sabato, dicembre 16

Libano: il difficile equilibrio nella politica estera del Paese Con Rosita Di Peri, affrontiamo la questione dei rapporti tra il Libano ed i suoi vicini

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La crisi politica che ha colpito il Libano nelle ultime settimane, a partire cioè dall’annuncio delle dimissioni date dal Primo Ministro, Saad Hariri, mentre si trovava in visita in Arabia Saudita, ha radici profonde nell’ambito delle dinamiche del Paese dei Cedri.

In primo luogo, bisogna tener presente il complesso stato degli equilibri politici e confessionali libanesi: nel Paese esiste una Costituzione che assegna i ruoli istituzionali a personaggi appartenenti alle diverse confessioni (il Presidente della Repubblica deve essere un cristiano maronita, il Primo Ministro un musulmano sunnita, il Presidente del Parlamento un musulmano sciita) e i rapporti tra le varie componenti della società sono di importanza capitale nel delineare l’evolversi della politica interna ed estera di Beirut. Non è tutto, le differenti comunità non sono sempre unite attorno alle stesse compagini politiche: è il caso degli sciiti, divisi tra Hezbollah ed Amal, e dei sunniti, che cominciano ad essere attratti da gruppi che non si riconoscono più nel Primo Ministro Hariri a causa della sua inadeguatezza a prendere il posto del padre Rafiq alla guida dell’impero finanziario della famiglia.

Oltre alle complesse dinamiche interne, però, bisogna considerare come il Libano, a causa delle sue piccole dimensioni e della sua posizione strategica, si trovi al centro di dinamiche politiche che riguardano l’intera area mediorientale. Un tempo sotto l’influsso della Siria, con la guerra civile che ha reso marginale Damasco, Beirut si trova oggi al centro di differenti pressioni: da un lato l’Arabia Saudita (che storicamente intrattiene un forte rapporto con la famiglia Hariri ed aspira alla guida del mondo sunnita), l’Egitto (che con la sua Primavera Araba ha perso di importanza ma che mantiene un peso non indifferenze) e Israele (che, in passato un spesso in guerra con il Libano, oggi sembra avere rapporti più stretti con Riad), dall’altra, l’Iran (stretto alleato di Hezbollah ed aspirante guida del mondo sciita) e la Turchia (sempre più interessata a giocare un ruolo preminente nell’area). A questi Paesi regionali, bisogna affiancare attori dal profilo più globale, in primo luogo gli Stati Uniti d’America e la Federazione Russa.

Per inquadrare lo stato dei rapporti del Libano con i Paesi vicini, abbiamo sentito nuovamente la Professoressa Rosita Di Peri, ricercatrice presso il Dipartimento di Cultura, Politica e Società dell’Università degli Studi di Torino, con la quale avevamo già parlato delle dinamiche interne della politica di Beirut.

Quale è lo stato attuale dei rapporti tra Libano e Arabia Saudita, da un lato, e tra Libano ed Iran, dall’altro?
Credo che non si possa parlare di rapporto tra Beirut e Riyadh e di rapporti tra Beirut e Teheran; penso che si debba parlare dei rapporti di singoli attori politici con i rispettivi Paesi di riferimento. Questo è assolutamente in linea con quanto fatto in passato quando i ‘referenti’ delle comunità (o gruppi di comunità) erano le potenze europee (Francia in primis) ma anche Stati Uniti e paesi arabi. Da un lato, quindi, c’è il rapporto tra la dinastia Hariri e l’Arabia Saudita, che ha radici molto lontane e ha vissuto, a fasi alterne, momenti di cooperazione e di tensione e che è alla base degli eventi dello scorso novembre, con le dimissioni a sorpresa del Primo Ministro Saad Hariri; dall’altro lato, possiamo parlare di rapporti tra Hezbollah e l’Iran: si tratta di rapporti molto solidi, rafforzatisi nel corso degli anni e divenuti imprescindibili per il Partito di Dio. L’Iran ha avuto un peso importante nella creazione del partito negli anni ’80 (sia in termini di addestramento sia di fornitura di armi), ha giocato un ruolo chiave nella conformazione dell’ideologia di Hezbollah ed è un attore cruciale per il finanziamento del Partito di Dio. A differenza di quanto ritenuto da alcuni analisti, tuttavia, non credo che in questo caso si possa parlare di Hezbollah unicamente come proxy della politica iraniana: mi sembra che Hezbollah abbia dimostrato una certa autonomia, soprattutto nelle scelte di politica interna; forse è un po’ più legato al contesto regionale in altre scelte, però ha mostrato di essere un attore poliedrico in grado di adattarsi alle diverse situazioni sviluppando e gestendo strategie proprie.

