mercoledì, settembre 19

Mélenchon, il ‘populista’ di sinistra che fa male alla Sinistra europea Con Enrico Calossi, ricercatore all’Università di Pisa, cerchiamo di capire cosa sta accadendo nella Sinistra europea dopo che Mélenchon ha sbattuto la porta

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Lo scorso 5 luglio, a conclusione dei lavori del suo congresso nazionale, il Parti de Gauche (PG)   -fondato da Jean-Luc Mélenchon e colonna portante della coalizione France Insoumise (FI) alle elezioni presidenziali francesi del 2017- ha votato un ordine del giorno con cui viene sancita la rottura con il Partito della Sinistra Europea (SE), il soggetto politico transnazionale della sinistra comunista e socialista europea, alternativa alla socialdemocrazia.

Si tratta di una frattura provocata dal rifiuto espresso dai vertici della SE di dare seguito alla richiesta avanzata dal partito di Mélenchon lo scorso gennaio di mettere ai voti una mozione per l’espulsione di Syriza, il partito di Alexis Tsipras al Governo in Grecia.
La presenza di questo ultimo era stata denunciata come incompatibile e contraddittoria con il profilo di alternativa alle politiche di austerità della Sinistra Europea. La sottoscrizione e piena applicazione da parte del Governo Tsipras delle riforme imposte dalla Troika, secondo Mélenchon, avrebbero screditato irrimediabilmente Syriza come partito di alternativa all’austerità, rendendo non più sostenibile la sua adesione alla Sinistra europea. «Il periodo che stiamo vivendo richiede oggi più che mai chiarezza di fronte alla politica d’austerità dell’Unione europea», si legge nella dichiarazione del Parti de Gauch: “l’applicazione di questa politica da parte di un partito membro del Partito della Sinistra Europea scredita le prese di posizione contro l’austerità degli altri partiti membri», permettendo così «all’estrema destra di apparire come la sola alternativa al ‘sistema’».

L’uscita del partito di Mélenchon dalla Sinistra Europea, e la possibile costruzione di un fronte alternativo con soggetti politici determinanti nel continente, come Podemos in Spagna e il Bloco de Esquerda in Portogallo, stanno determinando una spaccatura che investe tutta la sinistra in Europa in vista delle prossime elezioni per il Parlamento europeo del 2019.

Quali le ragioni, la portata e le implicazioni di una simile frattura per la sinistra europea? Lo abbiamo chiesto a Enrico Calossi, ricercatore all’Università di Pisa e autore di numerosi studi sulla sinistra politica in Europa.

 

Come si è arrivati a questa frattura all’interno del Partito della Sinistra Europea?

Per ripercorrere la vicenda bisogna fare un salto indietro di circa tre anni. La vittoria elettorale del gennaio 2015 di Syriza in Grecia e la formazione di un’alleanza con il partito dei greci indipendenti, Anel, sulla base di una discontinuità programmatica con le politiche di austerità imposte da Bruxelles. Il resto della storia è noto:  dopo mesi di trattative infruttuose si arriva al referendum del luglio 2015. Era stato chiesto ai greci di pronunciarsi rispetto all’ennesimo memorandum imposto dalla Troika in cambio del programma di assistenza finanziaria allo Stato ellenico: i greci si schierarono a maggioranza per il no. In quella occasione, il Governo Tsipras ottenne il sostegno da più settori, sia a sinistra che a destra… Tra quelli che più si schierarono a suo sostegno vi fu proprio Mélenchon e il suo partito. Ma a 24 ore dall’esito del referendum, con le dimissioni di Varoufakis -il Ministro delle Finanze che fino a quel momento aveva condotto il negoziato-  e il cambio repentino di strategia del Governo greco, fu presto chiaro che- nonostante l’esito del referendum, Tsipras avrebbe sottoscritto il memorandum della Troika. Una scelta, questa, che avrebbe provocato la scissione dentro Syriza, con la creazione di Unità popolare e l’indizione di nuove elezioni il settembre successivo, che avrebbero visto nuovamente la vittoria di Syriza e la formazione di un nuovo Governo anch’esso sostenuto dal partito conservatore e nazionalista Anel. Il drastico mutamento di strategia da parte del Governo Tsipras e di Syriza fu vissuta in maniera traumatica dai partiti di sinistra in Europa. Da parte di molti di questi si cominciò a gridare al ‘tradimento’. Da quel momento anche all’interno del Partito della Sinistra Europeo la presenza di Tsipras venne vissuta da diverse anime con crescente imbarazzo, perché per un partito che si era posto alla testa della lotta contro l’austerità in Europa, alla prova del governo aveva stravolto la sua prospettiva, dando l’impressione di aver ceduto alle pressioni degli organismi europei e internazionali. Da lì si apre quindi una lotta all’interno della sinistra europea, soprattutto da parte di Mélenchon, che in più occasioni si contrappone pubblicamente a Tsipras e al suo governo, ‘colpevole’ di essere promotore di quell’austerità avrebbe dovuto combattere.

