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USA 2016

Le sfide di Trump: tra economia e divisione sociale

Intervista all'analista americano Andrew Spannaus, autore del libro 'Perché vince Trump'

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Nel mare dei media e degli analisti politici sordi alle sofferenze di una buona fetta della popolazione degli Stati Uniti che aveva scelto da tempo, non solo l’8 novembre, Donald Trump, lui era una delle poche voci fuori dal coro. Parliamo di Andrew Spannaus, analista americano, che nel suo libro ‘Perché vince Trump – La rivolta degli elettori e il futuro dell’America‘, edito in Italia da Mimesis, aveva previsto tutto. Perché Trump è il segno di un’America che è cambiata da tempo ormai  e il magnate non ha fatto altro che “dare voce, nella sua campagna elettorale, al crescente disagio della classe medio-bassa e questo è uno dei motivi principali della sua vittoria“. All’ANSA ha dichiarato: «La superficialità con cui veniva trattato Trump e il successo invece della sua candidatura mi hanno fatto pensare che sarebbe potuto andare avanti. Ho scritto questo libro per spiegare proprio questa rivolta elettorale. Si è creduto che l’economia globalizzata andasse bene per tutti, ma non è così. C’e’ un establishment, un’élite degli Stati Uniti che non ha preso in considerazione i problemi di una grossa fetta del Paese. Trump ha saputo parlare a questa parte della popolazione». E proprio di questo, della frattura nella società americana e non solo che parliamo proprio con Spannaus.

 

Lei nel suo libro ha detto che il voto per Trump è la rivolta dell’elettorato e delle classi lavoratrici e medie. Lo conferma?

Si, si tratta di un processo che va avanti da decenni, non riguarda solo gli ultimi anni di Obama. E’ un processo di stagnazione e difficoltà per la classe media e lavoratrice. Coincide con lo spostamento verso l’economia finanziaria. La globalizzazione ha messo al centro la parte finanziaria e speculativa, meno l’economia reale e questo ha significato una perdita di stabilità: più precarietà e più lavori meno pagati.

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Perché i media non hanno compreso che l’America stava cambiando, anzi, era già cambiata?

Perché la narrazione ufficiale delle istituzioni è che l’economia va bene negli USA. Ma è parziale, perché serve a giustificare la politica fatta. Se si ammette questo problema, allora si è costretti a cambiare. Ma l’establishment non vuole cambiare perché è un sistema che garantisce la continuità di questo stesso establishment, che crede non solo in termini di casta ma anche di potere e grandi interessi che il mondo vada gestito in un certo modo.

E dunque la Clinton ha perso proprio per i motivi da lei detti poc’anzi?

Sì, è molto vicina al mondo della finanza, delle multinazionali e delle banche. E fare campagna elettorale come paladina del popolo e della gente normale non le riesce bene. La Clinton su certi temi sociali si è sempre impegnata, vedi sanità e alcuni diritti dei lavoratori, ma quando arriva a Wall Street è molto accondiscendente.

Alla luce di questo discorso, è da rivalutare anche la presidenza Obama? Rischia di passare alla storia solo come il primo presidente nero USA o si può salvare qualcosa? Perché il voto a Trump è anche il segno di un suo fallimento…

Fallito completamente no. Sulla politica economica non è stato efficace, non ha preso misure abbastanza forti per cambiare i meccanismi della finanza che sovrastano l’economia reale, così anche il miglioramento economico non è stato sufficiente per cambiare in modo qualitativo le condizioni per una grossa fetta della popolazione: la parte alta sta bene, ma la maggior parte no. In politica estera Obama ha cominciato tardi a fare un cambiamento, ma quando ha cominciato ha dato il via ad una svolta diplomatica molto importante che, a ben vedere, è molto più in linea con ciò che dice Trump piuttosto che la Clinton. Questa svolta però è già in grossa difficoltà, perché istituzioni militari e intelligence hanno già mostrato il loro dissenso su questo tipo di politica, ossia verso la collaborazione con la Russia per sconfiggere i terroristi. Vedremo se Trump riuscirà a fare davvero ciò che ha promesso, ossia stop alle guerre e costruire gli Stati Uniti, ma anche non ritirarsi dal mondo, ma cercare rapporti positivi anche con Paesi cosiddetti ‘competitors’.

Tornando a Trump, è la vittoria delle periferie e delle campagne, se andiamo a vedere la cartina del voto. Ma stanno cambiando anche le altre piazze, vedi quelle finanziarie o più terziarie, come New York?

Dove si vede il grosso cambiamento sono i sobborghi, anche in città, piccoli paesi. Di solito la borghesia è democratica, è tra la città e la parte rurale che si vede il cambiamento. E’ lì che troviamo una reazione all’establishment. Lì si percepisce il rigetto forte verso una visione di società globalizzata dove certi valori tradizionali non ci sono più. Questo aspetto diventa tanto più importante quando si vedono le difficoltà economiche e diventa più facile sfruttare il disagio delle persone.

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