venerdì, settembre 22

Libia: la realpolitik sostenibile di Minniti è solo il primo passo I trafficanti di esseri umani ieri sono le forze anti-immigrazione clandestina di oggi.

0
Download PDF

È recente la notizia che l’intelligence italiana avrebbe (il condizionale è d’obbligo) pagato milizie e gruppi libici per bloccare quello che fino a poco tempo fa queste contribuivano ad alimentare: il traffico di esseri umani e, di conseguenza, l’immigrazione clandestina in Italia.

Una prassi consolidata? Difficile dirlo con certezza. Potrebbe rispondere a questa domanda il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, che ha tenuto per sé la delega ai servizi segreti, o meglio ancora potrebbe rispondere il ministro Marco Minniti, che la questione migranti la starebbe seguendo in prima persona –con buona pace di Angelino Alfano che di questioni estere dovrebbe pur occuparsi, almeno in favore di camera.

Ma pur senza conferme, che mai arriveranno, personalmente ritengo che quella di pagare possa essere l’unica vera soluzione per indurre i libici a collaborare; e a noi, a conti fatti, costerebbe pure meno (basti pensare alla marina da guerra schierata al largo delle coste libiche per farsi un’idea dello sforzo in termini di risorse umane, materiali e finanziarie). È una semplice quanto opportuna compensazione al mancato guadagno dovuta all’interruzione (temporanea, si parla di 5milioni di euro per un mese) del business legato al traffico di migranti da cui questi gruppi traggono grande beneficio – si parla di oltre 120milioni di euro all’anno, con un aumento di 60milioni per anno.

Bene, ciò significa che i nostri servizi intelligence, se confermato il ruolo dell’Italia in tale ‘accordo negoziale’ a tre con il governo tripolino di Fayez al-Sarraj e le milizie libiche, hanno ottenuto un risultato positivo in merito alla gestione dei traffici di esseri umani. Questa è la real-politik, concreta e lontana dalle ideologie economicamente insostenibili dell’abbattimento dei confini e dal ‘wishfull thinking’ propinato da alcuni media nazionali.

No, la questione è che a fronte di un problema, è necessario trovare una soluzione. E questa è una soluzione molto pratica, certamente dettata da esigenze di natura elettorale da parte di un governo di centro-sinistra ormai in fase di archiviazione; e per quanto il tutto sia dettato da dinamiche elettorali che portano a soluzioni tattiche dal respiro molto corto, anziché adottare un approccio strategico che guardi lontano, è pur sempre una base da cui partire.

Pagare quelli che prima erano i trafficanti di esseri umani e indurre le ONG a desistere dal loro ruolo di traghettatori di immigrati illegali ha ottenuto il duplice risultato di ridurre l’afflusso di clandestini in Italia (e dunque di alleviare un sistema al collasso) e al tempo stesso di far calare drasticamente il numero di morti in mare.

Pagare non è né politicamente sbagliato, né eticamente biasimabile. Lo ha capito il generale David Petreaus, con successo, in Iraq nella seconda parte degli anni Duemila. Fin quando le milizie sunnite sono state sostenute (pagate) con dollari statunitensi, l’iniziativa ha funzionato e la guerra tra iracheni ha avuto un momento di sollievo. Quando si è smesso di pagare è scoppiato il putiferio che ha portato all’ascesa dello Stato islamico prima in Iraq, poi in Siria e successivamente a livello globale.

Cosa vogliamo noi oggi? Continuare a lasciare che gruppi criminali, organizzazioni terroristiche e milizie tribali continuino ad arricchirsi e a rimanere ostili all’interesse nazionale e a quello europeo (con gravi ripercussioni a livello politico, sociale ed economico), oppure porre questi gruppi ed organizzazioni, pur consapevoli che non si tratti di associazioni caritatevoli, sotto un controllo relativo e cooperare con loro anche attraverso il sostegno economico?

Sotto tutti i punti di vista, ritengo sia maggiormente vantaggioso propendere per la seconda opzione, con buona pace dei comitati etici, di molte ONG e associazioni di accoglienza, che pur vanno rispettati per le buone intenzioni di fondo ma che divergono rispetto all’interesse nazionale di uno stato che deve ancora trovare una propria collocazione di rilievo sul piano internazionale. Governare un paese vuol dire anche questo, in primo luogo accettare il presupposto che non esistono pasti gratis e che l’accoglienza ha un costo economico molto alto, ma ancor più alto è quello sociale: qualcuno è chiamato a pagare il conto, e quel qualcuno siamo tutti noi contribuenti. Ancora una volta ha ragione il ministro Minniti: l’opinione pubblica è esasperata (complice anche l’allarmismo di opportunità ricercato da molti giornalisti) e una risposta politica era necessaria. Purtroppo è una risposta con le gambe corte, che non porterà lontano ma che darà al prossimo governo uno spunto per una soluzione strategica di ampio respiro. Ameno si spera.

Commenti

Condividi.

Sull'autore