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Libia, se dopo 6 anni, la risposta fosse un Gheddafi?

Sei anni fa la Libya revolution, le considerazioni del capo dei ribelli anti-Gheddafi e una proposta

Saif al-Islam Gheddafi
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Il 17 febbraio del 2011 in Libia era la ‘Giornata della collera’. Le manifestazioni sarebbero sfociate nella ‘Rivoluzione del 17 febbraio’, la rivolta contro il colonnello Muammar Gheddafi. A sei anni di distanza in Libia regna ancora il caos, insieme, però, timidi spiragli di ricomposizione delle dueforze’ che si spartiscono il Paese, Tripoli, con il Governo di Fayez al-Sarraj, Presidente del Consiglio Presidenziale frutto dell’Accordo Nazionale della Libia del 17 dicembre 2015, e Tobruk con il suo uomo forte, il generale Khalifa Haftar. Intanto c’è chi avanza uno scenario inedito: puntare su Saif al-Islam Gheddafi per tentare la riconciliazione tra le diverse tribù libiche.

Alcune manifestazioni che erano previste in alcune città -a partire da al-Bayda, che fu scelta come sede del Governo di Abdullah al-Thani legato al Parlamento di Tobruk-, sono state annullate per motivi di ‘sicurezza’. Secondo ‘Libya Herald’, le celebrazioni sarebbero state annullate dopo che informazioni di intelligence hanno segnalato la pianificazione di un attacco terroristico. Ad al-Bayda, dove sinora ha regnato la calma, è stato innalzato il livello di sicurezza. Il ‘Libyan Express’ attribuisce invece la decisione al timore di proteste contro le forze del generale Haftar.
Le cerimonie a Tripoli, Misurata, al-Zawiya, Zliten sarebbero confermate ma sotto stretta vigilanza. I media libici sottolineano «l’agonia e le sofferenze dei libici a causa del peggioramento delle condizioni di vita e della mancanza di sicurezza» a sei anni dalla rivoluzione contro il colonnello, catturato e poi morto nell’ottobre del 2011.

Altresì non mancano i ‘bilanci’ e i ‘messaggi politici’ di una situazione in evoluzione. Il portale news Middle East Eye’ pubblica una lunga intervista a Abd al-Hakim Balhaj. Combattente islamista, membro del Gruppo dei combattenti islamici libici, Belhadj è stato comandante dei ribelli anti-Gheddafi che hanno conquistato Tripoli il 21 agosto 2011, ed è diventato poi il comandante del Consiglio Militare della  città. Belhadj  -che ha una ‘partita aperta’ con le autorità statunitensi e britanniche per un suo arresto in Thailandia nel 2004 e successiva consegna alle autorità libiche del tempo che lo hanno incarcerato e torturato insieme alla moglie- ricostruisce le connessioni tra l’allora Premier Tony Blair e Muammar Gheddafi per gli interessi in Libia della British Petroleum, ma soprattutto fa il punto degli interessi che si stanno combattendo sulla testa del popolo libico.

La rivolta 17 febbraio è nata come una rivolta «contro una dittatura ingiusta ed egemonica», ma sei anni dopo il popolo libico sta ancora cercando di uscire dai 40 anni di Gheddafi, sostiene Belhadj. La debolezza conclamata di tutti i governi che hanno preso il potere dal 2011 in avanti «ha aggravato il caos. Stiamo ancora lottando, la Libia continua a sperimentare profonde divisioni politiche, le quali ci hanno portati ad avere due governi, due parlamenti e due eserciti. L’unico modo per risolvere questa crisi è un vero dialogo tra le varie fazioni».
Come capo del Al-Watan Party, prosegue Belhadj, «ho fatto parte dei colloqui che culminarono con la firma dell’accordo Skhirat e che successivamente ha stabilito il Consiglio di Presidenza libica. A questo Consiglio è stato dato un anno, fino al 17 Dicembre 2016 per risolvere la situazione, ma non è riuscito a farlo», afferma, individuando la causa principale delfallimentodel Consiglio nella mancanza di una leadership forte. La guerra infuria a est, «le milizie sono in tutto il Paese. La debolezza del Consiglio è la radice di questi fallimenti» e la ‘rigidità’ del Parlamento di Tobruk non ha fatto che peggiorare la situazione.
Sulle iniziative regionali avviate da Algeria, Tunisia ed Egitto per risolvere la situazione libica  -sottolineando che «senza una soluzione, la stabilità dei Paesi vicini sarà inevitabilmente influenzata» e che «l’instabilità in Libia ha permesso allo Stato Islamico di prendere possesso di Sirte» e che «a meno che paesi vicini forniscono il supporto reale per una soluzione, l’instabilità regionale continuerà»-, sottolinea come «alcuni Paesi della regione sono coinvolti in maniera ingiusta e a questi francamente non importa se la Libia trova pace e stabilità», invocando ‘dialogo vero’ tra le fazioni sul terreno, politico e militare. «Siamo ancora in attesa che l’iniziativa sostenuta da Algeria, Tunisia ed Egitto dia i suoi frutti», dice.

Due giorni fa, il 15 febbraio, proprio come primo risultato della mediazione egiziana, il Premier Fayez al-Serraj e il generale Khalifa Haftar, si sono accordati per lavorare insieme a una revisione dell’accordo politico del 2015 promosso dalle Nazioni Unite, che ha portato alla nascita del Consiglio presidenziale. Le due parti si sono accordate sulla creazione di una commissione congiunta per modificare l’accordo del 2015, in modo da raggiungere una ‘formula di consenso’. L’obiettivo è un «riesame della formazione e delle competenze del Consiglio presidenziale, del ruolo del comandante supremo dell’esercito libico e delle sue competenze, dell’ampliamento del numero di membri dell’Alto consiglio di Stato». Le parti hanno anche preso un «impegno a lavorare per fermare lo spargimento di sangue in Libia e il degrado della situazione di sicurezza, umanitaria e dei servizi». I «punti che non possono essere messi in discussione», secondo le parti, sono «la salvaguardia dell’unità dello stato libico» e «il rifiuto e la condanna di intromissioni straniere negli affari libici».
I risultati dei lavori della commissione congiunta verranno presentati al Parlamento di Tobruk per approvazione e questo dovrebbe spianare la strada a elezioni parlamentari e presidenziali all’inizio del 2018.
Ieri la Nato ha reso noto, attraverso il suo Segretario Generale, Jens Stoltenberg, di aver ricevuto una «richiesta formale» dal Primo Ministro libico Fayez al-Sarraj diconsiglieri’ ed ‘espertinelcampo della costruzione di istituzioni di difesa e sicurezza’. Stoltenberg, ricordando che «al summit di Varsavia, gli alleati avevano deciso di fornire alla Libia un supporto, se richiesto dal governo di accordo nazionale», ha annunciato l’accoglimento della richiesta e che ora la NATO è al lavoro per definire «come procedere il più presto possibile».

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