mercoledì, settembre 19

Lotti-Hood: nuovi criteri per i diritti tv della Serie A La legge Lotti toglierà ai ricchi per dare ai poveri: proviamo a spiegarla

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Chi di noi non vede l’ora che arrivi il weekend per gustarsi, in santa pace, la partita della propria squadra del cuore, alzi la mano. Nella selva di mani alzate, c’è chi va allo stadio, chi preferisce ascoltare le partite per radio, in ricordo delle domeniche trascorse col nonno ad ascoltare ‘Tutto il calcio minuto per minuto’ su Radiorai, chi va al bar da Mario con gli amici, per tifare insieme e prendere cordialmente in giro i tifosi della squadra avversaria. E poi c’è chi si vuole vedere la partita a casa propria, magari da solo, senza fastidiose distrazioni a distoglierlo dalle gesta dei suoi 11 leoni in campo e così libero di lasciarsi andare a scongiuri, imprecazioni ed esultanze che certo il suo capo in ufficio non approverebbe.

Fatto sta che tutti noi che abbiamo alzato la mano, pagando gli abbonamenti alle pay tv, teniamo in piedi il sistema-calcio in Italia, che si regge principalmente sulla distribuzione dei diritti televisivi e che proprio da questi introiti trae linfa per poter proseguire la propria attività. Ecco perché il cambiamento della legge che regola la distribuzione di questi diritti ha creato ampio dibattito e ha avuto un periodo di gestazione molto lungo.

Quali erano i criteri che determinavano la distribuzione dei diritti televisivi, prima della riforma che entrerà in vigore nelle prossime stagioni? I criteri in ballo sono molti e, come spesso accade, un po’ cervellotici: 40% degli introiti vengono ripartiti in parti uguali, 25% in base al numero dei sostenitori della squadra, 5% in base alla popolazione del comune di residenza della società sportiva, 5% in base ai risultati della stagione precedente, un altro 15% in base ai risultati del quinquennio precedente e infine un ultimo 10% in base ai risultati sportivi della squadra dalla stagione 1946/47 , in pratica dal dopoguerra a oggi. È una legge che mira a favorire le squadre con maggior seguito, come si evince dai criteri riguardanti il numero dei sostenitori e degli abitanti del comune di residenza (il cosiddetto ‘bacino d’utenza’, che complessivamente incide su un 30% della ripartizione) e con una storia di successi più lunga e consolidata, che riguarda il restante 30% della torta, riservata ai risultati ottenuti negli ultimi anni (il 10% che riguarda i risultati dal dopoguerra a oggi è emblematico). Non quindi una sorpresa che sia la Juventus, con i suoi 104 milioni di euro a essersi presa, nell’ultima stagione, la fetta di torta più succulenta: l’appartenenza al quarto comune più popoloso d’Italia, la tifoseria più numerosa, la vittoria degli ultimi sei scudetti e una lunghissima storia di trionfi nazionali le garantiscono, a termini di legge, la parte maggiore dei diritti televisivi. L’11% del totale contro il 2,5% dell’Empoli, la squadra che ha incassato di meno (24 milioni).

Con la legge Lotti, che andrà nel 2018 a modificare la precedente legge, cambiano i criteri: la parte da distribuire in parti uguali passerà dal 40% al 50%, mentre il restante 50% verrà suddiviso in base ai risultati sportivi (30%) e a quello che viene chiamato ‘radicamento sociale’ (20%). In particolare, il 30% dei risultati sportivi sarà composto da un 15% (e non più 5%) legato ai risultati della stagione precedente, considerando sia la posizione in classifica, sia (e questa è una novità) il numero di punti ottenuti, volendo incoraggiare le squadre a lottare fino alla fine della competizione, anche quando il campionato non ha più nulla da dire; un 10% (e non più 15%)  in base ai risultati degli ultimi cinque anni e solo un 5% (e non più 10%) in base ai risultati, nazionali e internazionali, dal dopoguerra a oggi. L’intenzione è quindi quella di dare più forza agli ultimi risultati, marginalizzando il dato storico della società. Il 20% riguardante il radicamento sociale verrà infine calcolato tenendo conto soprattutto il numero di spettatori paganti (quindi si terrebbero fuori da questo computo gli abbonati) negli ultimi tre anni, mentre scompare il dato del comune di residenza. Complessivamente, il bacino di utenza perde il 10% della sua importanza nella ripartizione dei diritti televisivi, andando così a colpire le squadre con maggior seguito per favorire una più equa distribuzione del denaro.

