venerdì, luglio 20

Merkel IV. Superare la ‘sfasatura’ tra Roma e Berlino In un’Europa frammentata un’intesa italo-tedesca è pensabile secondo una nuova narrativa, capace di guardare oltre i ‘buoni rapporti’. Intervista a Federico Niglia, Professore di Storia contemporanea presso l’Università ‘Guido Carli’ di Roma e Responsabile per i programmi accademici dello IAI

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Una volta ricostituita, con la conferma popolare interna al Partito socialdemocratico (SPD) di Olaf Scholz, la Grande Coalizione tra socialisti e conservatori dell’ ‘Union’ CDU-CSU, mercoledì a Berlino Angela Merkel, eletta dal Bundestag, ha prestato giuramento per il suo quarto mandato.

La tiepida fiducia ricevuta dal Parlamento federale (364 deputati favorevoli dei 399 parte della Coalizione, su un totale di 688, con 9 astenuti) riflette una situazione diversa dal dicembre 2013, anno in cui fu varato il Governo ‘Merkel III’.

Soprattutto nell’arco dell’ultimo biennio, si riscontra una progressiva erosione di autorità della Cancelliera, già confermata dalle legislative del 24 settembre. Tra i fatti  di Colonia – oltre alle aggressioni diffuse, i reati sessuali contro donne commessi la notte tra il 31 dicembre 2015 e il primo gennaio 2016 hanno portato a 492 denunce – e l’attentato terroristico a Berlino del 19 dicembre 2016, si è assistito a una revisione della ‘politica di benvenuto’ verso i richiedenti protezione internazionale. In proposito, Merkel ha svolto un ruolo centrale rispetto alla contestata Dichiarazione UE-Turchia, che ha provocato la drastica riduzione del flusso migratorio attraverso i Balcani. Contemporaneamente, ha lavorato per impedire che la stessa Turchia, con la tattica delle ‘visite strategiche’ che distingue Recep Tayyip Erdogan, portasse a buon fine il negoziato di adesione all’UE.

Tuttavia, la stretta sulla politica di accoglienza non ha impedito, nell’ambito di un processo maturato in diversi Paesi europei – che si riflette anche nell’ultimo esito elettorale italiano –, l’ascesa di Alternativa per la Germania (AFD), movimento euroscettico di destra radicale fondato nel 2013, che con il 13% e 1 milione e mezzo di voti ottenuti, oggi siede in Parlamento come terzo partito del Paese. Anche all’interno della ‘Grosse Koalition’, tuttavia, esiste una ‘seconda opposizione’ di matrice SPD, che inciderà su vari aspetti dell’agenda politica: misure fiscali, riforma delle istituzioni europee, politica migratoria, potenziamento del welfare – un’istanza amplificata dai Giovani socialisti (Juso) guidati da Kevin Kühnert.

Chiamando in causa l’incognita sui possibili scenari di governo prodotta dal voto del 4 marzo, il quotidiano tedesco ‘Die Welt’ ha assunto il caso dell’Italia a paragone negativo, parlando di una progressiva ‘italianizzazione’ della Germania dal punto di vista politico. Tuttavia, portare di riflesso l’attenzione sulle derive del consenso e su una disaggregazione politica che sembra cronicizzarsi limita la lettura dei rapporti tra i due Stati, oltre a eludere il problema di fondo: un’intesa politica di respiro europeo capace di tradurre i vantaggi di una nuova integrazione all’interno dei singoli contesti nazionali.

L’esito elettorale del 4 marzo è certamente significativo se pensiamo all’importanza, per la Germania, di un’Italia che stia dentro l’Europa: la questione di rinsaldare il rapporto, peraltro già solido, con la Germania si pone, a maggior ragione, in una stagione critica come quella che stiamo vivendo. Tale è il senso dell’iniziativa ‘Anders miteinander’ (‘Diversi, ma insieme’) promossa dall’Ambasciata italiana di Berlino, che propone (dal 20 febbraio al 18 maggio) un ciclo di incontri in materia di finanza e politica comune, ma anche di editoria e concezione museale, linguaggio dei media e sport. Oltre a mantenere un forte partenariato economico, Italia e Germania si presentano come attori determinanti per il rilancio dell’Europa: «Su tale rilancio», leggiamo nella presentazione, «Roma e Berlino condividono integralmente gli obiettivi anche se, talvolta – in particolare nel dibattito sull’Eurozona -,sono portatrici di sensibilità diverse e dunque anche di modalità di approccio non coincidenti».

Prima di entrare nel discorso sul futuro della cooperazione italo-tedesca, occorrerà considerare meglio le prospettive che si aprono con il nuovo Governo guidato da Angela Merkel. Ne abbiamo parlato con Federico Niglia, Professore di Storia contemporanea presso l’UniversitàGuido Carli’ di Roma e Responsabile per i programmi accademici e di formazione dell’Istituto Affari Internazionali (IAI).

Professore, che cosa cambierà con il nuovo Governo tedesco, considerate le componenti della Grande Coalizione e il fatto che la ricerca di una nuova politica capace di frenare l’austerity a livello europeo strida con le tendenze conservatrici interne al CDU, che non cede di fronte all’indebitamento di alcuni Stati membri, Italia compresa?

