giovedì, settembre 21

L’incubo della Federal Reserve

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Come è noto, la Federal Reserve ha recentemente decretato un aumento dei tassi di interesse dall’1 all’1,25%, dopo aver varato (a marzo) un primo rialzo di un quarto di punto a marzo (dallo 0,75 all’1%). Si tratta del primo sforamento del tetto dell’1% dallo scoppio della crisi, che gli addetti ai lavori tendono solitamente far coincidere con il crack di Lehman Brothers del 15 settembre 2008. Da quel momento, la Fed di Ben Bernanke ha sistematicamente cercato di arginare il disastro economico incombente proponendo un radicale abbassamento dei tassi di interesse abbinato a una politica monetaria espansiva incentrata sul lancio di numerosi programmi di quantitative easing (‘alleggerimento quantitativo’). Dal novembre del 2008, la Federal Reserve ha varato ben 3 piani di ‘alleggerimento quantitativo’, acquistando grosse quantità di Treasury Bond e di titoli di vario genere, al termine dei quali ha visto il proprio bilancio incrementare alla cifra stratosferica di 4.500 miliardi di dollari, a fronte degli 869 miliardi del 2007. Sommergendo di liquidità i mercati patrimoniali nella speranza che il fiume di denaro stimolasse i rialzi di Borsa, ritenuti indispensabili al rilancio del mercato edilizio e, di conseguenza, alla ripresa della crescita economica, la Fed di Bernanke ha ricalcato la linea operativa di Alan Greenspan.

L’economia reale non ha tuttavia beneficiato più di tanto di questo gigantesco stimolo monetario, come certificato dalle statistiche nonostante gli astrusi e assai discutibili sistemi di calcolo introdotti nel corso degli ultimi tempi – sistemi che un economista come John Williams, il quale continua a impiegare i vecchi metodi per definire andamento Pil, tasso di disoccupazione e inflazione, ritiene assolutamente incapaci di rispecchiare la condizione economica in cui versano gli Stati Uniti. La crescita del Pil capitalizzata dagli Usa negli ultimi anni è infatti dovuta in larghissima parte alla mera attività speculativa delle banche e ai consumi dei ceti medio-ricchi. Questa divaricazione è emersa per la prima volta nel marzo 2013, quando il Dow Jones ha toccato i massimi da sempre (coronando una galoppata che ha comportato, per tale indice, la crescita del 118% in 1.458 giorni), ed è stata ulteriormente testimoniata dalla crescita dell’indice Standard & Poor’s 500 pari al 30% nell’arco del 2013. Si tratta di performance straordinarie che si sono protratte fino ad oggi, e che appaiono del tutto strabilianti specialmente se comparate ai risultati ottenuti dall’economia reale.

La discrasia tra i grandi profitti macinati dagli operatori di Wall Street e l’arrancante crescita dell’economia reale è dovuta essenzialmente la creazione di liquidità a ciclo continuo da parte della Fed che, con il riacquisto massiccio (pari ad 85 miliardi di dollari al mese per un determinato periodo) di titoli di debito emessi dal Tesoro statunitense, ha sospinto alle stelle il prezzo di tali titoli e depresso la loro redditività al di sotto del tasso d’inflazione (nei fatti, chi negli ultimi anni ha acquistato bond statunitensi ha compiuto una scelta nettamente anti-economica). In questo modo, la Fed ha pompato un fiume di liquidità a beneficio dei grandi colossi del credito, poiché i titoli riacquistati si trasformano in riserve che le banche sfruttano per garantire i prestiti erogati (che normalmente, attraverso il meccanismo della riserva frazionaria superano di decine di volte il valore delle riserve stesse generando interessi a ciascun istituto di credito per ogni prestito concesso) e, soprattutto, per sostenere massicce operazioni speculative che garantiscono una maggiore e più rapida remunerazione.

Ma promuovendo questo incredibile boom azionario, la Fed ha sospinto il margin debt (che si calcola sommando tutto il denaro concesso dalle istituzioni finanziarie sotto forma di prestiti destinati all’acquisto di titoli azionari sul New York Stock Exchange, accettando come garanzia i titoli azionari stessi) a livelli esorbitanti, ponendo le basi per un violento crollo dei listini – a tal riguardo, i primi segnali di pericolo si sono già materializzati.

Margin debt

Senza contare che, proprio in questi giorni, autorevoli analisti hanno stimato in 12,7 trilioni di dollari l’ammontare complessivo del debito privato statunitense (il ‘Financial Times’ ha inoltre rivelato che, a partire dal 2010, le imprese Usa hanno accumulato qualcosa come 7,8 trilioni di debito ma la loro capacità di sostenerlo è ai minimi dal 2008), mentre il debito pubblico, il quale ha raggiunto già da molti anni livelli letteralmente astronomici, continua nella sua vertiginosa corsa verso l’alto.

