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Libia e Italia: alle origini della crisi

L'intervista a Federico Cresti e Massimiliano Cricco
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Italia e Libia; le cronache politiche degli ultimi sei anni figurano un rapporto legato quasi totalmente alla questione epocale dell’immigrazione, in un contesto caratterizzato da vuoti di potere ed inerzia prolungata dei paesi europei. Un quadro che pur nella sua drammaticità è divenuto, nelle nostre menti, irreversibile al punto da risultare monotono, ma che ha visto nelle ultime settimane riprendere una certa vitalità: la missione navale italiana in acque libiche fino alle polemiche prima per la nazionalizzazione dei cantieri navali STX, e poi per le dichiarazioni del Presidente Emerito Napolitano, con il ritorno del ping pong sulle responsabilità politiche che hanno portato alla violenta fine di un’era.

Un’era, quella di Mu’ammar Gheddafi, che sembra passare in secondo piano rispetto a quella attuale, anche perché la guerra civile del 2011 ha segnato realmente un cambio epocale nella storia del paese nordafricano e dei suoi rapporti con il suo principale partner occidentale. Un legame a doppio filo in cui politica interna ed internazionale, affari e finanza nonché ovvi legami storici si intrecciano e che meritano di essere indagati, soprattutto ora che le voci di un ritorno in scena della famiglia Gheddafi nello scacchiere libico si fanno più insistenti.

La “Storia della Libia contemporanea, titolo del libro scritto da Federico Cresti, professore di Storia dell’Africa presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Catania, e Massimiliano Cricco, professore di Storia delle Relazioni internazionali presso Università degli Studi Guglielmo Marconi a Roma, ci deve aiutare a capire alcune pagine importanti del nostro passato, ma anche – forse – per comprendere come potrebbe rinascere il legame tra Italia e Libia quando quest’ultima potrà trovare pace e stabilità (si auspica).

Con i due autori cerchiamo di capire quanto la Libia di Gheddafi, soprattutto in ambito economico, fosse importante per noi e viceversa.

Considerata, sotto il regime del Raìs, uno degli “stati canaglia” dagli Stati Uniti, e osteggiato di rimando da tutto il blocco atlantico durante gli anni ’70 e ’80, la Libia si guadagna questa inimicizia attraverso il sostegno, in particolare, alla causa della liberazione palestinese e al rapporto di affari bellici con l’Unione Sovietica.

Lo scontro vero avviene però sul fronte economico, con la “Libia che in quegli anni stava facendo un braccio di ferro molto forte con le compagnie petrolifere per cercare di spingere in alto i prezzi del petrolio”, ci dice Massimiliano Cricco, “nel tentativo di guadagnare il più possibile da quelle stesse compagnie che da anni ormai avevano ottenuto le concessioni sui pozzi libici, sfruttandone i giacimenti a basso prezzo”. La tattica era piuttosto semplice: la minaccia era di nazionalizzare le proprietà petrolifere straniere (cosa poi avvenuta) o ancor peggio di tagliare la produzione chiudendo i rubinetti.

In un contesto storico segnato dalla crisi petrolifera del ’73 un tale approccio rappresenta un atto di ostilità molto duro nei confronti di Francia e Regno Unito, principali sfruttatori dei giacimenti.

Atto ostile sì, ma non quanto quello di espellere quasi ventimila italiani confiscandone i beni, ciò che avvenne nel 1970. Ma la reazione italiana, che va considerata a parte, e incarnata in particolare dall’allora ministro degli Esteri Aldo Moro, si svolge su due binari, “per una sorta di discrasia che chi non conosce bene la storia di quegli anni fatica a capire”.

Dal lato politico l’allineamento con i partner occidentali nella condanna al regime di Gheddafi, soprattutto nei suoi legami con gli ambienti del terrorismo palestinese; da quello economico invece si assiste ad una vera e propria “escalation nei rapporti tra i due paesi, legati ovviamente in maniera maggioritaria al settore energetico”, con l’ENI – continua Cricco – che “approfitta enormemente della situazione, andando ad occupare quegli spazi persi dalle concorrenti occidentali”.

L’Italia diviene partner privilegiata della Libia in un classico rapporto di “do ut des”, tra un paese in perenne dipendenza energetica e uno che invece “ha bisogno della tecnologia italiana per l’estrazione e la raffinazione del greggio, nonché a livello di infrastrutture”. Il tutto mentre la politica ufficialmente continua con i proclami anti-Gheddafi.

La strada della collaborazione italo-libica presto si dimostrò a doppio senso. A subire più di altri settori gli effetti negativi della crisi energetica fu quello dell’automobile, e in questo ambito si colloca una manovra all’epoca giudicata clamorosa: nel 1976 la Libia acquisisce il quasi il 10 % delle azioni del gruppo Fiat, che all’epoca, ci spiega Federico Cresti, “aveva bisogno di capitali con urgenza, e che quindi erano certamente i benvenuti per l’azienda”. Il tutto “con grande scandalo dei potentati finanziari ed economici degli Stati Uniti”, che mal vedevano questo rapporto di reciproco aiuto.

Una mossa, questa, emblema degli investimenti dello stato libico ma anche privati della famiglia Gheddafi nel contesto imprenditoriale e non solo in Europa. A testimonianza di ciò l’ammontare dei beni privati sequestrati nel mondo dopo la morte dell’ex leader, solo in Italia oltre un miliardo di Euro: tra questi l’1,256% di Unicredit (pari ad un valore di 611 milioni di euro), il 2% di Finmeccanica, l’1,5% della Juventus, lo 0,58% di Eni, pari a 410 milioni, lo 0,33% di alcune società del gruppo Fiat.

Poi, a partire dagli anni ’90, l’ammorbidimento dei rapporti internazionali per uscire da un isolamento a cui si aggiungono “crescenti tensioni interne, con tentativi di attentato ai danni di Gheddafi stesso”.

Il tutto in contesto di ricchezza mal distribuita ed alta disoccupazione, ma con ampie riserve di petrolio pronte per essere vendute e che attirano immediatamente gli antichi partner.

L’Italia si pone a capo del processo di riabilitazione internazionale di Gheddafi”, dice Cricco, “non perdendo mai quella partnership privilegiata con la Libia fino al 2010”.

Quegli ultimi anni prima della rivoluzione nella quale, spiega Cresti “viene accolto anche nei salotti dei governanti occidentali, ormai trasformato da cane rognoso a cane addomesticato”.

E in questa fase il ruolo dell’Italia continua ad essere fondamentale. Basti pensare poco prima della rivoluzione, nel trattato di Bengasi nella quale l’Italia si impegna a risarcire la Libia per la colonizzazione, “lo fa sostanzialmente garantendo appalti ad imprese italiane sul territorio libico”.

La storia ci insegna come quell’asseto italo-libico sarà spazzato via di lì a poco. “È mia opinione”, conclude Federico Cresti, “che il voler scalzare l’Italia dal suo ruolo nell’area libica dopo il trattato di Bengasi è stata una delle motivazioni, soprattutto della Francia di Sarkozy, per lanciare la guerra contro Gheddafi

 

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