domenica, giugno 24

Libia e Italia: alle origini della crisi Con Federico Cresti e Massimiliano Cricco scopriamo la storia dei rapporti tra i due paesi

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Italia e Libia; le cronache politiche degli ultimi sei anni figurano un rapporto legato quasi totalmente alla questione epocale dell’immigrazione, in un contesto caratterizzato da vuoti di potere ed inerzia prolungata dei paesi europei. Un quadro che pur nella sua drammaticità è divenuto, nelle nostre menti, irreversibile al punto da risultare monotono, ma che ha visto nelle ultime settimane riprendere una certa vitalità: la missione navale italiana in acque libiche fino alle polemiche prima per la nazionalizzazione dei cantieri navali STX, e poi per le dichiarazioni del Presidente Emerito Napolitano, con il ritorno del ping pong sulle responsabilità politiche che hanno portato alla violenta fine di un’era.

Un’era, quella di Mu’ammar Gheddafi, che sembra passare in secondo piano rispetto a quella attuale, anche perché la guerra civile del 2011 ha segnato realmente un cambio epocale nella storia del paese nordafricano e dei suoi rapporti con il suo principale partner occidentale. Un legame a doppio filo in cui politica interna ed internazionale, affari e finanza nonché ovvi legami storici si intrecciano e che meritano di essere indagati, soprattutto ora che le voci di un ritorno in scena della famiglia Gheddafi nello scacchiere libico si fanno più insistenti.

La “Storia della Libia contemporanea, titolo del libro scritto da Federico Cresti, professore di Storia dell’Africa presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Catania, e Massimiliano Cricco, professore di Storia delle Relazioni internazionali presso Università degli Studi Guglielmo Marconi a Roma, ci deve aiutare a capire alcune pagine importanti del nostro passato, ma anche – forse – per comprendere come potrebbe rinascere il legame tra Italia e Libia quando quest’ultima potrà trovare pace e stabilità (si auspica).

Con i due autori cerchiamo di capire quanto la Libia di Gheddafi, soprattutto in ambito economico, fosse importante per noi e viceversa.

Considerata, sotto il regime del Raìs, uno degli “stati canaglia” dagli Stati Uniti, e osteggiato di rimando da tutto il blocco atlantico durante gli anni ’70 e ’80, la Libia si guadagna questa inimicizia attraverso il sostegno, in particolare, alla causa della liberazione palestinese e al rapporto di affari bellici con l’Unione Sovietica.

Lo scontro vero avviene però sul fronte economico, con la “Libia che in quegli anni stava facendo un braccio di ferro molto forte con le compagnie petrolifere per cercare di spingere in alto i prezzi del petrolio”, ci dice Massimiliano Cricco, “nel tentativo di guadagnare il più possibile da quelle stesse compagnie che da anni ormai avevano ottenuto le concessioni sui pozzi libici, sfruttandone i giacimenti a basso prezzo”. La tattica era piuttosto semplice: la minaccia era di nazionalizzare le proprietà petrolifere straniere (cosa poi avvenuta) o ancor peggio di tagliare la produzione chiudendo i rubinetti.

In un contesto storico segnato dalla crisi petrolifera del ’73 un tale approccio rappresenta un atto di ostilità molto duro nei confronti di Francia e Regno Unito, principali sfruttatori dei giacimenti.

Atto ostile sì, ma non quanto quello di espellere quasi ventimila italiani confiscandone i beni, ciò che avvenne nel 1970. Ma la reazione italiana, che va considerata a parte, e incarnata in particolare dall’allora ministro degli Esteri Aldo Moro, si svolge su due binari, “per una sorta di discrasia che chi non conosce bene la storia di quegli anni fatica a capire”.

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