lunedì, novembre 20

L’ISIS della steppa: i nuovi combattenti provengono dalle ex Repubbliche sovietiche I protagonisti degli ultimi attacchi terroristici sono uzbechi e costituiscono una minaccia per il pianeta

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I nuovi combattenti arruolati dall’ISIS provengono dalle ex Repubbliche sovietiche. Ciò è stato dimostrato dai recenti attacchi terroristici che sono accaduti negli ultimi anni.

«Che la Russia costituisca un bacino di provenienza dei combattenti ISIS non è una novità. Le fonti più attendibili ci dicono che dalle aree a prevalenza musulmana dell’ex Unione Sovietica sono arrivati moltissimi combattenti, facendo della Russia il terzo Paese di provenienza, dopo Tunisia e Arabia Saudita. Anche da Uzbekistan e Kirghistan si stimano oltre 500 foreign fighters, un numero significativo se si confrontano con gli 87 censiti nel nostro Paese. Dietro l’impegno militare di Putin nella Regione, oltre alla logica di potenza di Mosca, vi è anche la volontà di contrastare questo fenomeno», ci dice Paolo Magri, Direttore dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale).

Il caso più recente riguarda Sayfullo Saipov, un uzbeko 29enne emigrato negli Usa nel 2010, che ha deciso di diventare un discepolo dell’ISIS, seguendo in rete i video dello Stato Islamico e le dettagliate istruzioni che il Califfato impartiva ai suoi adepti per colpire l’Occidente, e che è ritenuto il responsabile della strage avvenuta nella pista ciclabile di Manhattan, a New York.

Secondo fonti locali, nell’ultimo decennio sono arrivati a New York circa 20mila immigrati uzbeki che risiedono tuttora nella città, e molti di loro possono continuare a vivere negli Stati Uniti perché, grazie ad una lotteria, hanno vinto la Green card, un permesso di soggiorno indispensabile per rimanere nella Nazione, proprio come ha fatto l’attentatore di New York.

Anche l’attentato alla discoteca di Istanbul, avvenuto a Capodanno, ha visto coinvolto un altro uzbeko, Abdulkadir Masharipov, che ha ucciso 39 persone; quindi sembra che l’Uzbekistan, Stato dell’ex Unione sovietica che confina con l’Afghanistan, sia considerato il primo sostenitore del Califfato situato nell’Asia centrale.

Infatti, la principale organizzazione terroristica che raggruppa i combattenti islamici è quella del Movimento islamista dell’Uzbekistan (Imu), fondata alla fine degli anni Novanta. Nel 2015, l’organizzazione terroristica ha giurato formalmente fedeltà al Califfo Al Baghdadi e, secondo l’Onu, alcuni suoi leader hanno avuto ruoli di spicco anche all’interno di al-Qaeda.

Inoltre, il gruppo ha rivendicato la sua partecipazione all’attacco avvenuto all’aeroporto internazionale di Karachi, in Pakistan, nel giugno 2014, nel quale sono morte 37 persone, ed è stato accusato per una serie di attentati avvenuti nella capitale uzbeca, Tashkent, nel 1999 e nel 2004. Tuttavia il movimento non è mai riuscito a creare una base stabile nell’Asia centrale e, per questo motivo, molti dei suoi membri si sono trasferiti in Afghanistan.

Attualmente, i volontari del jihad, che sono partiti dalle ex Repubbliche sovietiche per poi giungere in Iraq e in Siria, sono circa 7mila. La maggior parte di loro sono musulmani estremisti dell’Uzbekistan; i restanti provengono dal Kazakistan, dal Turkmenistan, dal Tagikistan e dal piccolo Stato del Kirghizistan.

