Politica Analisi

Esteri: il punto

Libia, gli Usa bombardano un covo dell’Isis

Siria, si prepara la battaglia finale ad Aleppo. Migranti, l'Austria mette un tetto a richieste di asilo

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Mentre il parlamento di Tobruk riflette sulla proposta di ministri per il nuovo governo provvisorio, in Libia arrivano gli americani a combattere lo Stato Islamico. All’alba, aerei da guerra hanno bombardato la città di Sabratha dove, secondo le fonti di intelligence, c’era un campo di addestramento dell’Isis.  Nella città costiera, situata 70 chilometri a Ovest di Tripoli e a circa 100 chilometri dal confine con la Tunisia, era in corso un meeting tra membri affiliati all’Isis tra i quali c’era anche Noureddine Chouchane, il miliziano responsabile dell’attentato del marzo scorso al museo del Bardo di Tunisi, costato la vita a 22 persone, tra cui quattro italiani, e di quello di giugno nella località turistica di Sousse, in cui sono morte 38 persone. Stando a quanto precisato da Jamal Naji Zubia, responsabile dell’ufficio media di Tripoli, la maggior parte delle vittime sono tunisine ad eccezione di un uomo, morto poi in ospedale, di nazionalità giordana. Chouchane, comunque, pare sia rimasto effettivamente ucciso, ma l’intelligence sta lavorando per accertarlo. Al momento si sa solo che i morti sono 41 e i feriti sei, come confermato anche dal sindaco di Sabratha, Hussein al-Thwadi, secondo cui tra le vittime ci sarebbero anche due donne. La decisione Usa di colpire la Libia è giunta dopo che Obama, bloccato sul fronte siriano, ha deciso di colpire il terrorismo islamico lì dove sta crescendo. Secondo i dati, infatti, nel Paese l’Isis può contare su circa 5mila sostenitori a cui si starebbero per unire altri combattenti provenienti dall’Iraq e dal Mali.

Il cessate il fuoco in Siria non entrerà in vigore oggi. La notizia non coglie nessuno di sorpresa, dopo i bombardamenti russi dei giorni scorsi, che hanno colpito anche un ospedale di Msf, e dopo le forti tensioni tra Mosca e Washington. Eppure, a Ginevra ci si riprova ad aprire un nuovo fronte di consultazioni per arrivare ad un accordo di tregua. «L’obiettivo comune di tali consultazioni è il cessate il fuoco tra siriani» ha detto il viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov «così da concentrare l’attenzione su un’unione di forze nella lotta contro il nemico comune, ovvero i terroristi di Al Nusra e Stato islamico». La Russia, dunque, non intende fare un passo indietro e insiste nel portare avanti il suo progetto militare. «Per la lotta al terrorismo non bisogna interrompere questi raid» ha esplicitato Bogdanov «ma arrivare a un maggiore coordinamento degli interventi aerei e a terra, con la coalizione internazionale a guida Usa».

I colloqui di pace dovrebbero riprendere a breve, ma non il 25 febbraio, data che oggi è stata dichiarata irrealistica dall’inviato speciale Onu Staffan De Mistura. Prima della fine della prossima settimana, infatti, Vladimir Putin ha in mente di sferrare il colpo finale su Aleppo e consegnare la vittoria all’amico Bashar al Assad. La città è l’ultimo baluardo dell’opposizione governativa ancora in piedi, seppur traballante, dato che ormai è circondata. Le uniche zone ancora in mano ai così detti ribelli, quelle a est, sono collegate alla Turchia da una sola strada ancora funzionante ed è propria da quell’arteria vitale che da Gaziantep le Ong stanno inviando derrate alimentari destinate a quelle 300mila persone che ancora vivono tra le rovine di Aleppo. Secondo le fonti, i guerriglieri non sono pronti ad arrendersi e la battaglia potrebbe essere lunga e meno facile di quanto Mosca e Damasco si aspettino. I combattenti si stanno preparando all’assedio, stanno scavando vie semi-sotterranee, trincee e tunnel per potere continuare a circolare, ma il vero jolly resta la Turchia. Recep Tayyp Erdogan, sempre più furente e isolato, teme moltissimo la vittoria di Assad e proprio per questo sta cercando di sostenere le forze di opposizione in tutti i modi.

Ma la sua posizione sulla Siria rischia di compromettere ancora di più quegli equilibri, pur traballanti, che ancora resistono in Medio Oriente. E non ne sembra preoccupato Erdogan, che, temendo la formazione di una coalizione curda tra Siria e Turchia, sta tartassando la zona di Diyarbakir e sta alimentando la tensione interna. Oggi, infatti, ha dichiarato di non avere alcun dubbio sulla responsabilità delle milizie curdo-siriane nell’attentato avvenuto mercoledì ad Ankara, costato la vita ad almeno 28 persone, anche se sia il Pkk che il partito curdo siriano di Salih Muslim negano di aver organizzato l’attacco. Proprio loro in questo momento non avrebbero motivo di colpire, soprattutto dopo che hanno ricevuto la protezione della Russia e l’appoggio degli Stati Uniti per la loro lotta contro il califfato islamico. Obama sta guadando con sospetto Erdogan, che però continua a mettere benzina sul fuoco. Oggi, infatti,  il presidente turco ha sostenuto che le armi americane sono finite nelle mani dell’Isis e dei curdi del Pyd esarebbero state usate anche per compiere attacchi contro civili.

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