Il Libano è un paese dove non esistono strategie politiche uniche e condivise: all’interno dello spettro politico libanese, ci sono attori differenti che attuano strategie differenti nei confronti dei diversi attori regionali. Sono strategie che poggiano solo in parte su fattori ideologici o etnico-confessionali: nel caso dei rapporti tra la famiglia Hariri e l’Arabia Saudita, ad esempio, questi rapporti sono dettati in larga misura da interessi commerciali ed imprenditoriali (Saad Hariri ha la cittadinanza saudita oltre che libanese e suo padre fondò, verso la fine degli anni ’70 proprio in Arabia Saudita la società di costruzioni Oger) e questo, a mio avviso, conta molto di più dell’appartenenza di entrambi questi attori alla galassia sunnita (anche perché non si può paragonare il sunnismo conservatore wahhabita saudita al sunnismo libanese, che ha riferimenti culturali oltre che pratiche politiche completamente differenti). Anche per tali ragioni, appare evidente che le pressioni saudite che hanno portato alle dimissioni di Saad Hariri, non erano volte a colpire la comunità sunnita libanese quanto, indirettamente, l’Iran attraverso Hezbollah. L’Arabia Saudita non ha perdonato Saad Hariri di guidare un governo di unità nazionale in cui la presenza di Hezbollah era prominente. Non è una lotta confessionale/settaria, dunque, ma una strategia politica consolidata che mira alla conquista dell’egemonia a livello regionale e che si è manifestata anche attraverso l’intervento saudita in Iraq, in Yemen e, ovviamente, in Siria. interventi possibili anche per il forte sostegno statunitense che da sempre foraggia l’Arabia Saudita, alleato strategico nella regione insieme ad Israele.

Che ruolo giocano, quindi, i giochi delle alleanza regionali nella politica libanese e, in particolar modo, i rapporti tra Arabia Saudita ed Israele e quelli tra Iran e Turchia?
Bisogna considerare un presupposto importante: il Libano è un Paese dove le comunità contano. I rappresentanti delle diverse comunità, storicamente, hanno avuto rapporti diversi con gli attori regionali: in fasi diverse della storia politica di questo Paese, le alleanze si sono modificate e si sono alternate. Non vedo, quindi, nessun elemento di novità nel fatto che i leader politici libanesi abbiano alleanze diversificate all’interno dello spettro regionale: mi sembra in assoluta continuità rispetto a quanto successo in passato. Per esempio, nel periodo che va dal 1943, anno del Patto Nazionale, fino al 1975 (anno dello scoppio della guerra civile), i vari Presidenti della Repubblica che si sono succeduti hanno di volta in volta strizzato l’occhio all’Occidente (Stati Uniti e Francia) oppure ai paesi arabi (Siria ed Egitto).

Credo che, dal 2011 in avanti, ci siano state delle tendenze diverse a livello regionale, nel senso che il 2011 ha portato, in qualche modo, a un riassetto degli equilibri di potenza a livello regionale e ha visto attori prima più importanti, come l’Egitto, avere un ruolo e un peso minori e, dall’altra parte, l’accreditamento di attori come l’Arabia Saudita che in passato avevano avuto un ruolo meno preminente. L’Iran è sempre stato un attore cruciale all’interno del panorama regionale e lo storico accordo per il nucleare fortemente voluto da Obama e raggiunto nel 2015 ha incrementato tale centralità. Questo ha certamente creato preoccupazione in Arabia Saudita paese che ha sempre visto l’Iran come suo competitor regionale. L’accordo, infatti, spezzando l’isolamento iraniano, ha aperto nuovi scenari ridando linfa al commercio ma anche consentendo all’Iran di offrire una nuova immagine a livello internazionale. Come ho affermato prima, non si tratta, come banalmente è stato liquidato, di uno scontro tra sunniti e sciiti quanto di una lotta per il controllo della regione che, da alcuni studiosi è stata addirittura definita ‘Nuova Guerra Fredda Araba’. In tale scenario la Turchia, anche per effetto del suo allontanamento dal processo di adesione all’Unione Europea e alla conseguente modificazione della sua politica estera, ha cominciato a guardare più ad est che ad ovest, ed è diventata negli anni un attore sempre più cruciale in Medio Oriente: a seconda dei momenti, Ankara si è allineata su posizioni più vicine all’Arabia Saudita o, in altre occasioni, all’Egitto. Dopo il 2011 e lo scoppio delle rivolte arabe la Turchia è stata considerata da molti come un modello da seguire per gli stati della regione medio orientale in trasformazione e questo ha certamente contribuito a far volgere lo sguardo di Ankara verso Oriente. Tale postura si è consolidata attraverso il ruolo svolto della Turchia nella lotta contro l’ISIS (anche tramite la repressione curda) e con l’apertura del fronte profughi e l’accordo con l’Unione Europea (in Turchia hanno trovato rifugio oltre 3 milioni di persone).

