lunedì, novembre 20

L’Europa della Difesa secondo Roberta Pinotti e Federica Mogherini I 28 bilanci nazionali ci potrebbero classificare come la seconda potenza mondiale militare: Ci sono però tanti 'ma'...

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Qualcuno ha voluto sottolineare l’importanza di avere due donne sul palcoscenico della difesa, al seminario ‘Europa più Difesa’ che si è svolto a Roma per conto dell’Istituto Affari Internazionali. Noi crediamo che l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini e il ministro della Difesa Roberta Pinotti sono delle figure di alto livello. Il loro genere ci appare poco rilevante.

Più ragguardevole è che a novembre ci sarà l’approvazione della cooperazione strutturata permanente sulla difesa prevista dal trattato di Lisbona e ai responsabili dei dicasteri europei si richiederà un pacchetto di decisioni che potrebbe cambiare molti scenari continentali. Ma cos’è oggi la difesa europea? «Cominciamo a vedere risultati concreti» ha affermato la sen. Pinotti ma per sua ammissione, è da sessanta anni che si parla di questo tema e qualche passo in avanti è stato fatto, specie nella strategia di promuovere le forze armate dell’Unione in linea con gli obblighi della Nato. E così, secondo la Mogherini, la cooperazione (che si chiamerà PESCO) potrebbe vedere la luce entro metà dicembre.

Ma l’Europa non è quel luogo di pace e cooperazione immaginato e forse troppo ottimisticamente sognato dai suoi padri fondatori. Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli, Jean Monnet, Robert Schuman, Joseph Bech, Konrad Adenauer, Paul-Henri Spaak – non ne va dimenticato nessuno – avrebbero provato gran dolore se qualcuno avesse loro ipotizzato la determinazione di una Brexit, specie in memoria delle insistenze del premier britannico Harold Macmillan quando il 9 agosto 1961 presentò la candidatura del Regno Unito all’ingresso del Mercato Comune e dell’ostracismo che si concluse solo il 1° gennaio 1973, dopo anni di opposizione guidata dalla Francia, che aveva puntato su una force de frappe, per costruire un’Europa sotto la guida del Generale con un puntello nella Germania occidentale.

Però Charles de Gaulle, pur nella sua rigidità, sapeva bene che il Regno Unito si era sempre sentito nazione a se stante posto sulla parte di un progetto atlantico, sintetizzato da Winston Churchill con l’ineccepibile motto «La Gran Bretagna è dell’Europa, ma non in Europa». Poi c’era stata la crisi di Suez e l’allentamento dei rapporti con i Paesi del Commonwealth e la consapevolezza che il Mercato comune dei sei (tanti erano i fondatori) aveva un ritmo di sviluppo molto più interessante dell’area del libero scambio. Una mera opportunità di portafoglio assai distante da ogni sentimento di comunità.

Più significativamente, per le due responsabili della politica ascoltate al seminario, l’autoespulsione del Regno Unito dall’Unione sta accelerando lo sviluppo di una difesa europea, un’istituzione che non è più vista come il «brutto anatroccolo del processo di integrazione comunitario». E quindi è stata ampiamente citata la posizione assunta dall’amministrazione di Donald Trump sulle nuove esigenze di sicurezza; al paniere delle instabilità concorrono poi i rapporti storicamente impegnativi con la Russia ma anche le minacce alla sicurezza dettate da una deriva del fondamentalismo islamico che si propaga a macchia di leopardo. Il ministro Pinotti ha detto: «L’Italia ha sempre dato un segnale insieme a Spagna, Francia e Germania, ma anche attraverso un lavoro di rassicurazione rispetto agli altri per una visione aperta e inclusiva. La difesa dell’Europa, però, implica anche occuparsi per esempio dell’Africa: aiutare lo sviluppo di quelle aree impedirebbe che diventino un incubo».

Noi ne siamo convinti. Purtuttavia in questo processo che non ha nessun elemento di semplificazione, ribadiamo la necessità di dover mantenere un Paese più credibile e meno coinvolto nelle beghe interne che certo non danno una buona visibilità internazionale. E ha ragione l’Alto commissario quando afferma che «La complessità delle minacce richiede complessità delle risposte che nessun Paese è in grado di fornire da solo. La risposta è l’Europa, che offre gli strumenti per affrontare tutto questo».

Il fatto è che bisognerebbe ragionare in modo adeguato piuttosto che lasciarsi guidare solo da arretrati sentimenti di nazionalismo e se la Mogherini sostiene che è ora di spendere meglio le risorse messe nelle casse fiscali dei cittadini d’Europa, un semplice conteggio ci fa affermare senza dubbio che i 28 bilanci nazionali ci potrebbero classificare come la seconda potenza mondiale militare ma «Spendiamo frammentariamente: il nostro investimento è pari al 50% di quello statunitense, ma il rendimento è il 15% rispetto a quello americano». Del perché non ci riusciamo, le risposte ovviamente sono molteplici. Una tra tutte alberga certamente nello strapotere delle grandi imprese che non sono disponibili a cedere le proprie quote di mercato palesandosi dietro una falsa riservatezza industriale che intacca inesorabilmente ogni processo di condivisione. Ma gli interessi di bottega non sono poi secondi a quelli della politica di ogni singolo stato che è restia a limitare le proprie prerogative e – più concretamente – gli indiscussi privilegi di casta.

Quanti sono i soldi da spendere? Per il nuovo istituto che dovrebbe costituirsi è previsto un budget di 500 milioni di euro nel 2019-2020, portato poi a un miliardo l’anno dopo, con un contributo successivo di altri quattro miliardi, alimentato dagli stessi Paesi membri per un totale di 5,5 miliardi l’anno. E la Mogherini ha insistito sul punto economico: «Negli ultimi due anni abbiamo avuto un’accelerazione. La strategia globale dell’Unione è stata promossa un anno e mezzo fa perché c’è stata la necessità di sviluppare un’autonomia rispetto agli US, ma ha influito anche che due terzi dei cittadini europei chiedono che l’Europa faccia di più sul fronte della difesa. La difficoltà delle minacce richiede una complessità delle risposte. Vogliamo affrontare a livello sovranazionale la sfida della sicurezza».

Poco efficace trarre un’unica conclusione. Occorre spendere al meglio ciò che ciascuno stanzia pianificando le spese, le priorità e le procedure, ma strutturando pure una cooperazione nel settore industriale con un maggior spirito di competizione intercontinentale. Roberta Pinotti ha detto: «La Difesa può essere un laboratorio per un’Europa a due o più velocità».

Noi vorremmo che fosse un unico cantiere in cui si facciano convergere le grandi capacità di una cultura che affonda tradizioni millenarie. Le gare di velocità le lasceremmo ai gran premi automobilistici!

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