lunedì, novembre 20

M5S: no mediazione no voto, ma quale missione deve compiere? Voti che non servono a niente se quel movimento non entra nel gioco della politica e dunque della mediazione

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Un paradosso circonda l’esito delle prossime elezioni politiche: il movimento politico che prenderà più voti (M5S) non sarà quello che formerà il Governo. Perché avere più voti non vuol dire avere la maggioranza, se non solo quella relativa, ma per formare il Governo devi avere quella assoluta. Che nessun partito l’ha mai avuta, in Italia. Per questo esistono le alleanze, generalmente proposte dal partito che ha più voti. Da qui in poi inizia la politica; prima gli elettori hanno aperto i giochi, poi è il turno della politica entrare veramente nella partita, che consiste nel costruire alleanze sulla base di programmi, scenari, ecc. il più possibili comuni. Stare nel gioco, in altri termini. Un gioco che si fa per vincere qualcosa; per questo ci sono i compromessi, di cui la politica è maestra indiscutibile. Il compromesso non è in se stesso qualcosa di malvagio; il compromesso è una delle dinamiche della democrazia. Un politico è abile in misura di quanto riesce a ottenere di più per la sua parte politica rispetto a un’altra parte. Ma ogni politico si rivela modesto se non entra fin dall’inizio nella partita. E si rivela anche implicitamente antidemocratico quando la democrazia, che è fatta di mediazioni, ha qualcuno che si pone fuori dalle sue regole.

In Italia funziona proprio così. La democrazia italiana viene non poco tradita per come i partiti che compongono il Governo propongono di volta in volta una legge elettorale che garantisca a loro il massimo del bottino e se gli scenari annunciano per la maggioranza in corso sciagure imminenti, i partiti che ne fanno parte elaborano una legge che penalizzi il movimento con più voti sulla carta ma anche il più inviso a loro stessi. E questo movimento cosa fa? Reclama la sua differenza, la sua identità, la sua purezza dichiarando di non allearsi mai con nessuno dei partiti esistenti, neanche con quelli che potrebbero avvicinarsi alla loro stessa battaglia ideale. Rimanendo così fuori dal Governo che è l’ingresso per cambiare qualcosa. Ma rimanendo anche fuori dalla democrazia, che consiste nel cambiare, stando al Governo, i comportamenti sbagliati e illiberali compiuti dagli altri partiti.
Così, quel movimento politico che nominalmente ha la maggioranza dei voti rispetto agli altri, per il fatto di avanzare una logica di duri e puri dà ancora mano libera ai molli e corrotti. Una posizione che non cambia niente nei giochi della politica e, cosa più importante, non cambia niente nel Paese. Ma allora, quei voti cos’hanno di diverso dall’astensione, dalle schede nulle, dal non recarsi alle urne? Niente. Sono voti che non servono a niente: sono come i voti non pervenuti, i quali non possono cambiare niente perché non sono, appunto, pervenuti. Con un rischio: se i duri e puri hanno più voti ma non vogliono allearsi con altre formazioni per governare, i molli e corrotti portano a casa un doppio risultato. Vincono a tavolino, perché non si è presentata in campo la squadra avversaria. E aumenteranno la loro corruzione, se quelli che dovevano batterli non entrano in gioco per cambiare le regole.

A questo punto è lecito essere colpiti da almeno tre dubbi verso quel movimento politico che in Italia ha più voti ma non fa niente per farli pesare.
Il primo dubbio è il seguente: hanno davvero una battaglia ideale o hanno solo slogan ideali? Perché uno slogan senza un programma per realizzarlo, e in politica un programma si realizza quando sei al Governo, è come l’urlo disperato del tifoso quando la squadra avversaria segna. E se il tifoso incita la sua squadra, non è che questa fa gol. Il movimento di maggioranza relativa in Italia ha tifosi -elettori- che urlano alla propria squadra senza che questa faccia davvero gol; ha tifosi -elettori- che gridanoarbitro venduto‘, ma la dirigenza della loro squadra non è capace di cambiare le regole per l’assegnazione degli arbitri. Sono tifosi-elettori a cui ben presto mancherà la voce per quanto urlano senza avere una pausa per rigenerare la laringe infiammata. Tutti questi tifosi urlano perché così fa il loro capo tifoso: urla da quando è entrato in campo senza aver mai fatto un gol. Se continua così, presto tutti quei tifosi non li sentirà più nessuno tanto atoni saranno diventati o, peggio, prenderanno di peso il loro capitano e lo butteranno fuori dalla squadra.
Il secondo dubbio è il seguente: la squadra con i maggior tifosi è la più composita d’Italia. Sono tifosi trasversali, tifosi che si sono innamorati per la nuova squadra e per questa hanno tradito la loro squadra del cuore. Come la loro, anche questa gioca a calcio, ma non si capisce bene con quale schema. Che è difficile infatti averlo, quando i tuoi tifosi-elettori hanno preferenze diverse quanto al tipo di gioco che vorrebbero vedere in campo. Il tifoso-elettore del primo movimento politico d’Italia vuole il gioco a uomo ma anche a zona; in difesa ma anche all’attacco; spregiudicato ma anche guardingo. E l’allenatore che prepara la squadra è in grande imbarazzo: per questo non schiera una formazione ufficiale. Continua a schierarne ogni volta una da allenamento, giocando una volta a zona, l’altra a uomo, ecc., perché la volta che desse un gioco definito alla squadra, quante urla si leverebbero dalla parte degli scontenti e questa volta contro la loro stessa squadra? Per evitare la debacle, questa squadra gioca grandi partite di allenamento; al massimo, gioca partite prestigiose dove in palio non c’è nessun trofeo, partite per intrattenere il pubblico durante la pausa di campionato. Partite di beneficenza. E quando l’arbitro sta dando il fischio di inizio della prima partita ufficiale di campionato, è la prima squadra al mondo che si distingue per la strana tattica adottata: si mette subito in panchina.
Infine, il terzo dubbio, il più atroce: le azioni, il linguaggio e le scelte del movimento politico italiano che ha più voti, appartengono al repertorio dell’estremismo, quella formula politica che agita ogni tipo di arma per cambiare tutto e alla fine il primo che viene cambiato è lui stesso. O viene assorbito dal solido e sornione potere o si disperde in rivoli di risentimento, sconfitta, rabbia, ecc. dopo aver compiuto la sua missione. È un problema noto in politica, l’estremismo. Quello fascista e comunista ha attraversato l’Italia tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’80, seminando più morti che progetti, più paura che consenso. Ma con la sua utilità: a un certo punto si è capito che i movimenti estremisti di destra e di sinistra avevano come utili idioti irivoluzionarie come saggi utilizzatori i servizi segreti deviati, quelli che davvero fanno politica, in Italia come nel resto del mondo. L’atrocità del terzo dubbio è la seguente: quale missione deve compiere il movimento più votato in Italia? E chi è l’agente provocatore che lo sta guidando? Non lo sappiamo; sappiamo però questo: l’agente provocatore non agisce mai per la democrazia.

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