In sostanza, a me sembra che quanto sta accadendo in Libano sia in continuità con l’evoluzione della politica regionale e con quanto avvenuto in passato: non bisogna mai dimenticare che, sebbene la politica regionale abbia un peso rilevante, all’interno di un Paese così piccolo e in cui la frammentazione politica favorisce la tendenza dei diversi leader politici a guardare all’esterno, le ragioni dell’odierna crisi del Libano vanno cercate anche all’interno. L’elemento esterno che potrebbe giocare un ruolo importante in questi assetti è, certamente, quello dello Stato di Israele. Sebbene dalla fine della Guerra dei Trentatré Giorni del 2006 lo Stato di Israele si stia preparando metodicamente ad uno scontro con Hezbollah dichiarando a più riprese che l’eliminazione del Partito di Dio è una delle sue priorità, penso che, in questo momento, né l’Arabia Saudita, né Israele trarrebbero beneficio da un’invasione e una destabilizzazione del Libano. Tale scontro aggiungerebbe un ulteriore conflitto all’interno di un panorama regionale già fortemente provato dalla crisi siriana, dal conflitto nello Yemen e dalla precaria situazione irachena. Non si dimentichi che il Libano è un Paese rifugio, dove sono presenti molti capitali stranieri (in particolare sauditi), ed è un Paese che storicamente ha accolto enormi patrimoni finanziari e in cui si giocano enormi interessi economici.
È vero che l’asse israelo-saudita in funzione anti-Hezbollah e anti-Iran si sta rafforzando ma credo che la battaglia contro l’Iran si stia combattendo sul suolo siriano e che, almeno per il momento, non ci siano intenzioni realistiche da parte di Israele di contrastare l’Iran colpendo Hezbollah sul suolo libanese. I costi sarebbero troppo alti, anche a livello internazionale come l’interessamento e il sostegno americano e francese a Saad Hariri in seguito alle sue dimissioni sembrano aver dimostrato.

Come potrebbe influire la nuova Coalizione proposta dall’Arabia Saudita contro il terrorismo sull’evolversi della situazione politica libanese? D’altra parte, come potranno influire i rapporti che Riad ha stretto, nel corso degli anni, con il terrorismo sunnita?
La posizione dell’Arabia Saudita nei confronti del terrorismo è stata una posizione strumentale all’accreditamento del Paese come leader a livello regionale. L’Arabia Saudita ha finanziato gruppi terroristici ma, allo stesso tempo, li ha combattuti: questa posizione schizofrenica, in realtà, era funzionale a creare l’immagine di un’Arabia Saudita che fosse il principale competitor dell’Iran.
Ritengo che questa partita si sia giocata principalmente in Siria dove le due potenze che lottavano per l’egemonia regionale si sono combattute direttamente: l’Iran attraverso Hezbollah e il sostegno ad Assad, l’Arabia Saudita attraverso il sostegno a gruppi terroristi radicali (ISIS ma non solo).
Questo momento di confronto c’è stato. Man mano che si procede verso una normalizzazione della situazione siriana e verso un ridimensionamento della presenza dell’ISIS nei territori a cavallo tra Siria ed Iraq, credo che le strategie politiche di questi due attori cambieranno e che, presumibilmente, si troveranno altri terreni di scontro (diretti o indiretti). Credo che ci sia, effettivamente, una lotta per l’egemonia regionale, ma non penso che questa lotta possa passare sul terreno libanese, anche perché la destabilizzazione del Libano, come dicevo, non serve a nessuno.
Su quali terreni si combatterà questa lotta per l’egemonia, è difficile prevederlo: probabilmente si avrà un rimescolamento delle alleanze a livello regionale, la creazione di nuovi assi e nuovi partenariati che avranno sullo sfondo accordi di tipo commerciale ed economico. Si tratta di una lotta che non riguarda solo la supremazia politica ed ideologica, ma anche la supremazia economica: non a caso, i due principali Paesi egemoni, al momento, sono Paesi che hanno risorse petrolifere enormi e, di conseguenza, hanno un potere contrattuale enorme.

