mercoledì, settembre 19

L'irrisolto conflitto tra politica e magistratura

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L’Italia è al 61 posto al mondo nell’indice di percezione della corruzione (8 posizioni in meno rispetto all’anno precedente), ma rimane in fondo alla classifica europea. A rivelarlo sono i dati della Transparency International 2014 e 2015, confermati da Bruxelles e dalla Corte di Giustizia Europea.  E’ fanalino di coda anche per l’elevata percentuale di corruzione nella classe politica e dirigente. Eppure, in un dossier redatto nel 2015 dal Consiglio d’Europa, emerge che nel nostro paese i reati tra i colletti bianchi sono tra i meno perseguiti d’Europa. Solo lo 0,6% è punito dal Codice di Procedura Penale, a differenza della media europea che si attesta al 5,9%. In pratica se in Germania sono ben 7.986 i detenuti in Italia per reati compiuti dai colletti bianchi, in Italia sono appena 230.

Naturalmente per colletti bianchi non si intende soltanto la classe politica, ma anche il più ampio ceto impiegatizio e i Funzionari dello Stato.  I numeri incidono negativamente sul rapporto di fiducia che i cittadini nutrono nei confronti delle istituzioni, della politica, ma anche nei riguardi della magistratura e delle sue numerose inefficienze. I dati rilevati dal sistema statistico Demos dimostrano che il 46% dei cittadini non crede nel sistema giustizia. La fiducia fra il 2003 e il 2008, è scesa dal 51 al 35%. Circa il 60%  degli interpellati (cittadini e imprese) la considera «piuttosto o molto cattiva». Solo per il 25% è «piuttosto buona» e per l’1%  «molto buona».

Questi dati emergono anche dal rapporto giustizia pubblicato l’11 aprile scorso dalla Commissione europea. Nel 2014 ci volevano oltre 500 giorni per ottenere un giudizio di primo grado in un processo civile e amministrativo. La lentezza dei processi ci costa oggi 94 miliardi. Se la fiducia dei cittadini nelle istituzioni  è drasticamente calata negli ultimi anni lo si deve, oltre alla percezione di una illegalità diffusa, anche all’aspra diatriba tra magistratura e politica che si protrae da oltre vent’anni. Alberto Vannucci, docente di Scienza Politica presso l’Università di Pisa ha studiato per anni il rapporto tra politica e corruzione e ci aiuta a comprendere come è cambiato, dagli anni di Mani Pulite ad oggi, il conflitto tra due attori protagonisti, nel bene e nel male, del dibattito pubblico attuale.

Le polemiche di questi giorni, prima tra Renzi e i PM di Potenza, alimentato poi dalle dichiarazioni del presidente dell’Amn, Piercamillo Davigo, hanno fatto riemergere un atavico conflitto tra politica e magistratura che affonda le proprie radici in Tangentopoli ed è continuato con i Governi Berlusconi, ed oltre. Come è cambiata questa diatriba da allora ad oggi?

L’evoluzione da Mani Pulite ad oggi ha visto alcuni elementi di persistente tensione nel rapporto tra politica e magistratura dovuta al fatto che in questi anni l’Italia ha conosciuto la crescita abnorme di una serie di reati, i cosiddetti crimini dei colletti bianchi, che hanno coinvolto anche la classe politica. Questa realtà è corroborata dai dati statistici, dai sondaggi e dalle analisi di percezione, che confermano una anomalia tutta italiana, unita alla incapacità della classe politica e dirigente di dare risposte a questo problema. In alcune fasi la politica ha cercato di rimuovere la questione, in altri momenti ha addirittura approvato provvedimenti che hanno incoraggiato questo tipo di attività criminali. L’elemento che a mio giudizio segna una differenza rispetto alle prime fasi in cui questa tensione si è manifestata, cioè la vicenda dei governi guidati da Berlusconi, in cui lo scontro si era fatto aperto e diretto tra una parte della politica e la magistratura, è che oggi, come le ultime vicende hanno rivelato, la volontà della politica di contrapporsi all’azione dei magistrati – come dimostra il riferimento a vent’anni di ‘barbarie giustizialista’ da parte del Presidente del Consiglio – proviene da una parte che per anni ha invece offerto un supporto all’azione dei magistrati. Questa sfida rinnovata può però risultare pericolosa.

Secondo lei, è necessario un codice di regolamentazione interno alle Procure (come hanno già fatto le Procure di Roma e Torino) che impedisca la divulgazione all’esterno di informazioni che non sono strettamente legate alle indagini?

L’autoregolamentazione può essere uno strumento utile. Diversi magistrati hanno ricordato che in realtà le intercettazioni sono strettamente necessarie a sostenere il quadro probatorio in questo tipo di reati, nei quali nessuno ha spesso interesse a collaborare coi giudici. Come spesso accade in Italia, gli strumenti legali e di garanzia già esistono nel nostro ordinamento. Il problema, però, è che un’intercettazione apparentemente irrilevante può essere utile ai fini dell’indagine, o addirittura può essere garanzia dell’imputato, magari perché lo scagiona da un reato. Certamente, vi è l’esigenza di rafforzare gli strumenti di regolamentazione da parte delle Procure. Alcune già lo hanno fatto. Questo sarebbe uno strumento anche per arginare certi tipi di attriti tra politica e magistratura.

Il Parlamento dovrebbe o meno modificare l’attuale regolamentazione sulle intercettazioni telefoniche e ambientali?

L’autoregolamentazione da parte di alcune Procure è perfettamente condivisibile, anzi auspicabile, ma che vi sia bisogno di intervenire sulle intercettazioni in chiave legislativa lo ritengo discutibile. Si è visto infatti come per certi tipi di reati, ad esempio la corruzione, le intercettazioni siano l’unico strumento in grado di entrare in certi circuiti criminali e di portarli alla luce. Sarebbe opportuno invece riconoscere la possibilità di favorirne l’utilizzo proprio in certi contesti, come nei reati dei colletti bianchi. Il problema per questo tipo di reati non sono le troppe intercettazioni, ma i troppi crimini che restano impuniti. Occorrerebbe un lato affinare lo strumento delle intercettazioni, dall’altro introdurre lo strumento degli agenti sotto copertura per scardinare questi circuiti criminali che condizionano anche le attività politico-amministrative, come abbiamo visto nelle ultime inchieste.

Ammette quindi che non vi è un abuso dello strumento delle intercettazioni, anzi che bisognerebbe incrementare l’utilizzo di questo strumento?

Diciamo che in determinati contesti e per un certo tipo di reati è l’unico strumento efficace. Limitarne l’uso potrebbe avere effetti molto negativi. Alimenterebbe il senso di impunità già largamente diffuso. L’Italia ha una percentuale di detenuti in carcere per quanto riguarda i colletti bianchi che è un decimo della media europea. E in tutti gli indicatori sulla corruzione siamo maglia nera o quasi a livello europeo. Questo tipo di illegalità ha dei costi altissimi e spesso i colpevoli rimangono impuniti perché non si riescono a trovare prove, perché i reati vanno in prescrizione, oppure perché si sono adottati una serie di meccanismi di salvaguardia o di protezione delle persone coinvolte, vedi la lunga serie di leggi ‘ad personam’ , che hanno prodotto come effetto una corruzione dilagante.

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