La richiesta di espulsione di Syriza da parte del Parti de Gauche, però, non viene raccolta dal Partito della Sinistra Europea, che anzi – per voce del suo Presidente Gregor Gysi – chiude da subito a qualsiasi ipotesi di discussione. Un esito che a suo avviso ha sorpreso Mélenchon?

Molto probabilmente Mélenchon si aspettava un rifiuto netto dal partito della Sinistra europea alla mozione di espulsione di Syriza. Non a caso nei mesi precedenti alla sua auto-esclusione, il Parti de Gauche ha lavorato alla costruzione di accordi politici, dai contorni ancora indefiniti per la verità, con due soggetti politici che hanno il vento in poppa oggi in Europa: il Bloco de Esquerda in Portogallo e soprattutto Podemos in Spagna. Questo ultimo che non fa parte del Partito della Sinistra Europea. Mélenchon aveva quindi già costruito una sorta di alleanza trilaterale a livello europeo.

D’altra parte, sia Podemos che il Bloco non hanno sostenuto pubblicamente la richiesta di espulsione di Syriza, né plaudito all’uscita del Parti de Gauche dal Partito della Sinistra Europea…

Le reazioni dei partiti che contano -come Podemos e il Bloco- non sono state entusiaste e anzi auspicano una ricomposizione. Sia il Bloco che Podemos si caratterizzano per un profilo cosiddetto ‘populista’ (a sinistra), ma non sono qualificabili come ‘sovranisti’ tanto quanto lo è France Insoumise. Certo, se si vanno a leggere le cose che scriveva Iglesias prima del 2013, anche per loro è stato ed è tutt’ora decisivo il riferimento al concetto di sovranità, mutuato dai movimenti antimperialisti latino-americani. Podemos nasce come una attualizzazione in Europa del pensiero di quelli che banalmente vengono chiamati i populisti sudamericani.

La frattura provocata da Mélenchon va letta quindi come premessa di una strategia ampia che miri a costruire un polo anti-austerità alternativo al Partito della Sinistra europea?

Il punto vero è: riuscirà questa sinistra ‘anti-austerità’ alternativa ad aggregare forze e voti nei diversi contesti nazionali per le prossime elezioni europee? Riuscirà a comprendere le diverse anime? Certo anche l’opzione ‘sovranista’ di Mélenchon elettoralmente potrebbe avere delle potenzialità. Per correre a livello europeo, però, bisogna stringere accordi con le organizzazioni su un piano nazionale e questo è più difficile. Mélenchon, ad esempio, non può facilitare la nascita di una lista ampia anti-austerità in Italia, come nel 2014 è stato in grado di fare Tsipras, che è stato ‘federatore’ di tante anime diverse.

Se una lettura tutta in chiave ‘europea’ appare quindi non priva di punti di domanda, in che misura l’affondo diretto di Mélenchon a Syriza e alla Sinistra Europea richiede allo stesso tempo un’osservazione attraverso le lenti della politica francese?

Le elezioni presidenziali e legislative in Francia hanno rafforzato la ambizioni di Mélenchon e del suo partito alla leadership del campo dell’alternativa da sinistra in Francia al Governo Macron. In primo luogo bisogna tenere presente i rapporti non proprio idilliaci fra il Parti del Gauche  e il Parti communiste français (PCF). Quando per la prima volta Mélenchon fu candidato alle presidenziali per il Front de Gauche, con non pochi malumori, il PCF aveva visto in lui un volto spendibile, ma pensava (o sperava) che questi non avesse velleità di leadership per il futuro. Il PCF si vedeva in ogni caso come più forte. Invece, nelle ultime elezioni presidenziali la figura di Mélenchon si è imposta con forza, anche con il cambiamento del nome all’alleanza: non più Front de Gauche, ma  -tolto ogni riferimento alla sinistra- France Insoumise. Mélenchon inizialmente non doveva essere il candidato alle presidenziali, poi il PCF non trovò altri nomi spendibili e fu costretto a convergere su di lui. Già due mesi dopo, alle legislative, France Insoumise e PCF si sono presentati in maniera separata.

