domenica, luglio 23
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Libano: una start up per l’istruzione dei rifugiati

Una scuola, una piccola oasi di felicità in un deserto di privazione
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La scuola di Miniara, piccola realtà nel nord del Libano, è la prova che la guerra toglie agli uomini solo le risorse materiali. Nonostante le difficoltà, Muwafaq è riuscito a trasformare un’idea, nata in una tenda di un campo profughi, in un luogo reale di supporto e aggregazione. L’amore per i bambini, il desiderio di allontanarli dall’orrore della guerra, la voglia di riscatto, hanno fatto avvicinare a quell’idea molti altri uomini e donne, che hanno portato nuove risorse, e grazie al loro supporto oggi la scuola è un punto di riferimento per moltissime famiglie siriane.

Ibrahim suona ripetutamente una  piccola campana e in pochi secondi accorrono verso di lui una cinquantina di bambini: è il momento dell’intervallo. il cortile principale viene invaso dalle urla, dalle risa, dalla gioia del momento. Si corre, si gioca, si cantano canzoni. Sulla ghiaia, all’ingresso del campo, una ragazza disegna con bombolette spray fiori colorati su di un vecchio pulmino: “E’ quello che viene utilizzato per andare a prendere i bimbi che vivono nei campi profughi della zona e portarli qui” ci spiega Paola, dell’associazione Mishwar, che dal 2016 è attiva in Libano per aiutare i rifugiati. Pochi bambini sembrano accorgersi del lavoro della giovane artista, preferiscono correre e organizzare giochi. Marie Joe nel frattempo continua a disegnare. Il suo tratto preciso e la sua creatività danno forma a bellissimi fiori di ogni genere e colore, e il vecchio pulmino si trasforma rapidamente in un’opera d’arte.

L’idea è di Sheila che con la sua associazione, Conexus, gira il mondo portando un po’ della sua arte in luoghi difficili: “La settimana scorsa ero a Damasco, in Siria” racconta “Li’ abbiamo dipinto un muro lungo 250 metri”. Nelle foto che ci mostra, alcuni palazzi spenti e decadenti di Damasco fanno da cornice ad una distesa di immagini coloratissime. Sheila si tratterrà ancora pochi giorni a Miniara, poi ripartià per una nuova destinazione, chi invece resterà in questa piccola realtà nel nord del Libano sono i volontari di Miswar, di Malaak e Al Ihsan, le tre associazioni che lavorano l’una accanto all’altra all’interno della scuola. “L’obiettivo comune è quello di provare a ridare a questi bambini l’infanzia che la guerra gli ha portato via”, Muwafaq è stato costretto a lasciare la Siria, insieme a moglie e figlie, a causa delle bombe che cadevano troppo vicine a casa sua, ad Homs, ma da quando è arrivato in Libano ha lavorato ogni giorno per aprire una scuola. “Il rischio reale è di avere una ‘generazione perduta’ di bambini siriani. Quando il progetto è nato molti di loro erano abbandonati a se stessi, con i genitori fuori tutto il giorno a lavorare. Non facevano i compiti, nessuno gli aiutava, in tanti erano malnutriti”.

Muwafaq ci racconta che il progetto della scuola è nato all’interno di una tenda con pochi bambini e pochissimi volontari. Ma grazie all’inglobamento da parte di un’altra associazione, Malaak, che si occupa dell’educazione dei rifugiati in Libano, l’idea iniziale è cresciuta e si è sviluppata. Oggi la struttura occupa un vasto terreno che accoglie ogni giorno circa mille siriani tra i 5 e i 14 anni, e dove lavorano 25 insegnati e altri 30 aiutanti. All’interno delle stanze i bimbi sono divisi in fasce di età. I più grandi ci accolgono con sorrisi e sguardi curiosi, “Mahraba”, è il nostro saluto, “Hello” è la loro risposta. In fondo al campo c’è una cucina, “Ogni giorno le donne siriane preparano per tutti. E’ importante per noi che i bambini consumino almeno un pasto caldo al giorno” continua Paola, che ci accompagna nel tour.

Tra una stanza e l’altra ci imbattiamo in quella dove Talal sta cucendo una bella giacca nera, “Abbiamo aperto questa piccola sartoria che da lavoro a diversi siriani”. Talal ci mostra sorridendo altri capi che ha già terminato, anche ad Homs faceva il sarto, poi è stato costretto a fuggire. “In Siria c’è ancora sua figlia” racconta Paola “la guerra lo ha segnato profondamente, per questo può sembrare un tantino bizzarro” conclude. Il giro del campo termina qui. Torniamo nello spiazzale principale. Il disegno sul pulmino è ormai terminato, ancora pochi ritocchi, nel frattempo arriva Amir, un giovane ragazzo non vedente, “E’ il nostro insegnante di musica”, ancora Paola. Amir è palestinese e vive nel campo di Nahr El Bared. Grazie all’associazione Mishwar che si propone di creare un ponte fra la comunità libanese, siriana e palestinese, Amir ha la possibilità di lavorare, portando la sua musica tra i bambini di Miniara. All’interno della scuola i volontari di Mishwar organizzano anche serate cinema, e quando è possibile li accompagnano in uscite ricreative.

Lasciamo la scuola salutando i bimbi mentre salgono sul pulmino che li riporterà dalle loro famiglie. I sorrisi, le loro urla di gioia, ci accompagnano fino all’uscita. Oltre il cancello principale, alla vista di piccoli agglomerati di tende sui verdi campi circostanti, dove i siriani si sono stabiliti, prendiamo consapevolezza del fatto che la scuola è una piccola oasi di felicità in un deserto di privazione.

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