al momento politicamente rilevante. In questo caso, il padrone di casa. Perché il Mondiale è innanzitutto una manifestazione politica: chi ospita il torneo e investe risorse nell’organizzazione di una fra le competizioni più seguite del mondo vuole mettersi in vetrina e approfittare delle luci dei riflettori puntate su di sé per rendersi attrattiva, manifestare le proprie superiori capacità e costruirsi un’immagine potente. Il Mondiale di calcio è innanzitutto una manifestazione politica nella misura in cui è megafono della macchina propagandistica di chi lo ospita: questo è viepiù vero quando a organizzare il torneo è uno Stato retto da un regime autoritario (o percepito come tale).

Pensando al passato, il caso dell’Italia fascista è un esempio emblematico. Il regime fascista fu infatti fra i primissimi a capire l’importanza della macchina propagandistica come strumento di promozione della propria immagine, anche attraverso il ricorso a schemi e modalità (auto)suggestionanti. Per questa ragione, l’Italia fascista fece di tutto per organizzare la seconda edizione del Mondiale di calcio: era il 1934 e quell’edizione fu vinta (guarda caso) dall’Italia. La Nazionale italiana dell’epoca era molto forte, potendo contare su un genio del calcio, come Vittorio Pozzo, in panchina, che riuscì a riconfermarsi quattro anni dopo, ai Mondiali di Francia del 1938 (prima edizione non vinta dall’organizzatrice del torneo – la prima edizione, quella del 1930, fu vinta dall’Uruguay, Paese ospitante). Tuttavia, sulla regolarità del torneo intervenne, in maniera occulta, la troppo zelante mano del Governo, che modificò ad arte il tabellone del torneo, permettendo all’Italia un cammino facile facile culminato con la vittoria finale.

E che dire del Mondiale del 1978, quando l’Argentina ospitò il Mondiale (vincendolo) ai tempi della dittatura di Videla? Il torneo fu utilizzato dalla giunta militare argentina per promuovere l’immagine di uno Stato libero, non dittatoriale e fu strumento per distrarre un popolo, quello argentino, alle prese con una profondissima crisi economica, sociale e politica. La vittoria della Seleccion, secondo alcuni analisti, prolungò la vita di un regime ormai alle prese con una crisi sistemica. La FIFA non si curò dell’uso a fini propagandistici del torneo, che si svolse in un clima surreale: le partite si giocavano davanti alle malefatte e ai crimini del regime argentino.

L’operazione della FIFA di depoliticizzare il Mondiale è dunque destinato a fallire nelle sue stesse premesse: ad avere la prevalenza sarà sempre l’istanza politica di chi ospita. L’importante è che lo spettacolo vada avanti.

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