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Medioriente: Trump senza idee e pro-insediamenti

Il via libera agli insediamenti israeliani e l'islamofobia sono la preoccupazione che attraversa i Paesi arabi

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L’elezione del 45° Presidente americano preoccupa grandemente il Medio Oriente, o almeno una buona parte dei Paesi dell’area. Cosa cambierà per quel pezzo di mondo quando Barack Obama lascerà lo Studio Ovale? dopo la valanga di slogan della combattuta campagna elettorale, a colpi di ‘American First’ e islamofobia?

Tra gli alleati tradizionali l’unico che gioisce per davvero è Israele  -ignorando l’antisemitismo latente nella campagna del tycoon, anche se, a parole, aveva detto di voler stare «al fianco del popolo ebraico»perché Donald Trump non ritiene che gli insediamenti israeliani siano un ostacolo alla pace in Medio Oriente. A riferirlo è Jason Greenblatt, principale consigliere del Presidente eletto Trump per quanto riguarda Israele. Intervistato oggi dalla radio militare israeliana, Greenblatt ha sottolineato che Trump vuole mantenere la promessa di spostare l’Ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme e che non intende cercare di imporre un piano di pace. Trump «pensa che Israele sia in una situazione molto difficile e debba potersi difendere. Non intende imporre nessuna soluzione a Israele, pensa che la pace debba venire dalle due parti. Non è certamente l’opinone di Trump che l’attività negli insediamenti vada condannata e che si tratti di un ostacolo alla pace, perchè non lo è».
Se tutto questo accadesse si sarebbe difronte al ribaltamento della politica americana, che ha sempre considerato illegali gli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Non sorprende, dunque, come sottolinea ‘Times of Israel’, che molti politici dell’estrema destra israeliana considerino la vittoria di Trump come un’occasione per espandere le colonie. Il Ministro della pubblica Istruzione Naftali Bennett, leader del partito pro coloni Focolare Ebraico, si spinge anche a commentare che l’elezioni di Trump significa per Israele la possibilità di abbandonare ufficialmente l’obiettivo di una pace con due Stati. A riportalo già ieri era ‘Asharq Al-Awsat’, quotidiano arabo in Europa, edito a Londra, guardando al futuro di Gerusalemme dopo la vittoria di Trump, alla fiducia di Israele ‘nell’amico americano’ e alle speranze palestinesi, sosteneva proprio questo, ovvero che la vittoria di Trump finalmente permette a Israele di liberarsi dall’incubo di dover accettare lo Stato Palestinese. Shabiba, sostiene che gli ebrei sono dietro la vittoria di Trump, affermando che il %70 degli ebrei hanno votato Trump, il che gli ha consentito di sconfiggere la sua rivale democratica.

Avanti con gli insediamenti nei Territori occupati: è la linea fissata da Ofir Akunis, uno dei Ministri del Governo di Israele, all’indomani dell’elezione di Trump alla Casa Bianca. Il dirigente, titolare del dicastero per le Scienze, ha rilasciato un’intervista alla Radio militare. «Dobbiamo pensare a come muoverci adesso che la nuova Amministrazione a Washington, Trump e i suoi consiglieri, affermano che non c’è spazio per uno Stato palestinese».
Il Presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas, aveva inviato un messaggio di congratulazioni a Donald Trump subito dopo la vittoria esprimendo la speranza che «la pace possa prevelare nella regione e nel mondo intero durante» il mandato di Trump, come riporta l’agenzia di stampa ufficiale palestinese ‘Wafa’. In una nota diffusa in precedenza, il portavoce dell’Anp, Nabil Abu Redeineh, faceva appello «all’Amministrazione Usa a comprendere che il conseguimento della stabilità e della pace nella regione passa attraverso una soluzione giusta della questione palestinese, basata sul diritto internazionale». Convinzione ribadita anche dal quotidiano egiziano ‘Al-mesryoon’, il quale riporta le dichiarazioni del Ministro Bennett, secondo il quale la vittoria di Trump rappresenta l’opportunità per Israele di abbandonare immediatamente l’idea di stabilire un Stato palestinese, e invitava Trump a mantenere la promessa di spostare a Gerusalemme l’Ambasciata americana in segno di avvio della nuova politica americana in Medio Oriente.

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