mercoledì, febbraio 21

L’esempio di Alekos, eroe moderno Al Niccolini di Firenze in prima nazionale la prigionia e la lotta di Panagulis contro la Grecia dei colonnelli 50 anni fa

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E’ Carnevale ma dallo storico teatro Niccolini di Firenze ci dicono che di questi tempi c’è ben poco da ridere e da scherzare. Semmai da riflettere   su un passato che sembrava lontano anni luce e sul presente, carico di oscuri presagi, di terribili ombre mai del tutto scomparse. Dunque riflettere, come e su che cosa?  Sulla vicenda di un eroe forse dimenticato: Alexandros Panagulis, che condusse una lotta impari contro la dittatura dei colonnelli nella Grecia degli Anni Settanta, al quale Oriana Fallaci dedicò uno dei suoi libri più intensi: Un uomo. Ebbene, alla Prigionia di Alekos, è dedicata questa opera di Sergio Casesi, vincitore del Premio Pergola per la nuova drammaturgia, in prima nazionale dal 10 al 18 febbraio, per la regia di Giancarlo Cauteruccio.  “Quell’Uomo”, mi dice  Sergio Casesi  l’autore del testo, un giovane drammaturgo milanese, “era l’incarnazione dell’Eroe. Ed essendo il tema del concorso l’eroe, è stato naturale che proprio a lui mi sia ispirato  per questo lavoro. La coincidenza vuole che questo mio lavoro cada in un periodo in cui si celebrano i 50 anni del’ 68, ma non è una coincidenza che questo spettacolo nasca in un momento nel quale i rigurgiti fascisti pericolosamente si palesano”.

Che idea si è fatto di Alekos?  “L’ho sempre considerato l’emblema dell’eroe moderno che si batte con le armi della fantasia e dell’immaginazione, per sopravvivere alle torture ed al carcere duro, in totale isolamento.  Qui non ho voluto raccontare solo la storia in sé, ma la  potente capacità di Alekos di  riuscire a sottrarsi all’orrore, usando le sue straordinarie ‘armi’: la creatività, la scrittura, il disegno immaginifico. È infatti con queste armi che Alekos riesce a liberarsi dalle pareti della ‘tomba’ e a inceppare il sistema della dittatura”. Contagiato dall’entusiasmo di Sergio  per la figura di  Alekos Panagulis,  gli racconto di averlo conosciuto: erano a passeggio lui a la Fallaci in piazza Duomo a Firenze, quando con il collega  Giovanni Errera (prematuramente scomparso)  li incontrammo. Lei ci presentò il suo Uomo.  Minuto, gentile, affabile. Poche parole di circostanza poi i due se ne andarono abbracciati e felici. Non pensammo allora che quella intensa storia d’amore avrebbe avuto un seguito doloroso (la perdita di un figlio da parte di  lei per una lite tra i due) ed un finale tragico per lui, dopo il  suo ritorno in Grecia, da cui se ne era fuggito proprio  insieme ad Oriana: ucciso in un incidente d’auto. Un vero e ben organizzato attentato. L’assassinio di un uomo libero e creativo, un eroe dei tempi moderni.

Questo lavoro di Casesi non vuole essere soltanto la rappresentazione di una vicenda crudele del nostro tempo, che altrove si è ripetuta sotto varie latitudini, ma un’opera di fantasia, di immaginazione tant’è che accanto alle figure reali di quella drammatica pagina di storia, vi sono tre figure di fantasia, la più importante delle quali è uno scarafaggio, che diviene l’amico di Alekos: ‘Ho idea che diventeremo grandi amici, ti chiamerò Dalì, hai proprio i  baffi di Dalì’, gli dice Alekos. Oltre all’uomo/scarafaggio, amico fedele, la cui presenza rimanda a Kafka, le altre figure di fantasia sono un indovino cieco, un moderno Tiresia stanco e deluso e poi i carcerieri fino a Caronte. La metamorfosi che qui si celebra è quella di un ribelle arrestato torturato e segregato in un loculo sottoterra e al buio, che con la poesia e la creatività, riuscirà a sconfiggere la dittatura dei colonnelli, suscitando un grande movimento di solidarietà internazionale che metterà a nudo l’odioso regime tirannico. “Tre personaggi immaginati da Alekos  per sfuggire alla solitudine, al dolore fisico, alla lacerante condizione psicologica in cui è costretto. È evidente”, aggiunge l’autore, “che tutto ruota intorno a questo moderno Prometeo incatenato, colpevole di aver difeso il fuoco sacro della libertà e dei diritti civili. El’immaginario di Panagulis che viene messo in scena e che prende il sopravvento sulla realtà che pure c’è e si fa sentire attraverso la tortura, la privazione, l’incubo e l’umiliazione”.

La storia  reale di Alexandros Panagulis è quella di un giovane studente di ingegneria  arrestato ( 1967) e condannato a morte, accusato di aver preso parte al tentativo, fallito, di uccidere il tiranno Georgius Papadopoulus. Sentenza sempre rinviata per il danno d’immagine che avrebbe recato al regime dei colonnelli, ma nei cinque anni di detenzione non gli sono  risparmiate  le torture e il carcere duro: ma  nonostante tutto lui non si piega al regime. Gli ultimi due anni è rinchiuso in una cella costruita apposta per lui e chiamata La Tomba, perché poco più grande di un sepolcro. Alla caduta del regime è liberato da quella che considera una finta democrazia contro la quale continuerà la lotta. Qualche giorno dopo l’uscita dal carcere incontra la giornalista fiorentina per un’intervista. Nasce così la loro   storia d’amore che durerà  fino alla sua  tragica morte. E che Oriana farà rivivere nel libro a lui dedicato: Un uomo, appunto.

“Nel suo libro Oriana Fallaci dimostra che la libertà di un solo individuo può inceppare il sistema, far saltare le certezze di un regime totalitario, smascherare e forse superare, le miserie degli uomini di regime. Ed è proprio la volontà dell’immaginazione che si è voluto inscenare“, afferma il regista Giancarlo Cauteruccio. “E’  con le  straordinarie ‘armi’, della fantasia che Alekos riesce a liberarsi dalle pareti della ‘tomba’ e a inceppare il sistema della dittatura. E proprio come lui rompe con l’immaginazione i confini dello spazio in cui è rinchiuso, anche qui si superano i confini fisici della scena, creando una relazione tra spazio fisico e spazio immateriale. Così facendo, l’attore e lo spettatore vivono il medesimo spazio e possono avvertire le stesse vibrazioni, le stesse energie”.

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