Inoltre, il territorio dell’Asia centrale è diventato, da qualche anno, lo snodo nevralgico dell’incrocio di interessi fra tre grandi potenze dell’Asia centrale: Cina, Iran e Russia. L’enorme quantità di giacimenti petroliferi presenti nella zona, unita alla presenza dei più importanti canali di commercio della droga a livello mondiale, assegna all’area geografica coinvolta un’importanza tale da dover essere obbligatoriamente considerata l’obiettivo del Califfato, che non combatte solo in nome della guerra santa, ma più che altro per interessi economici.

Ma, oltre alle risorse economiche e alla volontà di abbattere il potere di Russia ed Iran, non va dimenticato che l’ISIS sta reclutando in questi Stati nuove leve da impiegare, per il momento, sul fronte siriano ed iracheno. In questa parte del mondo, l’Islam radicale sta crescendo e sta costruendo nuove basi composte da cittadini russi, che provengono per lo più dalla Regione musulmana del Caucaso settentrionale, e che ad oggi costituiscono la più grande forza militare dello Stato Islamico.

La Cecenia, ad esempio, ha prodotto molti di questi combattenti durante le due guerre cecene iniziate negli anni ’90, dato che i russi hanno messo in atto tattiche brutali nel Paese ed hanno spinto gli insorti in una direzione più islamista e militante.

Al confine con l’Azerbaigian, è situato invece il Dagestan, uno Stato della Russia che si sente più mediorientale che europeo. Nel corso degli anni 2000, i jihadisti, provenienti da questo Stato e fedeli ad un movimento chiamato ‘Emirato del Caucaso’, hanno compiuto diversi attacchi terroristici in nome della guerra santa e, nel 2011, molti kamikaze del movimento si sono fatti saltare in aria, uccidendo molti civili che camminavano per le strade di Mosca.

Si stima che circa 650 miliziani del Sud del Dagestan siano partiti per la Siria. Il flusso non si è limitato solamente agli uomini, ma ha coinvolto anche le donne che hanno deciso di accompagnare i loro mariti, portandosi dietro anche i figli.

Molti analisti della questione islamica sostengono che la maggior parte di questi individui si arruola perché nel loro Paese il tasso di disoccupazione è molto elevato, persiste la mancanza di servizi pubblici e i brutali metodi impiegati dai servizi di sicurezza e dalla polizia russa contro gli insorti hanno fatto sorgere in loro un moto di ribellione e di rabbia che non si arresterà così facilmente.

Oggi, l’ISIS, non solo accoglie i miliziani nei loro Paesi, ma li recluta tramite un tipo di propaganda che si svolge in lingua russa. Lo scorso anno, infatti, l’organizzazione terroristica ha pubblicato una rivista in lingua russa intitolata ‘Istok’ e ha anche lanciato Furat Media, un canale social attraverso il quale ha dichiarato la sua intenzione di stabilirsi nella zona del Caucaso settentrionale.

Secondo quanto dicono gli esperti, la strategia migliore per contrastare la minaccia rappresentata dalle migliaia di combattenti, provenienti dalla Russia e dalle Repubbliche dell’ex Unione Sovietica, è fare in modo che i Governi dei rispettivi Paesi forniscano all’Interpol i nomi di quei miliziani che hanno avuto un ruolo chiave nei combattimenti. Attualmente, l’Interpol possiede solo i nomi di circa 5.000 miliziani che sono stati addestrati in Siria, che è solo una minima parte rispetto ai 30.000 combattenti stranieri che si sono recati lì.

Sembra che la lista dei nomi includa alcune delle figure più famose del regno del terrore, come quello di Omar Shishani, un ceceno proveniente dalla Georgia, ritenuto così influente da essere stato descritto come il ‘Ministro della Difesa dell’ISIS’ o il nome di Akhmed, un 36enne ceceno che, come Shishani, è considerato uno dei comandanti più esperti presente tra i battaglioni russi dell’organizzazione terroristica.

Lo Stato Islamico, dunque, per non perdere il suo potere e dominare il resto del mondo, ha bisogno di reclutare dei foreign fighters, soprattutto adesso che la sua posizione in Medio Oriente non è più stabile come prima.

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