lunedì, gennaio 22

Monarchia: una prospettiva italiana Prosegue l’excursus propositivo di Alessandro Sacchi, Presidente dell’UMI

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«La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale» (Articolo 139 Costituzione). 70 anni fa, diverse accezioni dell’idea di ‘sovranità popolare’, incarnate nella cesura esistente tra monarchici e i repubblicani, avrebbero portato al radicamento di un contrasto storico in futuro mai sanato. A due anni dal referendum del 1946, fu approvato un atto provvisto di ‘rigidità’, cioè soggetto a modifiche con procedura aggravata, non comprendenti la forma di governo: la nostra Costituzione, finché esisterà l’Articolo 139, dispone che l’Italia è e resterà una repubblica.

Mentre oggi, al Santuario di Vicoforte, si è commemorato per la prima volta, a 70 anni dalla morte, Re Vittorio Emanuele III, siamo tornati a intervistare Alessandro Sacchi, Avvocato del Foro di Napoli e Presidente dell’Unione Monarchica Italiana, partendo dal caso della Catalogna.

Nella precedente intervista, pur esprimendo posizioni ben distinte da Fernando Savater, Sacchi mostrava di  raggiungere il filosofo spagnolo in merito alla valutazione positiva dell’intervento di Re Felipe VI nella recente scissione politica della Catalogna, parlando di «equilibrio e saggezza» nella gestione della crisi.

 

Dottor Sacchi, la Catalogna ‘indipendente’, una spina nel fianco della stessa monarchia iberica, può valere come banco di prova della sua capacità catalizzatrice nonostante il cambio generazionale e il ruolo che ha assunto in passato, dalla fine degli anni Settanta alla prima metà degli anni 2000?

Qualche tempo fa, mi trovavo in Spagna e parlai a lungo con i catalani. Se nella città di Barcellona c’è un fermento repubblicano o indipendentista, nella provincia non è così. Lo dimostra il fatto che, quando hanno potuto manifestare liberamente, gli Unionisti sono scesi in piazza. Dal canto loro, i sostenitori dell’ormai ex-Presidente della Generalitat catalana hanno a tutti i costi cercato di farne un martire, con provocazioni all’esercito, che ha dovuto prendere di peso le persone e agire di conseguenza.

Ci sono state violenze ingiustificate su civili inermi, compresi gli anziani che sono andati a votare.

Le faccio un esempio. Consideriamo la Sicilia, Regione autonoma e a statuto speciale, la cui autonomia fu decisa da Umberto II, Luogotenente del Regno (l’autonomia della Sicilia fu un’idea della monarchia). Immaginiamo che, con legge, l’assemblea siciliana decidesse di riproporre il referendum monarchia/repubblica. Questa legge regionale sarebbe in contrasto con l’Art. 139 della Costituzione, per cui la Corte Costituzionale interverrebbe dicendo che il referendum non si può fare. Nel momento in cui il referendum fosse celebrato comunque, sarebbe un atto rivoluzionario e gli atti rivoluzionari si reprimono. Si ragiona poco con le rivoluzioni: è il principio di autotutela dello Stato, che si deve difendere dagli attacchi esterni, ma anche interni. Il Re di Spagna è stato molto equilibrato, tanto è vero che la cosa è rientrata e gli ‘eroi’, comodamente, se ne sono andati all’estero o sono stati arrestati. I civili si sono fatti ingannare da una votazione priva di ogni garanzia di serietà – che, del resto, non avrebbe potuto esserci.

Parlando del vostro approccio all’ideale monarchico, nell’UMI vi muovete in una prospettiva anti-passatista…

 Sono poche le occasioni per poter parlare in termini di contemporaneità. Adesso noi ci rivolgiamo a un concetto di monarchia non come fu fino al 1946 in Italia, ma quale potrebbe essere, a beneficio dell’Italia, domani.

Non  sento di dovere giustificarmi o difendermi per cose successe quando non ero neppure nato. Oggi si parla di un progetto per l’Italia e di come potrebbe funzionare nel tempo presente, non nel contesto storico di 80 anni fa. Il Congresso del 2012 mi ha portato alla Presidenza dell’UMI. C’è stata, indubbiamente, una trasformazione generazionale: quando sono entrato nel mondo monarchico, nel 1982, c’erano ancora i ‘ragazzi’ del ’99! Ho conosciuto i combattenti della Grande guerra e quelli che avevano fatto la Seconda guerra mondiale, quelli che avevano perso il referendum nel ’46 e quelli che hanno distrutto il partito monarchico negli anni Sessanta… Quindi c’è stato un cambio di leadership, ma anche di squadra: ora la squadra conta su gente più giovane, praticamente tutti nati in Repubblica e sono io a ritrovarmi tra i più vecchi – ho 53 anni.

Siamo partiti da dove bisognava partire 50-60 anni fa, cioè dall’Articolo 139 della Costituzione: la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione.

Se «La sovranità appartiene al popolo» (Articolo 1, secondo comma), ma se il popolo non può scegliersi la forma di governo, dove finisce la sovranità? Può esistere una sovranità a mezzo servizio? Può esistere una compressione così forte della sovranità per cui una decisione così importante presa dalla generazione di mio nonno deve vincolare anche i miei nipoti? In uno Stato di diritto a regime parlamentare è folle.

Se sono io a criticare duramente il 139, ciò assume un sapore politico interpretabile come revanche che tale non è – perché non ho nulla da rivendicare. Dico soltanto che, tuttora, la sovranità è compressa. 70 anni fa c’è stato un referendum discutibile e discusso sul quale non torno mai, nonostante gli studi di intellettuali come Aldo Alessandro Mola, Francesco Perfetti o Franco Mannati. L’oscillazione era minima penso che basterebbe invertire le cifre per capire com’erano andate veramente le cose. La metà degli italiani era monarchica.

La questione dell’Art. 139 è stata da noi affrontata con l’ausilio di tecnici del diritto. Abbiamo fatto una serie di manifestazioni e tavole rotonde in Italia a cui hanno partecipato Ordinari di diritto pubblico, filosofi del diritto, storici; e direi che, in maniera quasi unanime, hanno certificato che l’Art 139 non ha più ragione d’essere.

In base a cosa?

In base al principio generale secondo il quale i popoli hanno il diritto di scegliersi le istituzioni da cui essere governati.

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