Quali potrebbero essere le linee adottate da Stati Uniti e Russia sulla questione libanese?
Gli Stati Uniti, in passato, si sono sempre interessati alla politica libanese: è innegabile che Rafiq Hariri avesse rapporti molto buoni con i vertici americani; inoltre, in alcune occasioni, gli USA hanno mandato truppe per sedare dei momenti di rivolta e sostenere i vari Presidenti della Repubblica libanesi che, soprattutto prima dello scoppio della Guerra Civile, hanno avuto delle posizioni pro-occidentali e pro-americane molto marcate. Basti pensare alla presidenza della Repubblica di Camille Chamoun, alla sua apertura alla Dottrina Eisenhower negli anni ’50 e all’intervento dei marines americani a sedare la “rivolta dei pascià” del 1958. Dopo la Guerra Civile, il progetto di ricostruzione secondo linee neoliberiste, portato avanti da Rafiq Hariri, ha visto una partecipazione importante di capitali sia europei sia americani: la dinastia degli Hariri appartiene al sunnismo libanese e il sunnismo libanese è sempre stato aperto ai capitali stranieri, anche americani.
Per quanto riguarda la Russia, Mosca non ha mai avuto un peso o una rilevanza cruciale negli assetti libanesi, né prima, né dopo la Guerra Civile: di tanto in tanto, ha avuto rapporti politici importanti con alcuni leader libanesi, ma non a livelli così profondi. Ultimamente, invece, sta cercando di assumere una nuova postura come mediatore nel conflitto siriano accanto al suo storico alleato regionale, Assad. Questo, ovviamente, potrebbe avere un impatto importante sull’altro alleato di Assad, Hezbollah appunto ed anche, in maniera più ampia, sull’Iran.
Certamente, con l’elezione di Donald Trump e con la sua politica assolutamente squilibrata ed incontrollabile, non abbiamo nessun appiglio per dire cosa accadrà domani, in particolar modo per il Medio Oriente: Trump sembra non avere posizioni specifiche sul Medio Oriente (se non quelle di sostenere i sui storici alleati regionali, Arabia Saudita e Israele) e sembra promuovere una politica che, come obiettivo principale, ha quello di distanziarsi da quanto fatto dal suo predecessore. Sia per quanto concerne l’Iran, sia per quanto riguarda le posizioni prese in merito alla questione israelo-palestinese (come l’ultima decisione di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme sembrerebbe dimostrare). Dopo il lancio a sorpresa dei missili sulla Siria poco dopo la sua elezione che hanno urtato sensibilmente la Russia, non è più stato fatto nulla di attivo nell’area, se non dichiarazioni e impegni a combattere il terrorismo internazionale. Le posizioni di Trump, in generale sul Medio Oriente e in particolare sul Libano, non sono posizioni intellegibili anche se, all’indomani delle dimissioni di Hariri gli Stati Uniti hanno inviato armi in Libano a sostegno dell’esercito.
Al contrario, credo che lo spiraglio offerto dalla crisi siriana abbia fornito alla Russia un modo per riaccreditarsi come potenza di rilievo in Medio Oriente, anche approfittando delle indecisioni americane. Non bisogna dimenticare che quest’area era stata, storicamente, un terreno di scontro aperto tra le due super-potenze, soprattutto nel corso degli anni ’80 e che i Paesi mediorientali si dividevano, allora, in pro-statunitensi e pro-sovietici.
Attualmente, quindi, mentre la Russia sta attuando una strategia che sembra andare nella direzione di un nuovo posizionamento all’interno dello scenario mediorientale, gli Stati Uniti sembrano non avere una strategia precisa ma sembrano reagire di volta in volta alle sollecitazioni regionali e internazionali.

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