giovedì, maggio 24

Lo scandalo di una giustizia matusalemme Nove anni senza verità per il caso Cucchi e quest' anno già tredici detenuti suicidi

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Un carabiniere, Riccardo Casamassima, ascoltato nell’ambito del processo che cerca di accertare le responsabilità per la morte di Stefano Cucchi, dichiara: «E’ successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato. Me lo disse una mattina dell’ottobre del 2009, senza fare il nome degli autori, un preoccupatissimo maresciallo dei carabinieri, portandosi la mano sulla fronte».

Scandaloso, vergognoso che una persona, privata della sua libertà, entri vivo in una struttura dello Stato, e ne esca poi morto. Ma quello che appare ancora più scandaloso e vergognoso è che questi fatti siano accaduti nell’ottobre del 2009. E la vicenda, nel maggio 2018 sia ancora aperta. Giustizia e buon diritto non sono solo accertamento di fatti e delle responsabilità. E’ che questo accertamento avvenga in tempi rapidi. Non da matusalemme come accade per il caso Cucchi e migliaia di altri simili di cui non si parla.

Tutto da rifare: non sono minacce ma “tentata violenza privata”. Lo stabilisce il giudice monocratico del tribunale di Roma nell’ambito del processo che vede imputato Armando Spada, esponente dell’omonimo clan che spadroneggia nel litorale romano, di minacce ai danni della cronista di “Repubblica” Federica Angeli. Per questo gli atti devono essere rinviati al pubblico ministero che dovrà istruire nuove  indagini. Spada rivolto a Federica Angeli ha detto: «Te sparo in testa». Che si tratti di minaccia o di tentata violenza privata, e che differenza ci sia tra le due cose, non lo so, e neppure mi interessa saperlo. La minaccia, o la tentata violenza privata, risale al 23 maggio 2013. Dopo cinque anni si sta ancora a parlarne. E’ questa la vergogna, lo scandalo.

Lo scandalo e la vergogna sono mesi di campagna elettorale e di tentativi di formare un governo, e nessuno che ponga alla cima della sua agenda politica la necessità di assicurare soluzioni urgenti ai tanti problemi legati alla giustizia. A conferma di questa affermazione la vicenda delle riforma carceraria avviata dal ministro Andrea Orlando, approvata dal Parlamento nel 2017 e bloccata dal mancato inserimento dei decreti attuativi della riforma nei lavori delle Commissioni speciali parlamentari.

   Per cercare di smuovere la situazione una quantità di pressanti appelli: nel mese di aprile, da parte dei componenti degli Stati generali dell’esecuzione penale (che hanno lavorato alla stesura della riforma), poi all’inizio di maggio, da parte dell’Unione Camere Penali, che ha indetto due giorni di astensione dalle udienze degli avvocati penalisti e una manifestazione nazionale. Per non dire della mobilitazione del Partito Radicale e dei numerosi, lunghi digiuni di Rita Bernardini. Va ricordato che la mancata riforma Orlando viene dopo la condanna dell’Italia, nel 2013, da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per trattamenti inumani e degradanti legati al sovraffollamento delle carceri: la Corte impose al nostro Paese di provvedere entro un anno dalla sentenza. Vale anche la pena di ricordare che l’ultima riforma è datata 1975 e riguardava un contesto sociale che oggi non esiste più.

   Un esempio per tutti: a quel tempo i detenuti stranieri erano l’1 per cento, oggi sono il 33 per cento. Alla riforma si oppone chi la definisce “salva-ladri” o “svuota-carceri”. Ma non è così. La riforma va esattamente nella direzione opposta: non contiene nessuna “liberatoria” per pericolosi delinquenti, mafiosi o terroristi, non risponde a un criterio indiscriminata indulgenza; piuttosto elimina piuttosto alcuni automatismi dei benefici e prevede la concessione di misure alternative e permessi premio a seconda della condotta del detenuto. In linea con la Costituzione che bandisce i “trattamenti contrari al senso di umanità” e afferma che le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato“.

   Infine è opportuno ricordare la situazione delle carceri italiane: è fotografata dai dati riguardanti i suicidi; nel 2017 sono stati 52, quest’anno già 13.

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