Facciamo parlare i numeri con un esempio chiaro: con la legge precedente, considerando la previsione degli introiti complessivi della Serie A di quest’anno e suddividendoli in base ai dati dell’anno scorso, la Juventus otterrebbe 107 milioni di euro, mentre il Sassuolo (essendo il Pescara retrocesso, diventa quella che incassa di meno), ad oggi ne otterrebbe 24. Con la legge Lotti, la Juventus rimarrebbe la squadra che si porta a casa la fetta maggiore, ma dai 107 potenziali arriverebbe a ‘soli’ 66 milioni di euro, con una notevole riduzione di ben 40 milioni di euro, mentre il Sassuolo arriverebbe a 32 (in base ai nuovi criteri, il Benevento diverrebbe la squadra che ne prende di meno, con 30 milioni di euro). Il rapporto diventa di 2 a 1, non più di 4 a 1. È una legge che toglie ai ricchi per dare ai poveri, in nome di una maggior competitività del campionato. Una sorta di legge-Robin Hood, in pratica.

Tuttavia c’è chi oppone delle critiche a questa nuova legge. Si fa notare come, seppur la competitività del campionato ne uscirebbe giovata, le squadre di Serie A che partecipano alle competizioni europee rischiano di perdere molte risorse e rischiano di subire una pesante battuta d’arresto nei confronti delle dirette concorrenti europee. I fatturati delle nostre squadre dipendono in larghissima parte dai diritti televisivi, a differenza delle altre squadre europee che, grazie anche a una politica delle proprie federazioni d’appartenenza, hanno favorito, nel tempo, una maggior appetibilità del marchio della propria Lega, stringendo accordi con i ricchi mercati asiatici che versano nelle casse della Lega e, a cascata, delle singole squadre somme di denaro spropositate. Il caso del campionato inglese è emblematico.

La Premier League è vista, a ragione, come il Paradiso dell’equità in tema di ripartizione dei diritti televisivi. L’anno scorso, la prima in classifica, il Chelsea, ha ottenuto il 6% del totale degli introiti della Premier League, mentre l’ultima, l’Hull City, il 4%: una differenza di soli 2 punti percentuali, laddove in Serie A la differenza fra Juventus ed Empoli era di 8,5 punti. Cosa costruisce, però, nei bilanci societari, la differenza fra Chelsea e Hull City? L’appetibilità della Premier League, che ha stretto accordi istituzionali con gli altri Paesi. All’estero è seguitissima: ci sono eventi organizzati esclusivamente per il mercato cinese, tailandese e arabo. Le squadre più seguite vendono moltissimo in termini di merchandising ufficiale, magliette e gadget di varia natura che incrementano al massimo i guadagni della società. Il ragionamento alla base non è più quello fra squadra e tifoso, ma fra azienda e cliente, con buona pace dei nostalgici del calcio anni ’80-’90. Chi ha un buon ufficio marketing, vende, guadagna, spende, vince il campionato. Il campionato è imprevedibile, divertente, incerto? Bene, maggior seguito, maggior guadagno, maggiori investimenti. Nuove infrastrutture, più pubblico, aumento del prezzo dei biglietti, ulteriore guadagno, e così via. Questo è chiaramente un esempio semplificato della questione, che non tiene conto dei risultati, non certo brillanti negli ultimi tempi se rapportate al volume degli affari che generano, delle squadre inglesi in campo europeo. Ma è il modello a cui si è pensato quando si è scelta la via di una distribuzione più equa dei proventi per i diritti televisivi.

Per compensare le perdite, le grandi società (Juventus, Napoli, Roma, Inter, etc) dovrebbero, come hanno iniziato a fare, diversificare le proprie fonti di guadagno: accordi con gli sponsor tecnici, con quelli commerciali, investimenti infrastrutturali, etc. Tutto inutile, però, se manca un disegno comune, quel disegno comune presente in Premier League e negli altri maggiori campionati europei. La riforma è mossa da intenti meritori: un campionato più equilibrato è un campionato più valorizzato, ma senza una visione di insieme da parte della Federazione e senza una politica coraggiosa e comune, il rischio è quello di una riforma che, pensando alla competizione interna, affossi la competizione internazionale.

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