martedì, agosto 21

L’Italia come ‘ponte’ verso l’integrazione europea dei Balcani L’impegno nazionale verso l’Area economica regionale integrata, il ‘polo’ triestino e le iniziative sul campo coordinate dall’ ‘Associazione delle Agenzie della Democrazia Locale’ (ALDA). Risponde Alessandro Perelli, Vicepresidente dell’Associazione

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Dopo Berlino, Parigi, Vienna, e a meno di un anno dal Summit di Trieste, tra 2 giorni si terrà a Sofia (Bulgaria) il Vertice Unione Europea-Balcani occidentali.

Le priorità dell’incontro si declinano secondo quanto stabilito, nell’agosto del 2014, dal ‘Processo di Berlino’, iniziativa intergovernativa avviata da Angela Merkel che ha dato nuovo impulso all’allargamento europeo alla regione balcanica. Ciò è avvenuto quando il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, annunciava l’opportunità di ‘congelare’ questa fase espansiva: dopo l’ingresso di 13 nuovi Paesi in 10 anni, «I nostri cittadini hanno bisogno di una pausa nell’allargamento e di consolidare quanto è stato raggiunto tra i 28 Stati membri». Senza, tuttavia, pregiudicare i negoziati in corso: «in particolare», prosegue Juncker, «i Paesi dei Balcani occidentali avranno bisogno di mantenere una prospettiva europea».

Con il ‘Pacchetto allargamento’ del novembre 2015, la Commissione ha insistito sull’importanza di un rafforzamento del processo di state-building (consolidamento delle istituzioni democratiche, riforma di pubbliche amministrazioni poco trasparenti e politicizzate, riforma dei sistemi giudiziari) e della tutela dei diritti umani (a partire dalla libertà di espressione e di parola), in concomitanza con programmi di cooperazione e sviluppo economico. Per questo secondo aspetto, particolare importanza riveste l’interdipendenza tra strutture e risorse impiegate, in diversi settori: non solo energia, trasporti e comunicazioni, ma anche cultura e politiche per i giovani.

Gli incontri annuali di vertice si propongono di rafforzare, perseguendo una stabilizzazione ‘di durata’ funzionale all’integrazione, la rete di rapporti con i 6 partner balcanici, nel segno di una loro «appartenenza alla famiglia europea»: Serbia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Albania e Kosovo.

I negoziati di adesione sono aperti per Montenegro (2012) e Serbia (2014), con un possibile ingresso nel 2025, mentre Macedonia e Albania hanno finora ottenuto lo statuto ufficiale di ‘candidati’ (una qualifica soltanto potenziale per Bosnia-Erzegovina e Kosovo).  Nonostante si profilino tempi lunghi e ferme restando le frizioni sulle dispute bilaterali non ancora risolte, come quelle tra Pristina e Belgrado (la Spagna, che non riconosce l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, non sarà presente al summit di giovedì) o sul confine sloveno-croato, si tratta di un impegno multilivello assunto in sede EU e da parte dei rispettivi Governi. La nuova Strategia presentata dalla Commissione indica la volontà di recuperare centralità da parte dell’UE, secondo i suoi standard (le condizionalità imposte ai Paesi balcanici), rispetto all’iniziativa degli Stati che ne fanno parte e di fronte alle ambizioni di attori internazionali come la Russia, la Turchia o la Cina.

Il ravvicinamento politico della regione all’ambito unionale passa anche, ha osservato il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk nell’incontro di febbraio con il Cancelliere austriaco Sebastian Kurz, per un rafforzamento della cooperazione «nei settori di reciproco interesse, comprese la sicurezza e la migrazione», conformandosi in ciò alla visione contenuta, in senso ampio e organico, nella citata Strategia: l’ascrizione dei 6 Stati balcanici all’Europa è ritenuta un «investimento geostrategico» fondato su «valori comuni» come la crescita economica, la sicurezza, il benessere sociale e la tutela dei cittadini – punti chiave per una futura stabilità regionale.

I punti programmatici del Summit di giovedì ricalcano le 6 ‘Iniziative- faro’ definite dall’UE: sicurezza e gestione dei flussi migratori; rafforzamento dello Stato di diritto; progetti di investimento e sviluppo socio-economico; infrastrutture di trasporto e unione energetica (creazione di un mercato regionale che regoli il ‘corridoio energetico’ tra Europa e Balcani); riconciliazione, politiche sociali e di vicinato; digitalizzazione delle connessioni relative ai diversi settori.

Parlando dell’importanza del ruolo assunto dall’Italia in questo processo (e in altri fori di dialogo regionali, come l’Iniziativa Adriatico-Ionica), nelle diverse aree di cooperazione, particolare interesse rivestono le iniziative attivate localmente nel quadro evolutivo dell’Area economica regionale integrata nata con il Summit Balcani 2017, capace di «mettere insieme», secondo l’auspicio del premier Paolo Gentiloni, «tariffe e scambi commerciali in un’area di 20 milioni di abitanti». In base ai diversi Accordi di stabilizzazione e associazione (ASA) e all’integrazione commerciale tra i Paesi balcanici e l’UE (attraverso l’Accordo centroeuropeo di libero  scambio CEFTA), è previsto un aumento progressivo della circolazione di beni, servizi, manodopera qualificata e investimenti diretti esteri. In questo scenario, Trieste rappresenta, per l’ ‘Associazione europea – non governativa – delle Agenzie della Democrazia Locale’ (ALDA), un potenziale polo intermediario economico, infrastrutturale e politico verso l’Area economica regionale integrata. Attore di dialogo e interazione cooperativa con le autorità politiche di diversi Paesi dei Balcani occidentali (ma anche in altri contesti di vicinato europeo, come Turchia, Georgia, Bielorussia e diversi Paesi del Maghreb), questa organizzazione promuove processi di partecipazione attiva, buona governance, decentralizzazione e iniziative di sviluppo socio-economico, intendendo l’integrazione europea come risultato di un processo che muove ‘dal basso’ ed ha nella società civile – nella sua ritrovata centralità politica – il suo motore fondamentale.

