lunedì, novembre 20

Libia: l’Italia paga 5 milioni di dollari alle milizie blocca – migranti Secondo Middle East Eye e Reuters, alcuni gruppi armati starebbero impedendo alle imbarcazioni di salpare

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Nei due mesi passati le autorità libiche, insieme a quelle italiane, hanno comunicato un calo esponenziale delle traversate illegali di migranti nel Mediterraneo. L’Europa festeggia infatti un dato davvero interessante: nel mese di luglio gli arrivi dal Nord Africa si sono dimezzati, mentre nel mese corrente sono stati registrati 2936 traversate rispetto alle 21294 dello scorso anno, un calo pari a circa l’86%.

Secondo alcune fonti, tra cui Middle East Eye. Sintesis, Times, Reuters e Washington Post, però non sarebbe solo la marea sfavorevole o l’attivismo della guardia costiera libica ad aver causato questo brusco calo delle traversate. Il merito non può nemmeno essere attribuito alla missione italiana nelle acque libiche, dal momento che l”alleato di Roma’, Fayyez Al-Serraj, ha di recente compito un passo indietro, ponendo un freno deciso all’attività e alla presenza italiana nelle acque libiche, una scelta dettata forse dalla sua precaria autorità interna.

Cos’è quindi che ha provocato questo brusco calo? Secondo Middle East Eye e Reuters, alcuni gruppi armati starebbero impedendo alle imbarcazioni di salpare. In un articolo pubblicato lo scorso 25 agosto da Middle East Eye, Francesa Mannocchi, giornalista freelance italiana, riferendosi alla città di Zawihiya, località costiera libica a 50 km a ovest da Tripoli e fulcro dei traffici illegali di migranti, sostiene che negli ultimi giorni le traversate sono arrivate a una vera e propria paralisi. La giornalista aggiunge inoltre che, secondo alcune ricerche eseguite da Middle Est Eye, i gruppi armati – per impedire ai barconi di salpare – avrebbero ricevuto come ricompensa aiuti di diverso tipo dal Governo di Al-Serraj. Anche Maggie Michael del Washington Post ha confermato ieri che il drastico calo delle traversate di migranti dal Nord Africa dirette in Europa sarebbe dovuto a un accordo tra il Governo di Al-Serraj – con il supporto dell’Italia – e alcune milizie locali implicate nel traffico illegale. Questa informazione l’avrebbero comunicata degli agenti di sicurezza e miliziani libici ad Associated Press.

Il punto però è un altro. Se quanto sostenuto fosse provato, si potrebbe quindi asserire che l’Europa dovrebbe ringraziare i gruppi armati locali per aver interrotti i traffici di migranti.

Gli attori in gioco in questo interessante teatro, il cui sfondo risulta essere la crisi dei migranti, sono le milizie locali libiche, il Governo di Unità Nazionale Libico di Al-Serraj, la guardia costiera libica e l’Italia. Ciascun attore svolgerebbe un ruolo particolare, contribuendo alla creazione di un groviglio geo-politico composto da interessi, apparenze e influenze, un groviglio a sua volta guidato da un’unica forza motrice: il denaro. Non a caso, la giornalista Mannucchi nel suo articolo cita una sua fonte, secondo la quale «…. i migranti hanno da sempre rappresentato un business…i trafficanti organizzavano giornalmente decine di barconi…. anche ora che l’Europa vuole fermarli rappresentano un’impresa, perché….tutto ha un prezzo… per i trafficanti (il blocco dei flussi migratori verso l’Europa) significherebbe perdere milioni di dollari, pensi davvero che fermerebbero le loro attività illecite solo perché il Governo Serraj ha raggiunto un accordo per rafforzare la guardia costiera libica? I trafficanti pensano solo al denaro e hanno armi, quindi, per assicurare la stabilità dell’area si devono pagare, e  molto».

Secondo quanto riportato su Middle East Eye da Francesca Mannucchi, il capo della Guardia Costiera libica della zona di Zawihiya, Abdurrahman Milad (meglio noto come al-Bija), sarebbe il capo indiscusso del traffico dei migranti. Dall’inizio del 2015 al-Bija avrebbe preso in mano il controllo del traffico, coprendo le operazioni della milizia locale di Mohammed Kashlaf, conosciuta come Al-Nasr. Quest’ultima controllerebbe la raffineria petrolifera locale e le sue operazioni, tra cui il traffico illegale di migranti, verrebbero a sua volta garantite dallo stesso Al-Bija. Secondo la giornalista Mannucchi, le forze di al-Bija avrebbero scortato i gommoni volti a lasciare la zona, in cambio di soldi. Secondo le sue fonti, infatti, tutte imbarcazioni – di ogni tipo –  intente a lasciare la costa di Zawiya devono essere approvate da al-Bija, e quelle che sono state rimandate indietro apparterrebbero a contrabbandieri che non avrebbero pagato.

Secondo una sua fonte, cui nome e Yasin, ci sarebbe una fitta complicità tra la Guardia Costiera libica e i responsabili del traffico di carburanti e di esseri umani, e sarebbe prorpio questa comlicità ad aver permesso ia trafficanti illegali di portare avanti il loro business.

