mercoledì, settembre 19

Libia: ci siamo messi nelle condizioni per provare a contare Le molte implicazioni del Trattato del 2008: dai migranti, sui quali ci assumiamo una responsabilità politica molto importante, al quadro istituzionale attuale che dichiariamo di difendere

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Nei giorni scorsi, come recita il comunicato del Ministero degli Esteri, il Ministro Enzo Moavero Milanesi è stato in Libia, per parlare con le Autorità libiche della questione migranti. Dal comunicato non risultano grandi novità politiche, salvo l’impegno a partecipare al consolidamento della situazione interna libica e l’affermazione della ripesa in vigore, o meglio della riattivazione, del Trattato del 2008: «rilancio del partenariato, facendo leva sui meccanismi del trattato del 2008». Siamo, ed era ora, finalmente a toni misurati e attenti, larghi abbastanza da comprendervi molto, ma vaghi a sufficienza per non ricomprendervi ciò che non si vuole. Il riferimento implicito è alla decisione del Consiglio europeo del Giugno 2015, su cui torno più avanti.

Il Trattato del 2008, era un trattato piuttosto complesso, come si ricava dal servizio di ieri di Francesco Snoriguzzi, che ipotizzava una serie di azioni di cooperazione specialmente economica e tecnologica tra l’Italia e la Libia, in qualche modo a risarcimento del passato coloniale, nel quale, non diversamente da altri Paesi, non ci siamo coperti né di gloria né di amore per gli abitanti locali.

Quel trattato esordiva con quello che si definisce comunemente un ‘patto di non aggressione’: l’Italia si impegnava formalmente a non aggredire la Libia e a non partecipare ad azioni militari contro la Libia. Questa disposizione, mi pare, è stata pesantemente violata, dato che l’Italia, sia pure riluttante, ha partecipato alla assurda guerra contro Muammar Gheddafi e, quindi, alla distruzione dell’unità del Paese. L’Italia ha molto da farsi perdonare, non credo che basterà laripresadel vigore di quel trattato per soddisfare i libici, men che meno credo che quell’accordo così come è possa risultare potabile per i francesi e gli inglesi. Di ciò bisognerà tenere conto nel prosieguo della nostra politica estera, ma, mi permetto di segnalare, potrebbe essere un punto importante segnato dalla nostra politica estera, in modo sommesso ma deciso.

Va quindi detto che, con una azione politica finalmente seria, si pongono le basi per una gestione dei problemi migratori, in termini equilibrati, dove l’equilibrio è principalmente derivante dal fatto che in quell’accordo (e quindi anche oggi) è esplicitamente previsto un ruolo non marginale delle Nazioni Unite, il che vuol dire che, oggi come allora, la Libia accetta che i campi di detenzione siano umani e decenti, anzi è obbligata a farlo, stante la presenza operativa e decisoria delle Nazioni Unite. In termini più chiari: si potrà pretendere dalla Libia un trattamento più decente dei migranti ivi ammassati.

Resta, però, irrisolto il tema dei diritti: dei diritti dei migranti a viaggiare e quindi a non essere internati, per squisite che siano ivi le condizioni di vita.

Ciò è ovvio e non ci sarebbe bisogno di ripeterlo, ma, con la ripresa di fatto di quel trattato, l’Italia assume, che lo voglia o meno, un ruolo determinante e chiaro nella stessa gestione in Libia di quelle persone. Che, dunque  -e io non sottovaluterei quest’altra faccia del problema-  potranno, da ora in poi, per stessa ammissione dell’Italia, agire contro l’Italia stessa per la violazione dei diritti dell’uomo, sia sotto il profilo della lesione del diritto a viaggiare, che sotto il profilo dell’eventuale trattamento disumano. Se è vero come è vero che l’Italia non ha il controllo esclusivo delle zone in cui i migranti sono detenuti, è verissimo che quel controllo di fatto c’è, se non altro politicamente: i libici non vogliono un controllo straniero del territorio, ma ne accettano uno ‘politico’   -è chiaro signor Salvini? La diplomazia serve proprio a questo, l’arroganza serve solo a farsi dei nemici giurati. È ben noto, peraltro, che la Corte europea dei diritti dell’uomo attribuisce un ruolo sempre crescente alla effettività del controllo del territorio al fine della eventuale condanna dello Stato, e la giurisprudenza internazionale è in continua evoluzione, per cui la questione non è da sottovalutare.