È probabile che l’attuale Governo sarà portato a una polarizzazione più accentuata al suo interno, per motivi che ritengo legati agli interessi dei due maggiori partiti. Mi spiego meglio: la CDU ha un incentivo a mostrarsi ‘guardiana’ del sistema, cioè a parlare a un mondo conservatore. L’SPD, al contrario, si è accorto che, lavorando sulle ‘corde’ merkeliane, corre il rischio mortale di apparire come una non-alternativa. Per questo motivo, nonostante sia stato approvato un programma comune – anche se, come si dice, ‘il diavolo è nei dettagli’ -, si pone oggettivamente lo scenario di un Governo tedesco al cui interno esisterà una conflittualità maggiore. In questa sede, l’SPD probabilmente – è una questione di leadership – non svilupperà politiche merkeliane, ma cercherà di fare politiche che non saranno, beninteso, più aperturiste nei confronti degli altri, ma sicuramente più consone alla tradizione del socialismo.

In questa dinamica interna, si potrà innestare anche un’apertura verso la riforma dell’eurozona, con la condivisione dei debiti e un’armonizzazione fiscale in senso europeo, secondo la linea avanzata da Emmanuel Macron?

Il macronismo, in realtà, tocca poco le corde tedesche. L’Idea di fondo è che ci possa essere una convergenza tra Germania e Francia, che spesso hanno ‘fatto asse’ tra di loro. Peraltro, l’asse franco-tedesco è nato per iniziativa di soggetti che, comunque, avevano delle affinità: il primo è quello tra De Gaulle e Adenauer. Si tratta di due personalità provenienti da esperienze e vissuti molto simili o, in ogni caso, comparabili. A me non sembra, invece, che Macron e Merkel abbiano questo spirito in comune. Si tratta di figure molto diverse per motivi anagrafici, per  vissuto ed esperienza politica. Perciò sarei più cauto in merito agli ‘slanci’ franco-tedeschi. È più probabile che una Germania con una leadership più consumata possa subire gli effetti del macronismo, mentre nell’ ‘Era Hollande’ –  un Presidente sicuramente meno ‘trasformativo’ – era invece  la Germania a rappresentare la vera bussola dell’asse Parigi-Berlino.

È possibile pensare quale sarà la prospettiva degli accordi raggiunti tra gli Stati in campo economico-finanziario? Ci sono, ad esempio, le premesse per un rilancio degli investimenti o una effettiva armonizzazione fiscale in senso europeo che vadano anche a beneficio dell’Italia?

Credo che questo dipenderà molto da Macron. I francesi, prima degli altri – anche se tardi rispetto al problema nella sua generale portata –, hanno compreso che l’architettura e alcune politiche dell’Unione Europea hanno bisogno di essere riformate oppure implementate. Ciò significa che ci sarà un discorso di riforma. Al momento, la carica riformista sembra più concentrata in ambito francese. Almeno, su temi come l’unione bancaria e simili, i tedeschi si erano mostrati molto conservatori, perciò è improbabile che le nuove proposte arriveranno da loro.

Professor Niglia, una domanda relativa all’impatto del voto italiano del 4 marzo sui futuri rapporti tra Roma e Berlino, partendo dalle considerazioni di Claus Hoffe, politologo tedesco e autore del saggio ‘L’Europa in trappola’ (Il Mulino, 2014). In un’intervista pubblicata da ‘L’Espresso’ l’11 marzo, lo studioso afferma come quel risultato elettorale denoti una diversa attitudine sociale alla politica tra i due Paesi: «In Italia», afferma Hoffe, «è diffuso un cinismo libertario che non si piega alla ‘casta’, ma diffida e segue con fondato scetticismo i passi dei politici», laddove in Germania si ha ancora fiducia nei rappresentanti dell’amministrazione statale (ai quali è riservata una «prona ubbidienza») e negli attori politici. «Per questo», conclude Hoffe, «credo che un regime autoritario sia, ancora oggi, meno probabile in Italia che qui in Germania».

Condivide questa lettura?

Da italiano amico dei tedeschi, ho comunque più fiducia nei loro confronti di quanta ne abbia il Professor Hoffe, anche perché credo che la Germania disponga di forze al suo interno che sono comunque critiche del sistema politico e del sistema partitico. Queste forze, però, sono in stand-by.

A cosa si riferisce esattamente?

Alla socialdemocrazia. Alla sua capacità, cioè, di ‘saper pensare’ soluzioni percorribili… La polemica interna che ha interessato i Giovani socialisti è indicativa di un malessere: la perdita di consenso da parte dell’SPD riflette il senso di fatica che provano molti elettori, anche giovani, nei confronti della classe dirigente. Questo investe ‘Mutti’ (‘Mamma’) Merkel in prima persona e ne consuma la leadership; ma investe anche la leadership socialdemocratica, considerata vecchia.

Detto ciò, si può immaginare che anche la Germania produrrà un cambiamento, cosa che ha fatto, ad esempio, nel 1969 con l’avvento al potere della socialdemocrazia su canoni completamente diversi rispetto a quelli del passato socialdemocratico. Pertanto credo anche nella capacità di rinnovamento della politica tedesca. Se questo non dovesse avvenire, avremmo il problema oggettivo di un sistema politico-istituzionale che, patendo una minore flessibilità di quello italiano, tenderebbe sempre di più allo stallo.

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