martedì, agosto 21

Macron vuole la Libia di Roma L’improvviso e forte interesse francese si colloca perfettamente in contrasto con quella che è la linea politica italiana per il Paese ed il problema migranti

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Dalla Francia del Presidente Emmanuel Macron, nei giorni scorsi è arrivato l’invito per una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dove Parigi intende proporre un nuovo piano per salvaguardare la vita dei migranti vittime della tratta migratoria italo-libica. Non solo, la Francia proporrà di assistere il Comitato per le sanzioni al fine di individuare organizzazione e persone che gestiscono tale traffico.

L’improvviso e forte interesse francese si colloca perfettamente in contrasto con quella che è la linea politica italiana per la Libia ed il problema migranti; un problema che coinvolge emotivamente istituzioni e cittadini europei, ma necessita di un piano d’azione multidisciplinare e sviluppato sul medio-lungo periodo.

L’Italia, senza eccessivi sensazionalismi, ha adottato un piano d’intervento che permette contemporaneamente il controllo del traffico e punta al suo smantellamento con il supporto dei Paesi confinanti con il sud libico, i quali sono strettamente legati alle politiche francesi. Il Governo di Roma ha rispettato le tempistiche del Governo libico, salvaguardandone l’integrità territoriale e politica che, per quanto precaria ed instabile, è presente a Tripoli, ed è riconosciuta dall’ONU.

L’Italia è l’attuale Presidente di turno del Consiglio di Sicurezza ONU, ma nonostante questo sembra che sia la Francia a dettare le parole d’ordine per il dibattito sempre più centrale sull’Africa ed il Mediterraneo con focus sulla Libia.

Della crisi politica ed istituzionale che colpisce Tripoli e Tobruk, la quale influenzerà tutto il percorso politico della Libia del 2018, sembra non parlare più nessuno, ma la questione migratoria ha la sua piena risoluzione in un dialogo e supporto alle autorità governative libiche, più che in sanzioni e limitazioni.  Senza un reale confronto, supportato dal Governo di Roma in più occasioni, non è possibile intraprendere un percorso condiviso per arginare questo fenomeno, che si sta rivelando dilagante lungo le coste.

L’Italia ha proposto e messo in atto, un piano che prevedeva la stabilizzazione politica di Tripoli; gli accordi con le tribù del sud e il monitoraggio delle acque del Mediterraneo insieme alla guardia costiera libica. Ci sono voluti circa dodici mesi e diversi incontri bilaterali per raggiungere tutti e tre gli obiettivi fissati dal piano ‘anti-migranti’, ma la politica di respingimento dei barconi ha portato indirettamente a precarie ed antiumane condizioni lungo le coste libiche di coloro che erano diretti in Italia.

Sul territorio libico, le autorità di Tripoli hanno espresso disappunto per eventuali interventi militari volti all’arginamento del fenomeno migratorio, soprattutto nel sud del Paese, ne consegue che la gestione degli africani respinti e rimpatriati in Libia spetta al GNA. Se il Premier Fayez Al-Serraj riterrà di non poter gestire questa crisi umanitaria, sarà autorizzato a richiedere il supporto delle Nazioni Unite, ma fintanto che questa richiesta non sarà inoltrata, la Libia rimane uno stato sovrano, seppur debole.

Altro attore scarsamente chiamato in causa è proprio l’ONU, il quale, essendo organismo sovrastatale, può permettersi un dialogo più aperto e mirato con il Governo transitorio di Tripoli e quello non riconosciuto di Tobruk. Un piano per la gestione ‘non militare’ dei centri per migranti prevede l’impiego dell’Alto Commissariato per i rifugiati (UNCHR) che supervisioni o gestisca direttamente queste realtà così delicate.  Serraj ed Haftar hanno sempre rifiutato categoricamente l’ingerenza dell’ONU nelle questioni interne, soprattutto in quelle legate alla sicurezza, limitando il contributo alla sfera della mediazione politica.

L’iniziativa francese all’Onu segue di poche ore la proposta lanciata dal presidente Macron, il quale intende sostenere una politica congiunta Africa-Unione Europea per permettere agli africani a rischio schiavitù di abbandonare la Libia. La sua dichiarazione, per quanto lodevole agli occhi dell’Unione Europa, risulta anacronistica. Perché i migranti trattenuti in Libia possano abbandonare il Paese è necessario che vi sia l’apertura di corridoi umanitari, capaci di gestire in sicurezza i rimpatri verso i Paesi di origine, ma soprattutto è necessario che vi siano accordi concreti e vincolanti proprio per questi ultimi Paesi.

Il Presidente francese intende proporre questa «iniziativa euro africana» al vertice Ue-Africa di Abdijan, in Costa d’Avorio, iniziato oggi per colpire «le organizzazioni criminali e le reti di trafficanti». La proposta di Macron e la fretta nel volerla sottoporre al CdS ed al vertice Ue-Africa, punta soprattutto a rilanciare la leadership francese sulla Libia.

Lo stesso Presidente ha giudicato troppo lento il lavoro della iniziativa G-5 Sahel, su cui lavorano Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger, che avrebbe l’obiettivo di garantire la sicurezza, sia contro la violenza jihadista sia contro il traffico di persone. Il problema del traffico dei migranti dai Paesi confinanti con la Libia fu denunciato almeno 15 mesi prima dello scandalo pubblicato dalla ‘CNN’ qualche settimana fa, il focus all’epoca erano i confini del Ciad e quelli nigeriani, da dove i migranti prendevano parte ad una traversata della Libia privi di qualsiasi controllo e diritto.

La tratta aveva origina in Paesi come il Mali e Sudan, dove la coercizione e la violenza servivano a gestire i migranti fino al confine con la Libia, dove sarebbero passati sotto il controllo di altri trafficanti locali.  Il Mali ed il Ciad sono fortemente influenzati dalla politica estera francese, in entrambi i Paesi è presente un contingente militare inviato da Parigi per arginare il fenomeno jihadista nella regione del Sahel, da dove il traffico trae origine.

L’impellenza di Parigi nel voler proporre un piano risolutorio e proporsi come nuova figura di riferimento per la crisi nel Mediterraneo appare anacronistica perché proprio la Francia aveva gli strumenti per accorgersi, in passato, della tratta di esseri umani che si stava sviluppando nei territori in cui presta servizio. Parlare di un piano per i rimpatri e l’apertura di corridoi umanitari, quando ci sono decine di centri di detenzione per migranti, si presenta una mossa politica, volta a penalizzare il piano italiano che per quanto meno immediato potrebbe risultare più stabile e duraturo.

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