In tali condizioni, un aumento sensibile dei tassi di interesse può avere effetti a dir poco devastanti sia sul piano strettamente nazionale che a livello sistemico, ma la Fed ha deciso di confermare comunque la propria intenzione di provvedere a un progressivo rialzo da qui fino al 2019, premurandosi tuttavia di subordinarlo all’andamento dell’economia reale: «il Comitatosi legge in una nota della Fed – ritiene che le condizioni economiche stiano maturando in maniera tale da rendere sostenibile l’aumento graduale del tasso di interesse […]. Tuttavia, il percorso effettivo del tasso di fondi federali dipenderà dalla prospettiva economica».

Già verso la fine del 2012, quando le politiche monetarie iper-espansive della Fed erano al culmine, Paul Craig Roberts (ex alto funzionario del Dipartimento del Tesoro tra i maggiori artefici della cosiddetta Reaganomics) formulò previsioni a dir poco pessimiste in merito a ciò, sostenendo che: «lo scopo del quantitative easing è quello di mantenere alti i prezzi del debito, cosa che supporta le scommesse delle banche (nel 2011, l’Office of the Comptroller of Currencies ha rivelato che circa il 95% dei 230 trilioni di dollari di esposizione sui derivati degli Stati Uniti erano detenuti dagli istituti finanziari statunitensi Jp Morgan Chase, Bank of America, Citigroup e Goldman Sachs). La Federal Reserve sostiene che lo scopo della sua enorme monetizzazione del debito serve ad aiutare l’economia con tassi di interesse bassi e con un aumento delle vendite di case. Ma la politica della Fed sta danneggiando l’economia privando i risparmiatori, in particolare i pensionati, del margine di interesse, costringendoli a consumare i loro risparmi. I tassi di interesse reali pagati dai Credit Default Swap (Cds), dai fondi del mercato monetario e dalle obbligazioni sono inferiori al tasso di inflazione. Inoltre, il denaro che la Fed ha creato al fine di salvare le banche ha reso nervosi i detentori di dollari, sia in patria che all’estero. Se gli investitori abbandonano il dollaro e il suo valore di scambio scende, diminuirà anche il prezzo degli strumenti finanziari che gli acquisti della Fed stanno sostenendo, ed i tassi aumenteranno. L’unico modo con cui la Fed potrebbe sostenere il dollaro potrebbe essere quello di lasciar aumentare i tassi di interesse. In tal caso, i detentori di obbligazioni sarebbero spazzati via e gli oneri finanziari sul debito pubblico esploderebbero. Con una tale catastrofe, in seguito al precedente collasso azionario e immobiliare, quel che rimarrebbe della ricchezza delle persone verrebbe spazzato via».

Gli effetti di un rialzo netto non si produrrebbero tuttavia sui soli Stati Uniti. Lo si è visto a cavallo tra il 2013 e il 2014, quando alcune dichiarazioni possibiliste rilasciate da Janet Yellen circa l’opportunità di procedere a una limitazione degli acquisti dei Treasury Bond da parte della Fed (il cosiddetto ‘tapering’) si sono rivelate sufficienti a richiamare una mole di capitali dai Paesi emergenti tale da provocare il sensibile deprezzamento e il parallelo aumento della redditività dei bond decennali greci, la svalutazione della lira turca rispetto al dollaro (con la Banca Centrale di Ankara che ha raddoppiato gli acquisti di titoli di debito turchi), l’arretramento del rand sudafricano e della rupia indiana, la svalutazione del rublo e il dissesto economico in Ucraina, Thailandia e Indonesia – oltre ai conseguenti crolli delle Borse di tutto il mondo. Le ricadute più pesanti le ha però subite il  Brasile, la cui Banca Centrale, dopo aver bruciato oltre 350 miliardi di dollari per difendere la valuta nazionale, si è vista costretta a varare un innalzamento dei tassi di interesse oltre la soglia del 10%. Per spiegare questo fenomeno, il governatore della Banca Centrale brasiliana Alexandre Tombini ha parlato di ‘effetto aspirapolvere’, vale a dire il richiamo di una parte sostanziosa degli oltre 4.000 miliardi di dollari riversatisi sui Paesi in via di sviluppo in seguito alla bancarotta di Lehman Brothers e del conseguente abbattimento dei rendimenti dei Treasury Bond (attraverso l’azzeramento dei tassi di interesse) provocato dal ‘tapering’ della Federal Reserve.

La Yellen rimane comunque ottimista, pur riservandosi di modificare anche sensibilmente il ruolino di marcia prestabilito nel caso in cui le condizioni economiche per portarlo avanti non dovessero materializzarsi. Quel che è certo è che la Fed ha dinnanzi a sé una scelta molto difficile e gravida di pesanti ripercussioni.

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