Ce ne Parla Alessandro Perelli, Vicepresidente dell’ALDA e Responsabile per l’attività dell’Associazione nell’Area Mediterranea.

 

Dottor Perelli, che ruolo hanno assunto l’Italia e, in particolare, Trieste nella costituzione dell’Area economica regionale integrata?

Come è noto, nel luglio del 2017 si è svolta a Trieste la quarta tappa del cosiddetto ‘Processo di Berlino’, l’iniziativa promossa da 4 Paesi dell’Unione (Germania, Francia, Austria e Italia) per l’integrazione, al suo interno, dei 6 Paesi balcanici occidentali che ancora non ne sono parte. Questo vertice ha rappresentato per Trieste un’occasione di estrema importanza, con la presenza dei Capi di Stato e di Governo dei 4 Paesi europei e la partecipazione totale di Serbia, Kosovo, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Albania. Credo che, come è successo molto spesso, l’economia – se vogliamo, in un senso più completo, la società civile – precedano i fatti politici.

In che senso?

Al di là delle dichiarazioni di principio, peraltro significative e che, tra l’altro, hanno preparato il terreno per la riunione che si terrà a Sofia dopodomani, nel caso di Trieste si è deciso di creare un ‘Segretariato delle Camere di Commercio dei Balcani occidentali’. Innanzitutto, ciò vuol dire che ci avviamo verso un mercato unico dei Balcani, che sarà integrato nel mercato europeo. È un aspetto fondamentale per i successivi adempimenti istituzionali e politici. Il secondo rilievo è il ruolo attribuito alla città, che diventa la sede delle attività di coordinamento, ma anche di questa nuova realtà.

Come funziona questa struttura?

Presso la Camera di Commercio triestina esiste la sede del Segretariato, che finora è composto da 3 persone, una delle quali – il Direttore della Camera di Commercio della Serbia Milan Vranić – coordina il progetto. L’ente in questione svolge un ruolo di coordinamento tra i suoi componenti, le imprese (parliamo di circa 350.000 piccole e medie aziende), i vari portatori di interesse e le istituzioni dell’UE. Inoltre (diversamente dal carattere di ente locale non territoriale, proprio delle nostre Camere di Commercio) esso riunisce tutte le Camere Commercio nella camera unica della Serbia, che ha sedi locali, ma esiste giuridicamente come ente unico e dipende direttamente dal Governo.  L’ufficio è in collegamento con i singoli Governi nazionali ed è una loro primaria espressione – quindi, non è un’istituzione con aspetti privatistici, ma governativi e pubblici.

Tutti conoscono l’importanza del mercato dei Balcani occidentali. Credo che l’economia italiana – ma anche europea – guardi con molto interesse a questa realtà che, ripeto, ‘precede’ gli atti politici.

Quando, nel 2016, lavoravo alle Relazioni internazionali per la Regione Friuli-Venezia Giulia, proprio a Trieste si tenne la riunione delle Camere di Commercio della Serbia e del Kosovo – un evento di rilievo, non adeguatamente sottolineato. Inutile dire quanto sia difficile, visti i rapporti deteriorati tra i due Paesi, ottenere un dialogo. Invece c’è stato, e non solo: questo tavolo ha permesso di risolvere problemi di prim’ordine per ciò che riguarda i passaggi confinali delle merci commerciali, risolvendo notevoli difficoltà esistenti tra Pristina e Belgrado.

Anche a Sofia, come a Trieste, saranno presenti i 6 Paesi. Sappiamo che ci sono difficoltà legate al riconoscimento del Kosovo. Alcuni Paesi europei come Spagna e Romania, che si pronunciano in senso negativo, probabilmente non parteciperanno al Summit. Tuttavia, come dicevo, l‘economia va a vanti e supera i problemi politici e istituzionali. Lo ritengo un aspetto di estrema importanza.

Cosa implica la ‘connettività’, intesa nel suo riferimento alle risorse umane e materiali, all’interno dell’Area integrata?

Innanzitutto, non solo da parte italiana – anche se è un problema che noi sentiamo con particolare gravità –, questo obiettivo non punta alla delocalizzazione di imprese italiane all’estero, dove magari ci sono condizioni di tassazione o contributive più favorevoli; mira, invece, ad avere un mercato unico che dia risposte sia all’economia dei Paesi che stanno per aderire all’Europa sia a quella degli Stati membri.

A Trieste si è cercato di coinvolgere le aziende italiane non solo per agevolare la realizzazione di imprese nei Balcani, ma anche per ottenere in Italia alcune facilitazioni sul piano della manodopera e della produzione, delle quali beneficiare attraverso la creazione reale del mercato unico.

Quali sono i principali settori coinvolti?

Non ci sono settori particolari, nel senso che il processo interessa l’intero ambito dell’economia. Ci sono, ovviamente, i noti interessi legati alle infrastrutture; ma penso anche all’agricoltura e alla produzione di manufatti… Inoltre, dall’aspetto economico si passa anche ad altre dimensioni: culturale e sociale, che hanno ambiti di interesse specifici, ma che potrebbero essere favorite dall’esistenza di questo mercato.

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