Un altro problema, molto delicato, deriva da queste decisioni. Ed è un problema non da poco, che spero la Farnesina (dove ancora pare che si ragioni) si sia posto. Non solo per quella disposizione iniziale di cui parlavo prima circa la ‘garanzia’ offerta dall’Italia alla non interferenza di terzi nelle questioni politiche interne libiche, ma anche per una dichiarazione esplicita contenuta nel comunicato del Ministero degli Esteri, quando vi si afferma che «il Ministro Moavero ha assicurato il pieno sostegno al quadro istituzionale risultante dall’Accordo Politico Libico, all’unità e integrità del Paese». L’Italia, in altre parole, si fa garante di quell’assetto politico, e pertanto, sia pure con un ‘delicato’ linguaggi diplomatico, si dichiara ostile all’altro tentativo di istituzione di un regime libico, quello che fa riferimento al generale Khalīfa  Haftar a Tobruk.

Ora, è fin troppo noto che quest’ultimo è sostenuto, sia pure non con particolare entusiasmo, dalla Russia. Ecco. Se si facesse politica internazionale attenta, ecco un possibile ‘aggancio’, un punto di interesse comune, tra l’Italia e la Russia, con ciò che ne potrebbe conseguire, al di là dello sbraitare ridicolo dei filo-russi ‘de noantri’: aggancio di fatto per l’interesse comune, senza necessità o minaccia di ribaltamenti di alleanze   -di nuovo: chiaro signori Salvini e Di Maio?

Una suggestione, sia chiaro, tutta da verificare e approfondire, ma forse non del tutto peregrina, tanto più che è nostro interesse, oltre che adesso anche dovere contrattuale, quello di garantire una pacificazione stabile in Libia, visti i nostri prevalenti interessi lì.

Qui lo dico e qui lo nego, come si usa dire, ma vuoi vedere che al Ministero degli Esteri si sono messi a fare politica estera?

Certo, però, di nulla si può essere sicuri ormai perché nella frenesia razzista di quello che mi ricorda il famoso duo Campanini-Chiari di imitazione dei Fratelli De Rege, nell’odio anti-stranieri, specie se neri, il magnifico duo Salvini-Toninelli (e Di Maio), armato di enormi chiavi, si accinge a chiudere altri porti ad altre navi, ivi comprese le navi da guerra irlandesi, ree di avere salvato persone affoganti in mare. Perché, secondo il duo/trio, gli irlandesi non avendo di meglio da fare, hanno attraversato mezzo mondo al solo scopo di venire nel basso Mediterraneo a scodellare naufraghi in Italia, per fare dispetto a Salvini e Toninelli, e Di Maio, naturalmente.

Per fortuna, però, come accade spesso in Italia, la demenziale confusione e ignoranza di competenze e funzioni, l’accidia rancorosa e l’orgoglio di bandiera della micidiale burocrazia italiana ha colpito ancora: stavolta a fin di bene, negando la competenza in materia del Ministero degli Interni, ricordando ai due novelli S. Pietro che l’operazione Sophia (eunavfor per gli esperti) è voluta e organizzata dall’Italia come afferma l’esordio del comunicato del Ministero della Difesa (italiano, Salvini, italiano … quello della sua collega Trenta, ne avrà sentito parlare, no?) «La situazione di crisi nell’area del Mediterraneo centrale, causata dal perdurante conflitto interno in Libia e dal conseguente collasso del sistema statuale, ha tra le molteplici conseguenze la crescita esponenziale del flusso migratorio che attraverso la Libia, raggiunge via mare l’Italia e gli altri Paesi dell’Unione Europea». Per di più, in applicazione di una decisione del Consiglio Europeo del 18 maggio 2015, assunta dopo il naufragio e la morte di 800 migranti dinanzi a Lampedusa.

Guarda caso, giusto ciò cui cercava, sembra, di mettere riparo il Ministro Moavero, di fronte alle urla scomposte di Salvini, assente il Ministro Trenta, che dichiara di voler cancellare questo accordo non si capisce bene come nell’incontro europeo dei Ministri degli Interni, incompetente in materia, ma rispetto alla quale pretesa il Ministro Moavero pare abbia espresso chiaramente e lapidariamente la sua opposizione (dovuta) affermando che l’Italia rispetta gli accordi internazionali: un tentativo, spero non disperato, di evitare l’isolamento definitivo dell’Italia.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.