mercoledì, settembre 19

L’enorme spesa bellica degli Usa riflette la loro forza militare? Numerosi indizi inducono a pensare a una netta sproporzione tra costi e benefici

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Per gli Stati Uniti, come si sa, l’11 settembre 2001 ha rappresentato un vero e proprio spartiacque. Lo si evince in particolar modo se si considera la politica estera iper-aggressiva adottata in seguito agli attentati, per sostenere la quale sono stati autorizzati una serie di aumenti della spesa militare di entità letteralmente stratosferica. Nel corso degli otto anni di mandato di George W. Bush, si è passati dai 316 miliardi del 2001 ai 621 del 2008. Sotto l’amministrazione Obama, il bilancio della Difesa è quindi cresciuto fino a toccare i 750 miliardi. Al netto dell’inflazione e prendendo come riferimento il valore costante del dollaro 2010,  emerge che le spese militari statunitensi sono cresciuto dell’80% circa dal 2001 al 2011.

Con Donald Trump alla Casa Bianca si assiste a una sostanziale soluzione di continuità, visto e considerato che la spesa fiscale per la Difesa 2018 presentata dal Congresso tocca quota 692 miliardi, a cui vanno sommati ulteriori 170 miliardi per il mantenimento di agenzie legate al comparto della Difesa ma sottoposte, dal punto di vista amministrativo, al controllo di altri Dipartimenti. Il tycoon newyorkese ha messo a punto un piano che contempla un aumento del 10% dei finanziamenti al Pentagono, necessari per costruire nuovi mezzi militari, per ammodernare l’arsenale nucleare, per rafforzare i controlli frontalieri e per aumentare il personale e migliorare le sue condizioni di lavoro. Il denaro necessario verrà ottenuto tramite sostanziosi tagli al Dipartimento di Stato, all’Agenzia che si occupa di ambiente e al alcuni programmi sociali. Si tratta di un compromesso tra i congressisti vicini alla lobby militare (sempre favorevoli all’incremento delle spese militari) e gli oltranzisti del Tea Party, contrari a qualsiasi esborso pubblico.

Nel complesso, gli Usa dedicano quindi alla Difesa circa il 16% di tutti i fondi federali e oltre la metà delle spese discrezionali; una quota che li pone nettamente al primo posto della classifica mondiale, davanti a Cina, Arabia Saudita, Russia, Gran Bretagna, India, Francia e Giappone. Sono in molti a credere che il grado di efficienza dell’apparato militare statunitense sia proporzionale ai finanziamenti concessigli da Washington,  ma la realtà risulta ben differente. Va innanzitutto ricordato che, verso la metà del 2016, «l’Ufficio dell’Assistente segretario all’Esercito e il Defense Finance and Accounting Service (Dfas) non hanno supportato adeguatamente 2,8 trilioni di dollari negli aggiustamenti del ‘Journal Voucher’ del terzo trimestre 2015 e 6,5 trilioni di dollari in quelli di fine anno realizzati durante l’anno fiscale 2015. Ciò perché l’Ufficio dell’Assistente Segretario all’Esercito e il Dfas non hanno corretto le carenze del sistema». Un buco del genere può essere spiegato soltanto con una spaventosa disorganizzazione burocratica e con il proliferare di fenomeni di con corruzione. Non a caso, «il Dipartimento della Difesa negli anni è stato ben noto per le sue pratiche contabili lasche. Il Pentagono non ha mai subito un audit su come spende i trilioni di dollari per guerre, equipaggiamenti, personale, alloggi, cure mediche e approvvigionamenti vari».

È tuttavia indubbio che una parte assai cospicua del bilancio del Pentagono si traduce in appalti e commesse a beneficio del complesso militar-industriale, un potentissimo oligopolio formato essenzialmente dai colossi Lockheed Martin, Raytheon, General Dynamics, Boeing e Northrop Grumman attorno a cui ruotano 100.000 aziende che impiegano quasi 4 milioni di lavoratori. Ed è grazie al fiume di denaro proveniente dal Pentagono che la floridissima industria bellica Usa è nelle condizioni di sfornare mezzi tecnologicamente all’avanguardia, come ad esempio i droni telecomandabili da oltre 10.000 km di distanza. La Lockheed Martin, dal canto suo, è in prima fila nello sviluppo degli aerei senza pilota, e conta di metterne a punto uno ad ampia autonomia in quanto alimentabile mentre si trova in volo tramite un apposito raggio laser.

Stesso discorso vale per Northrop Grumman, che oltre ad aver sviluppato il velivolo robotico per portaerei X-47B, è impegnata a mettere a punto un drone alimentabile a energia nucleare, in grado di rimanere ininterrottamente in volo per mesi e mesi. Mezzi del genere hanno costi letteralmente astronomici, e non a caso il Pentagono si prodiga sistematicamente a redigere liste di Paesi amici a cui venderli per ammortizzare le spese. È il caso del Mq-9A Predator-B, un drone prodotto dalla General Atomics che nel 2012 è stato acquistato dall’Italia. L’altro velivolo militare rifilato dagli Usa ai loro alleati europei è l’ormai famigerato Joint Strike Fighter F-35, un aereo progettato dalla Lockheed Martin che, nonostante le decine di miliardi spese per realizzarlo, è in grado di offrire ben poche garanzie.

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