lunedì, novembre 20

Migranti, da Tallinn ‘nessuna risposta all’Italia’

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Nel giorno in cui Malta passa il testimone all’Estonia alla guida del Consiglio Ue, a tenere banco al centro del dibattito europeo resta sempre la questione migrantiIn una conferenza stampa a Tallinn, capitale del Paese baltico, il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha annunciato che vedrà con il primo ministro italiano e con il primo ministro greco, nel corso della settimana prossima, quali sforzi supplementari possono essere messi in campo per aiutare l’Italia e la Grecia per gestire i flussi di arrivi.

Un’emergenza, quella migratoria, sulla quale «è importante trovare soluzioni» in quanto «non è giusto che un Paese venga lasciato solo» ad affrontarla. È questo il pensiero del ministro degli Esteri danese Anders Samuelsen, espresso oggi alla Farnesina, in un incontro con il suo omologo italiano Angelino Alfano. Nel summit, oltre al tema dell’immigrazione, si è discusso anche delle relazioni bilaterali tra Roma e Copenaghen, del destino e delle sfide dell’Europa e di lotta al terrorismo.

Malgrado le rassicurazioni di Juncker e gli encomi all’Italia dai vari partner europei, l’avvio del semestre di presidenza estone non porterà novità di rilievo sulla questione. Alla riunione informale dei ministri dell’interno Ue del prossimo 6-7 luglio a Tallin, infatti, «non daremo nessuna risposta, ma ascolteremo dall’Italia quali sono stati i cambiamenti quest’ultima settimana» per vedere come affrontare gli scottanti dossier della protezione delle frontiere, dei porti e le relazioni con la Libia. Così il ministro dell’interno estone Andres Anvelt, che guiderà i lavori dei colleghi Ue la prossima settimana, ha risposto a chi gli chiedeva quali soluzioni concrete sono in preparazione.

Le difficoltà di arginare l’immigrazione clandestina e contrastare la minaccia terroristica richiedono, in ogni caso, un rafforzamento della cooperazione tra Europa e Nord Africa. Lo pensa, tra gli altri, Marco Prencipe, da pochi mesi primo ambasciatore italiano in Niger. «Tutte le minacce – ha detto Prencipe – dal terrorismo fondamentalista all’inquinamento globale, dalle ondate incontrollate di immigrazione irregolare alle differenze economiche e sociali, non possono essere affrontate e risolte individualmente da un solo Paese». L’apertura dell’ambasciata a Niamey è stata decisa nell’ottobre 2016 nel quadro di un rafforzamento della presenza italiana ed europea nell’Africa Occidentale.

Cooperazione che invece appare sempre più a rischio tra Europa e Turchia. Il primo ministro di Ankara, Binali Yildirim, ha contestato a Bruxelles di non aver rispettato l’accordo sulla liberalizzazione dei visti per i cittadini della Turchia. Parlando nella capitale turca, dove è in corso il Business Forum Turchia-Ungheria, Yildirim ha detto che la Ue continua «a fare del suo meglio per ostacolare la piena adesione della Turchia all’organizzazione». La Turchia, ricorda Yildirim, «garantisce non solo la sicurezza dei Balcani, ma anche dell’Unione europea. Se i conflitti e le guerre in Medioriente non arrivano in Europa è perché la Turchia sta controllando la questione nella regione e fermando il flusso dei rifugiati». Eppure, ha concluso il premier turco, «non credo che i nostri amici europei apprezzino questo abbastanza».

