mercoledì, dicembre 13

L’Europa accresce la sua dipendenza dal gas russo

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La nuova politica estera degli Stati Uniti conta molto sulle sanzioni verso gli altri Paesi, ma bisogna sempre tenere conto delle reazioni a tale tipo di provvedimenti. A questo riguardo, l’ultimo episodio che ha visto gli Usa comminare una sanzione verso la Russia non è andato giù ai partner europei. E, a dir la verità, neanche allo stesso Trump. Il Senato americano aveva votato la proposta di sanzionare la Russia per aver interferito nelle elezioni presidenziali del 2016, un provvedimento che andrebbe a colpire alcuni settori strategici russi, come l’estrazione, la distribuzione e la difesa. Tutti ambiti in cui, tuttavia, numerose compagnie europee si trovano a collaborare con le aziende russe. Proprio per questo motivo, le sanzioni d’oltreoceano hanno fatto storcere il naso ai leader europei, con Jean-Claude Juncker a sottolineare come le misure decise dagli Stati Uniti non debbano minare gli interessi dei loro alleati europei.

Se è vero che le sanzioni americane colpiscono di rimbalzo anche gli interessi delle aziende europee, la grande preoccupazione dell’Europa è un’altra. Quando si parla di prendere provvedimenti contro la Russia, bisogna tenere conto che da questa dipende la disponibilità di gas naturale di gran parte d’Europa. Il vecchio continente beneficia per oltre un terzo (34%, dati 2016) della produzione di gas russo. I problemi cui andrebbero incontro i cittadini comunitari se la Russia decidesse di chiudere i rubinetti non sarebbero pochi. La gran disponibilità dei loro giacimenti e i gasdotti che nel tempo sono stati costruiti per il trasporto della fonte di energia rappresentano la chiave per cui è difficile, per l’Europa, affrancarsi. Affidarsi ad un solo fornitore vuol dire non avere scelta, non poter contare su libero mercato e concorrenza e dover sottostare ai diktat da questo imposti. È così che, negli anni, l’Europa ha aperto diversi canali di approvvigionamento di gas alternativi a quello russo. Al 2016, i Paesi membri beneficiano per il 24% dei giacimenti che si trovano in Norvegia, per l’11 % da quelli in Algeria e in percentuali simili da nuove fonti energetiche come il gas liquido, che arriva in gran parte dal Qatar e di cui gli Usa si stanno sempre più affermando come produttori.

Gli scenari cambiano, e l’Europa è sempre alla ricerca di nuovi gasdotti al di fuori della Federazione russa. Tuttavia, gli stessi dati mostrano come l’Europa non sia ancora in grado di trovare valide alternative, nonostante gli investimenti per la costruzione di altri condotti siano attivi da anni. Dal 2009, quando i rifornimenti dalla Russia subirono un grave blocco, fino al 2014, con la crisi ucraina, le sanzioni alla Russia e la ritorsione contro l’Europa, i Paesi membri non sono riusciti ad individuare nuove strade, nonostante gli sforzi. La difficoltà di reperire questa risorsa dipende dalla presenza di adeguate infrastrutture per il trasporto, oltre che dalla disponibilità effettiva. Gasdotti di migliaia di chilometri devono attraversare anche zone politicamente instabili, ostacoli di tipo geografico e interessi politici nazionali. La Gazprom, sussidiaria del Governo russo e gestore della fonte d’energia, è oggi il partner più affidabile, che è stato in grado di costruire una relazione stabile con i compratori e garantire un meccanismo collaudato negli anni. Riproporre una soluzione simile che garantisca un approvvigionamento continuo è la sfida dell’Europa.

Come si stanno muovendo oggi i Paesi membri? Quella della disponibilità di gas è una questione in cui si trovano coinvolti interessi troppo diversi per trovare soluzioni che accontentino tutti. Uno dei progetti originali della Commissione Europea era stato quello del Nabucco, un gasdotto che avrebbe dovuto collegare le riserve di gas del Mar Caspio con la Turchia, attraversando l’Europa dell’est fino all’Austria. Il Nabucco doveva essere in grado di far affluire gas azero e dotare l’Europa di una fonte alternativa che permettesse di differenziare il mercato. Un progetto che ha ricevuto tranches di finanziamento iniziale, approvate dalla Commissione, ed infine naufragato per problemi di natura finanziaria e il mancato appoggio da parte delle compagnie energetiche. Stesso destino ha incontrato il South Stream, progetto parallelo al Nabucco che avrebbe trasportato il gas per il corridoio sud, passando dai giacimenti russi del Mar Nero in Turchia e verso l’Europa. Un piano promosso da Mosca, sostanzialmente parallelo al Nabucco, ma che passava dal territorio della Federazione. Questo avrebbe avuto la capacità di trasportare 63 miliardi di metri cubi di gas. Se da una parte l’Europa sosteneva il Nabucco, verso il South Stream si è mostrata fin da subito ben più scettica. Il progetto South Stream, caro al Cremlino, andava in controtendenza con l’obiettivo europeo di differenziare il proprio mercato. Causa l’atteggiamento di Bruxelles e la titubanza di alcuni Stati membri direttamente interessati al progetto, anche il South Stream è stato abbandonato, con il rammarico di Mosca –che tuttavia continua a sostenerlo cercando rapporti con la Turchia –  e l’attenzione che si è spostata verso progetti alternativi.

