mercoledì, settembre 19

Le mire di Trump sulla Federal Reserve Il presidente intende aggirare il vincolo di indipendenza della Banca Centrale Usa

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Si moltiplicano gli attacchi di Donald Trump contro la Federal Reserve. Nello specifico, il presidente ritiene che il progressivo rialzo dei tassi di interesse e la restrizione della base monetaria da parte della Banca Centrale siano destinati a produrre un effetto rallentante sull’economia statunitense. Tanto più che, alla fine del 2018, il Dipartimento del Tesoro dovrà pagare circa 450 miliardi di dollari di interessi sul debito federale; cifra destinata a salire in presenza di una politica monetaria restrittiva. Tutto ciò cozza irrimediabilmente con il principio dell”America first’ su cui Trump ha costruito il proprio successo elettorale.

In realtà, tuttavia, il tycoon newyorkese non digerisce il fatto che la Casa Bianca non sia nelle condizioni di esercitare un controllo diretto sulla politica monetaria del Paese, concentrata nelle mani di una istituzione che dal 1913 (anno della sua fondazione) gestisce l’emissione valutaria malgrado il primo articolo della Costituzione attribuisca tale prerogativa al Congresso.

Di fatto, il Federal Reserve Act (o Glass-Owen Act, dal nome dei suoi maggiori promotori al Congresso), approvato in un Congresso semi-deserto il giorno prima della vigilia di Natale del 1913, precludeva allo Stato qualsiasi possibilità di controllare il denaro circolante all’interno della nazione attribuendo tale funzione agli azionisti, che la commissione Pujo individuò negli istituti di credito Jp Morgan, First National Bank di New York, National City Bank di New York, Kuhn, Loeb & Co., Kidder Peabody & Co. Di New York e Lee Higginson & Co. Di Boston. Nel 1982, la corte d’appello di Los Angeles ha ribadito il concetto (sentenza Lewis vs. United States) stabilendo che «dopo aver esaminato la struttura organizzativa e le funzioni statutarie dei distretti della Federal Reserve […] si conclude che questi ultimi non costituiscono strumenti federali […] ma istituti indipendenti di proprietà privata».

L’ Emergency Banking Act promulgato da Franklin D. Roosevelt durante gli anni più neri della Grande Depressione ufficializzò questa realtà di fatto, riconoscendo la definitiva e formale separazione tra politica e Banca Centrale, con quest’ultima che assumeva ufficialmente le funzioni di ordinatore monetario indipendente dal governo. Il rapporto fu tuttavia ricostruito nel 1942, quando la Fed tornò momentaneamente sotto il controllo effettivo del Dipartimento del Tesoro per fissare un limite massimo ai tassi di interesse sui titoli di Stato necessari a finanziare lo sforzo bellico anche tramite acquisti massicci di Treasury Bond – in condizioni normali ciò avrebbe provocato forti pressioni inflazionistiche, ma ciò non si verificò per via del controllo sui prezzi imposto dal governo. La subordinazione della Federal Reserve al Dipartimento del Tesoro si protrasse anche dopo la Seconda Guerra Mondiale in ragione del fatto che l’esecutivo non intendeva rinunciare alla possibilità di decidere le traiettorie di politica monetaria da impostare a seconda degli obiettivi prefissati. Il sodalizio forzoso si concluse soltanto nel marzo del 1951, quando l’amministrazione Truman, impantanata in una Guerra di Corea sempre più problematica, accettò di restituire l’indipendenza alla Banca Centrale per non inimicarsi irrimediabilmente il favore dei detentori delle redini della finanza nazionale nell’imminenza delle elezioni presidenziali.

Trump ambisce in tutta evidenza a ripristinare una qualche forma di controllo pubblico sulla Federal Reserve, ma attraverso uno stratagemma più ‘sottile’ rispetto a quelli impiegati in passato da Roosevelt e Truman. Attualmente, il presidente ha infatti la possibilità di piazzare – a patto, naturalmente, che il senato ratifichi le nomine – ben sei suoi uomini di fiducia nel Board of Governors della Federal Reserve, che si compone complessivamente di sette membri. Questi sette membri del board della Fed fanno a loro volta parte del Federal Open Market Committee (Fomc), l’organismo incaricato di definire la politica monetaria nazionale che annovera nel proprio consiglio d’amministrazione anche cinque dei dodici presidenti delle sedi distrettuali della Federal Reserve. Tra di essi figura il potentissimo presidente della Federal Reserve di New York (il cui governatore ha di diritto il posto fisso nel Fomc)  John c. Williams, nominato da Trump, e il presidente della sede di Minneapolis Neel Kashkari, convinto assertore della necessità di continuare a portare avanti la politica iper-espansiva inaugurata da Ben Bernanke in seguito alla crisi del 2008. Non va inoltre dimenticata la presenza, nel Board of Governors della Federal Reserve, di Randal Quarles, banchiere molto vicino al Partito Repubblicano a cui Trump ha deciso di affidare anche il delicatissimo ruolo di vice-presidente dell’organo di supervisione della Fed, incaricato di vigilare sull’operato del settore bancario Usa.

Quest’ultimo ha notevolmente beneficiato del piano di ri-deregolamentazione varato nei mesi scorsi dall’esecutivo con lo scopo di allentare i vincoli all’erogazione del credito e alla conduzione di operazioni ad alto rischio imposti a Wall Street dal Dodd-Frank Act del 2010 (la cosiddetta Volcker Rule, in particolare). A detta del governo, le regole stringenti introdotte sotto l’amministrazione Obama hanno generato effetti paralizzanti sulle attività bancarie connesse al settore immobiliare e agli investimenti nell’economia. Rimuoverle associando al processo di deregulation la radicale riforma fiscale del dicembre 2017 e l’assunzione de facto del controllo sulla Fed, significa per l’amministrazione in carica mettere il capitale finanziario (non solo) statunitense al servizio del programma di rilancio dell’economia reale su cui Trump ha investito una parte assai ragguardevole del capitale politico a sua disposizione.

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