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Molte parole e pochissime idee

Lo spazio di Donald Trump

Cerchiamo di capire cosa accadrà in questo settore leggendo le parole del nuovo presidente

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«Se vince Trump dovrò lasciare il pianeta». Ecco la reazione di Cher, come ha titolato qualche giorno fa ‘Il Giornale‘, riportando un’improbabile dichiarazione dell’icona della cultura pop che se adesso dovrà mantenere la minaccia (o la promessa) di andarsene dalla Terra, dovrà aspettare almeno fino al 2018 per i prossimi viaggi di sola andata su Marte. Bene. Dell’elezione di Donald Trump se n’è parlato in tutte le lingue e L’Indro è stato molto consultato dai lettori per conoscere le opinioni e le preoccupazioni al riguardo. Quanto a Cher, la settantenne Cherilyn Sarkisian LaPierre secondo il quotidiano di Via Gaetano Negri ha riportato un tweet accorato: «Il mondo non sarà più lo stesso. Sono triste per i giovani». Tralasciamo il resto perché poi la volgarità non è nostro costume.

Intanto dal 20 gennaio 2017 avremo Trump alla presidenza del più pesante Paese tecnologico del mondo e tra i dossier che dovrà prendere in considerazione, per il nuovo condottiero americano ci sarà sicuramente quello della ricerca spaziale, che gli Stati Uniti considerano un vanto e un forte strumento di penetrazione strategica. Poco prima di chiudere per sempre la porta della ‘sua’ Casa Bianca, Barak Obama era stato molto deciso sull’obiettivo di far raggiungere Marte da un equipaggio americano e del resto il presidente democratico aveva parlato del suo proposito già nel 2010: la firma di accordi fra la Nasa e alcune delle aziende private americane aveva fatto una grande eco a che qualcosa stesse agitando le sonnolenti politiche spaziali d’oltre oceano. A dire il vero noi ci abbiamo creduto poco. E pensiamo che comunque quei pronunciamenti siano stati troppo spesso frutto di una pasticciata visione che ancora oggi non riesce a redimersi. A riprova poi osserviamo che i magnati rampanti dello spazio come Elon Musk e del commercio internazionale Jeff Bezos, patron di Amazon e così pure Richard Branson di Virgin Galactic stiano dichiarando maggiori attenzioni al turismo spaziale, ovvero al raggiungimento delle rotte suborbitali, ben più accessibili della lunga via per il Pianeta Rosso, senza per altro perdere la speranza di mettere le mani su un settore che garantisce in America proventi tra tre e le otto volte la cifra impiegata. Lo scontro elettorale è terminato da pochi giorni e non è sbagliato, secondo noi, ricordare che molti osservatori qualificati hanno accusato il presidente ancora in carica che con le sue aperture su Marte abbia solo voluto offrire un assist alla candidatura di Hillary Clinton.

Comprensibile che lo spazio sia contaminato da queste speculazioni. Ma è anche un peccato. In realtà le attività spaziali americane non brillano per iniziative, in questi anni: il programma Marte, se proprio vogliamo essere onesti, risale agli anni Settanta, ovvero ai tempi del progetto lunare Apollo e di Wernher von Braun che aveva promesso qualcosa che la politica non gli ha fatto mantenere. «Un giorno spero di poter issare i miei nipoti sulle spalle. Guarderemo ancora con meraviglia verso le stelle, come hanno fatto gli umani dall’inizio dei tempi», ha dichiarato Obama in un’editoriale pubblicato non troppo tempo fa dalla ‘Cnn‘. Ma intanto gli astronauti americani – e anche gli europei! – devono pagare il biglietto alla Soyuz russa per andare e tornare dalla stazione spaziale internazionale in orbita perché dopo l’alienazione dello Shuttle nessuno ha preparato un vettore sostitutivo e l’unica tecnologia valida, al momento, è quella che viene dall’odiato territorio che in molti continuano a chiamare sovietico. E’ uno spaccato preoccupante che rivela le troppe discrasie esistenti tra le parole pronunciate dai potenti e i fatti che in sostanza questi riescono a realizzare.

Ora, con il vento che comunque sta cambiando per le strade del potere di Washington, cerchiamo di comprendere attraverso le interviste rilasciate sui media americani cosa accadrà nel prossimo futuro in un settore altamente strategico e pieno di aspettative tecnologiche e occupazionali.

Il budget della Nasa rappresenta un po’ meno dello 0,5% del bilancio federale. Ma sono comunque quasi 20 miliardi di dollari. Quando è stato chiesto a Donald Trump se una volta al potere, il tycoon (che significa magnate) penserà di incrementare o meno gli investimenti nello spazio, lui ha risposto che come un uomo d’affari si sente consapevole dei molti vantaggi portati dalle discipline spaziali e che tante delle invenzioni e delle scoperte scientifiche non sarebbero state concepite senza la ricerca del settore; una consapevolezza che non può essere trascurata. Tuttavia è stato sostanzialmente diverso il suo atteggiamento in un campo più delicato. Infatti, gran parte del budget spaziale militare americano è segretato e gli analisti sono convinti che la spesa per gli armamenti tenderà a crescere nei prossimi anni. A tal riguardo il neo presidente ha risposto che la difesa nazionale degli Stati Uniti è la responsabilità primaria del governo federale in virtù del mandato costituzionale e quindi il tema delle forze armate sarà la prima priorità, privilegiando l’accrescimento del potere militare nel campo degli armamenti strategici – ovvero ad alta capacità distruttiva -oltre a quello dell’intelligence. Parole che non lasciano dubbi sull’importanza che avranno i lanciatori di lungo raggio e i satelliti di intercettazione. Ma Trump è andato ancora avanti: «Dobbiamo anche garantire la nostra capacità di allerta precoce, così come la nostra capacità di comunicare e navigare in guerra e di pace».

Risposte indubbiamente inquietanti che ci auguriamo siano il frutto dell’esaltazione elettoralistica di un uomo determinato a primeggiare su qualsiasi argomentazione, indipendentemente dagli aspetti di ragioni e torti.

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