La scelta di Mélenchon va quindi inquadrata in un’ottica di competizione con il Partito Comunista Francese?

Non è primariamente alla competizione con il Partito comunista, alleato decisivo nel recente passato e nel probabile futuro, che guarda Mélenchon, ma all’egemonia su di un campo, quello del partito socialista francese, uscito fortemente indebolito dalle ultime elezioni. Mélenchon si vuole configurare come il principale se non unico oppositore di sinistra a Macron, scalzando in primo luogo i socialisti e poi anche i comunisti. La sua strategia è quella di porsi come antidoto al Front National, come alternativa ‘populista’ da sinistra: cerca di recuperare terreno e strappare alla Le Pen il voto delle classi lavoratrici del ceto medio impoverito che dallo scoppio della crisi si è riversato sulla destra radicale.

In tal senso, la richiesta di espulsione di Syriza e, a seguito del rifiuto, con il successivo abbandono del Partito della Sinistra Europea potrebbe leggersi nell’ottica di un rafforzamento dell’immagine del Parti de Gauche come soggetto anti-austerità innanzitutto in chiave nazionale?

Chiaramente la priorità per Mélenchon, come per ogni altro partito, è sempre l’appuntamento elettorale nazionale, mentre quelle europee sono tradizionalmente identificate nella letteratura come elezioni ‘di secondo ordine’… L’ambizione personale alla leadership in questo quadro è un fattore non secondario. Mélenchon è una figura difficilmente ‘domabile’, come dice anche la lista da lui guidata: è una personalità forte e quindi fare il secondo non gli va bene. Non essere il leader non gli va bene.

La posta in gioco della rottura di Mélenchon può quindi individuarsi nella costruzione di un’opzione ‘sovranista’ da sinistra che veda nell’uscita dall’euro il suo elemento qualificante?

La strategia ruota attorno alla questione dello Stato nazionale all’interno dell’Unione europea. E’ abbastanza evidente che Mélenchon abbia una posizione che oggi definiremmo sovranista e che si basa sull’assunto dell’irriformabilità della costruzione europea. Ma si commetterebbe un errore a giudicare la questione dell’uscita dall’euro come il principale o unico vero punto dirimente per una simile opzione sovranista a sinistra. Se si vanno a guardare le proposte e i discorsi dei principali schieramenti della sinistra in Europa non vi è una divisione netta fra chi vuole uscire dall’euro e fra chi vuole rimanerci. C’è, al contrario, una fetta grossa che quella discussione l’ha ‘standardizzata’, per così dire: cioè la mette da parte e non la pone come punto dirimente. Il focus viene piuttosto individuato nelle politiche economiche, nelle politiche sociali, per il lavoro ecc… Anche a sinistra, quindi, l’approccio sovranista non si riduce alla questione dell’euro, ma a tutte le altre questioni collegate allo Stato nazionale: la difesa dei confini, la cultura nazionale, sulla lingua e così via. In Francia, ad esempio, la questione del sostegno alla cultura francese non è da poco e travalica destra e sinistra, anche nel senso della lingua, contro una UE intesa come istituzione anglicizzante, contro la globalizzazione intesa come americanizzazione. Anche il tema delle migrazioni, ancora sottotraccia, non è da sottovalutare, perché potrebbe diventare un ulteriore elemento divisivo per le sinistre.

La rottura interna al Partito della Sinistra Europea potrebbe essere quindi davvero insanabile, anche in vista del prossimo appuntamento elettorale europeo? Esistono margini per una possibile ricomposizione?

Chi è riuscito a tenere tutto insieme in questi anni non è stato il Partito della Sinistra Europea, ma è stato il gruppo parlamentare europeo, il GUE/NGL. Quello potrebbe essere un punto di mediazione e ricomposizione. Esistono regole abbastanza stringenti che devono essere rispettate per poter costituire gruppi parlamentari a livello europeo. Può quindi succedere che a livello nazionale ci si divida e che poi a livello di gruppo parlamentare europeo ci si rimetta insieme. Il danno comunque, per così dire, già si è fatto, con la scelta di correre separatamente, specie in quei contesti  come in Italia in cui i partiti di sinistra hanno difficoltà a raggiungere lo sbarramento.

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