Al-Bija, in quanto capo della guardia costiera, dovrebbe essere il responsabile del pattugliamento della costa e dell’attuazione del recente codice di condotta firmato tra le ONG e il Ministero degli interni italiano, ma è chiaro, spiega Francesca Mannucchi, che vi sia un chiaro conflitto di interessi in gioco, in quanto Al-Bija da un lato è incaricato di contrastare il traffico, dall’altro risulta esserne coinvolto. La stessa Italia avrebbe addestrato le Guardie Costiere libiche su come affrontare i barconi di migranti in mare, mentre il Ministro degli Interni italiano, Marco Minniti, lo scorso sabato ha incontrato a Roma dei ‘sindaci’ libici per discutere su come investire nell’economia libica, al fine di fornire un’occupazione alternativa al redditizio business del traffico di migranti.

Ma qual è il ruolo delle milizie locali nel Paese? Secondo una fonte citata da Middle East Eye «non c’è niente in questa città – Zawiya – che non sia controllata dalle milizie – i prezzi del latte, del pane, combustibile e i medici che cercano di raggiungere i centri di detenzione nella zona». La milizia Anas Dabbashi è la più imponente forza armata della zona, non è infatti un caso che, secondo quanto riportato dal ‘Washington Post’, controlli l’impianto dell’Eni, Mellita Oil & Gas, situato a 40 km a ovest di Sabrata.

Secondo il quotidiano americano, nell’estate del 2015, dopo che quattro dipendenti italiani di un’altra società petrolifera che lavorano in Libia sono stati rapiti, riferito da una banda locale legata al gruppo islamico di Stato, la società Melittah Oil and Gas ha firmato un accordo di sicurezza privata con la milizia Dabbashi per fornire sicurezza Per il complesso e le strade circostanti.

La stessa fonte avrebbe poi raccontato di esser stata rapita due volte dalla stessa tribù warshafana locale e di esser stata rilasciata solo dopo che la sua famiglia ha pagato il riscatto. Nella zona vi è un delicato equilibrio di poteri che vede le milizie locali come responsabili di diversi aspetti legati al traffico illegale di esseri umani, petrolio e altro, sostiene la fonte, a quale aggiunge che «questa zona – Zawiya – appartiene alla Libia solo formalmente, ma le sue regole non scritte sono nelle mani delle milizie e delle varie bande armate. Ognuna ha una propria specializzazione, c’è la banda che attacca veicoli blindati, quella che rapisce persone comuni e quella che controlla i movimenti dei pochi stranieri che lavorano qui…. ci sono delle milizie islamiche….sono poche,…ma sono ancora [qui]e lavorano nell’ombra. I politici dicono di stare attenti alla stabilità libica, ma mi sembra che questo Paese sia sotto il regime delle milizie».

Secondo la fonte citata nell’articolo di Middle East Eye «non è possibile pensare che un’area che da anni rappresenta il nodo del traffico di esseri umani sia improvvisamente calma. La calma è dovuta ad accordi economici fatti con le milizie locali. Non esiste alcuna negoziazione, eccetto con le milizie…”. La fonte parla inoltre di una negoziazione tra le agenzie di intelligence europee e il comune di Sabratha, il quale farebbe le veci delle milizie locali, le quali avrebbero ricevuto circa 5 milini di dollari per mantenere i migranti lontani dall’Italia almeno per un mese. Lo scorso 17 agosto il The Libya Observer avrebbe riportato che l’ Italian Development Cooperation – un organismo di aiuto estero del Governo – avrebbe consegnato 11 tonnellate di forniture all’ospedale universitario di Sabratha – dato confermato anche dall’ONU-Italia.

Inoltre, secondo la fonte di Middle East Eye, un informatore avrebbe fatto riferimento a una riunione a Sabratha tra i funzionari di intelligence italiani e i membri della milizia  Anas Dabbashi. Un’altra fonte in Sabratha, sempre secondo l’agenzia araba, avrebbe poi affermato che ogni negoziazione mirante a prevenire la partenza dei migranti dalla costa libica deve aver coinvolto la milizia Dabbashi, il cui leader, Ahmed Dabbashi – noto anche come al-Ammu -, in cambio di un suo aiuto nell’impedire ai migranti di lasciare il Paese avrebbe chiesto favori all’intelligence italiana  per poter stabilire una propria sede nella zona. La milizia Dabbashi è stata per anni impegnata pesantemente nel traffico di esseri umani e nel traffico di carburanti nella zona.

Il problema di fondo che fa sì che queste milizie locali abbiano un controllo cosi ben strutturato, quasi inespugnabile, risale al fatto che la vita quotidiana sia diventata difficile per i residenti di Zawiya. I prezzi dei beni di base sono aumentati negli ultimi anni e, mentre il tasso ufficiale di cambio del dinar libico è di uno a uno e mezzo contro il dollaro, sul mercato nero è uno a nove.

Oltre ciò, dopo la caduta di Gheddafi nel 2011, mentre i contendenti al Governo si litigavano il potere, cercando di accaparrarsi tutto il bottino, queste milizie hanno approfittato del vuoto politico e della loro incapacità di trovare un compromesso.

A partire dal 2011, le milizie locali sono diventate sempre più potenti e hanno gradualmente riempito il vacuum politico lasciato da Gheddafi. Sono le stesse bande armate e le diverse milizie -si parla di circa un centinaio di unità- ad aver trasformato il traffico di migranti in un vero e propri settore redditizio, ed è proprio la rivalità e la concorrenza tra questi gruppi ad ostacolare la risoluzione della crisi libica, spiega Francesca Mannucchi su Middle East Eye.

La frammentazione delle brigate armate e le loro lotte interne per il controllo delle aree strategiche hanno minato lo sviluppo nazionale dal 2011, con conseguenze negative a lungo termine per la società, l’economia e la stabilità del Paese.

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