Fra i due litiganti, è il proverbiale terzo che ne ha tratto beneficio. Anzi, i terzi. Dopo l’abbandono dei primi progetti del cosiddetto ‘corridoio sud’, gli sforzi dell’Unione Europea si stanno oggi concentrando sul Tap, l’ennesimo tentativo di arrivare al gas dell’Azerbaigian, costruendo una bretella che lo porti in Puglia passando da Grecia e Albania. Una situazione di compromesso, che non avrà la portata necessaria per garantire un reale affrancamento dal gas russo. L’esigua quantità di gas di cui l’Europa potrà beneficiare dal nuovo gasdotto non riuscirà a scalfire lo share di mercato di cui gode Gazprom. In realtà, la Russia potrebbe avere un considerevole vantaggio dalla costruzione del Tap, dal momento che questo non porterà benefici a Stati come Bulgaria, Romania e Ungheria – che erano toccati invece dal Nabucco – e che ora saranno costretti a contare sui canali tradizionali di approvvigionamento, annidandosi sempre più sotto l’ala protettiva di Mosca.

Il difficile cammino dell’Europa nella diversificazione energetica si manifesta anche nel dibattito sul North Stream 2, il rafforzamento del gasdotto North Stream che dalla Russia attraversa il Mar Baltico per arrivare in Germania. Con la realizzazione del nuovo progetto, la capacità di portata aumenterebbe di 55 miliardi di metri cubi, facendo affluire da qui un totale di 110 miliardi di metri cubi, cioè l’80 % di tutto l’export di gas russo verso l’Europa. L’importanza di questo progetto ha portato Juncker e la Commissione Europea a mettere il freno al nuovo gasdotto. Una volta costruito, l’UE si troverà sempre più a dipendere dalla fonte russa, procedendo in direzione opposta rispetto le proprie iniziali volontà. Proprio per questo, il dibattito sul North Stream 2 rimane ancora aperto, con Putin ed i Paesi membri direttamente interessati dal progetto che premono verso la sua realizzazione – in primis, la Germania – e i Paesi europei dell’est e del sud, pronti ad ostacolarlo, con la paura di vedere abbandonati progetti che darebbero loro una maggiore autonomia energetica. L’arma che sta usando l’Europa per ostacolare il progetto è quella normativa, che già aveva messo seri freni ai piani del South Stream. La Commissione europea vuole che la costruzione del nuovo gasdotto, attraversando il territorio europeo, segua la giurisdizione comunitaria. Nello specifico, si vuole cercare di far rispettare il principio anti monopolista in cui il produttore della fonte non può gestire anche la sua distribuzione, in modo da assicurare il rispetto delle leggi del libero mercato. Gazprom, promotrice e realizzatrice del gasdotto, si trova invece proprio in questa situazione. Si sta creando quindi un braccio di ferro fra le fazioni di Germania e Austria, che considerano il North Stream 2 un progetto bilaterale e quindi non da sottoporre alle regole comunitarie, e la Commissione europea, che vuole impedire di accentuare la propria dipendenza dal gas russo.

Quel che è certo è che la visione di un’Europa più indipendente dalle fonti energetiche russe di gas è rimasta disattesa dalla realtà. Dopo l’abbandono del Nabucco, unico vero progetto che portava in quella direzione, non esistono oggi alternative possibili. Gli altri mercati provenienti da Nord Africa – Algeria e Libia – non hanno la possibilità di garantire adeguate compensazioni nel caso mancasse il gas russo, e la loro situazione politica instabile rende difficile pensare ad un progetto a lungo termine. Neanche la strada del LNG, il gas liquido di cui gli Stati Uniti si stanno affermando come esportatori, rappresenta una strada percorribile nel breve periodo, causa difficoltà di trasporto e mancanza di infrastrutture per il suo stoccaggio.

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