Passando agli Stati Uniti, ma restando in tema di restrizioni sui flussi in entrata, parte ancora una volta dalle Hawaii un ricorso legale contro il ‘travel ban’ voluto da Donald Trump. Il provvedimento, inizialmente bocciato da un tribunale federale, è stato parzialmente reintrodotto dalla Corte Suprema lunedì scorso, ma solo per i cittadini dei sei Paesi a maggioranza musulmana che non abbiano «comprovati legami con individui ed enti negli Stati Uniti». Secondo le autorità dello Stato insulare, le linee guida diffuse dall’amministrazione Trump violerebbero le indicazioni date dalla Corte, finendo per bandire dagli Stati Uniti individui che hanno effettivamente parenti stretti nel Paese. Posto che i supremi giudici non hanno fornito delle indicazioni specifiche su quelle che considera ‘bona fide relationship’, il dipartimento di Stato ha iniziato ad applicarla secondo un’interpretazione restrittiva, che esclude nonni, zii e – in un primo momento – anche i fidanzati, salvo poi fare marcia indietro. Nella mozione al giudice federale si chiede quindi di intervenire contro le linee guida dell’amministrazione Trump, rivendicando il diritto dello Stato delle Hawaii di proteggere i residenti e i loro cari da un ordine esecutivo illegale ed incostituzionale.

Ad alzare la voce contro Washington, stavolta al di là del Pacifico, è anche la Cina, che si oppone alla vendita di armi per 1,4 miliardi di dollari a Taiwan approvata ieri dal dipartimento di Stato Usa. Il portavoce del ministero degli esteri, Lu Kang, ha invitato l’America a revocare l’accordo «per evitare che ne risentano le relazioni bilaterali e cooperazione in settori importanti» fra Pechino e Washington. L’accordo (inserito nel quadro del Taiwan Relations Act del 1979 con cui Washington si impegna ad assicurare a Taiwan «il mantenimento di capacità di autodifesa sufficienti») prevede supporto tecnico per lo sviluppo di radar per la ricognizione veloce, missili e siluri. La commissione difesa del Senato Usa, denuncia Pechino, ha anche approvato un provvedimento che consente alle navi militari statunitensi di attraccare regolarmente nei porti dell’isola.

Nessun commento in proposito da parte di Trump, il quale,  accogliendo nello studio Ovale il neo presidente dalla Corea del Sud Moon Jae-Inha invece ricordato che gli Usa hanno «molte opzioni sulla Corea del nord».  Ma ha affermato che gli Usa stanno lavorando ad una serie di misure diplomatiche, economiche e di sicurezza per difendersi dalla minaccia nordcoreana. «La Corea del Nord richiede una risposta determinata perché la Corea del Nord non ha alcun rispetto per la vita umana».

Restando in Estermo Oriente, la Birmania negherà il visto ai membri di una missione Onu incaricata di indagare sulle violazioni dei diritti umani contro la minoranza musulmana dei Rohingya, nell’ovest del Paese. L’invio della missione è stata decisa lo scorso marzo da una risoluzione del Consiglio di sicurezza, in risposta alle notizie di abusi dei diritti umani durante l’offensiva lanciata lo scorso ottobre dalle forze armate birmane nello Stato Rakhine, dove vivono circa un milione di Rohingya, causando almeno 200 morti. Secondo il viceministro degli esteri Kyaw Tin, che ne ha riferito ieri sera in Parlamento, il governo si dissocia dalla risoluzione perché essa «non rispetta quello che sta accadendo davvero sul campo».

Il governo russo considera «politicamente motivato» il rapporto con cui l’Opac (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche) afferma la presenza del gas Sarin nell’attacco del 4 aprile scorso a Khan Sheikhoun, nel nord della Siria. Il rapporto, presentato alle Nazioni Unite, ha confermato l’uso di armi chimiche sui civili dopo analisi sulle vittime e su campioni ambientali, senza però offrire una chiara indicazione circa le responsabilità. I risultati dell’indagine erano stati in parte preannunciati lo scorso 19 aprile, quando L’Opac rese noto che da un esame preliminare emergevano prove inconfutabili dell’esposizione degli abitanti del villaggio al Sarin.

Per finire, oggi il leader del sedicente Stato islamico Abu Bakr al Baghdadi «è sicuramente morto». Lo afferma Ali Shirazi, rappresentante della forza al Quds e della guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei, all’agenzia di stampa iraniana Irna. Il tutto a due settimane esatte da quando fonti del ministero della Difesa russo hanno dichiarato la presunta morte del Califfo in seguito a un raid dell’aviazione militare di Mosca. Tuttavia la notizia non è ancora mai trova ancora conferma.

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