lunedì, aprile 23

Lavoro e tutele nella Ue: l’ultima sentenza Intervista alla la dott.ssa Emanuela Zanrosso e alla la prof.ssa Gracy Pelacani

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Un cittadino dell’Ue che, dopo oltre un anno, abbia cessato di esercitare un’attività autonoma in un altro Stato membro per mancanza di lavoro, causata da ragioni indipendenti dalla sua volontà, mantiene il diritto di soggiorno nel Paese. Lo stabilisce la Corte di giustizia europea con una sentenza emessa appena prima di Natale. Tale decisione si riferisce al caso di un cittadino rumeno, che ha lavorato in modo autonomo come imbianchino in Irlanda dal 2008 al 2012, versando regolarmente tasse e contributi. Per comprendere meglio cosa comporti tale decisione, se possa essere un elemento positivo rispetto alla percezione dell’Ue, chi ne potrà beneficiare maggiormente nell’Europa di oggi, abbiamo consultato due esperti: la dott.ssa Emanuela Zanrosso, esperta di lungo corso sulle politiche dell’immigrazione e la prof.ssa Gracy Pelacani, docente di Diritto dell’Unione europea, con una particolare attenzione alla condizione giuridica dello straniero presso l’Università di Trento. Per il supporto all’ideazione di questo servizio, si ringrazia l’avv. Federica Giandinoto, attualmente non operativa, iscritta presso il Foro di Roma, e il prof. Maurizio Ambrosini, docente di sociologia dei processi migratori e sociologia urbana all’università degli studi di Milano.

Ci potrà essere un’evoluzione dello scenario a seguito di tale sentenza? Non di molto. Chiarisce in merito a ciò la dott.ssa Zanrosso che “la sentenza della Quinta Sezione della Corte di giustizia dell’Unione Europea del 20 dicembre 2017, in realtà, non modifica lo scenario dei cittadini comunitari e dei loro familiari, almeno per quanto riguarda la situazione italiana. Infatti, l’art. 7 del d.lgs.30/2007 al comma 3 prevede formalmente l’equiparazione del lavoratore subordinato con il lavoratore autonomo, permettendo di conservare il diritto al soggiorno anche se in stato di disoccupazione (purché, brevemente,  abbia lavorato almeno un anno , lo stato di disoccupazione sia involontaria, sia iscritto presso il Centro per l’impiego). In realtà la sentenza si riferiva ad una situazione particolare presente in Irlanda, ove un cittadino romeno, lavoratore autonomo, si è trovato a vedere rifiutata la sua domanda di indennità di disoccupazione in quanto in dubbio il suo diritto al soggiorno. Direi che a livello comunitario questa sentenza chiarisce un dubbio interpretativo, ma non aggiunge nulla, in particolare per l’Italia, al senso della direttiva che già prevedeva parità di diritti tra lavoratori subordinati ed autonomi. E la sentenza dice solo questo, ovvero che il cittadino rumeno mantiene il diritto al soggiorno in quanto non c’è discriminazione tra tipologie diverse di lavoro. Questo non vuol dire che il diritto sia ‘infinito’, la direttiva 2004/38 prevede l’allentamento del cittadino che non ha ancora ottenuto il diritto al soggiorno permanente (qui ci sono altri requisiti da considerare)  e non ha autonome risorse”.

La prof.ssa Pelacani spiega inoltre che “sebbene la sentenza vada letta tenendo a mente alcune precedenti pronunce – le sentenze Dano, Alimanovic e Garcia Nieto, a cui fa riferimento, però, il solo avvocato generale nelle sue conclusioni, che riguardavano le cd. (supposte) pratiche di ‘turismo sociale’ e, nello specifico, la concessione di prestazioni speciali in denaro di carattere non contributivo (rilevanti perché, come nel caso in esame, si tratta di prestazioni rientranti nell’ambito di applicazione dell’art. 70 del reg. 883/2004) – queste riguardavano (soprattutto) il possibile onere eccessivo che avrebbe potuto costituire per il sistema di assistenza sociale dello Stato membro ospitante il cittadino dell’Unione che a questo non vi aveva contribuito o lo aveva fatto per un periodo limitato di tempo (rilevante per la maturazione del diritto alla prestazione richiesta, e denegata, in condizione di parità con i cittadini dello Stato membro di residenza). A contrario, il punto centrale di questa pronuncia mi sembra stia (solo) nell’equiparazione tra lavoratore subordinato ed autonomo nella conservazione della qualità di lavoratore e, di conseguenza, del diritto al soggiorno (e in questo caso, dell’accesso alla prestazione richiesta).  Credo che le corti nazionali abbiano fatto perno su questa serie di pronunce – Dano, Alimanovic, G. Nieto – per denegare il diritto alla prestazione sulla base della mancanza di un diritto al soggiorno: infatti, è rilevante che si riporti che il ricorrente non disponesse di risorse proprie né prima dello svolgimento dell’attività come lavoratore autonomo né successivamente alla cessazione della medesima (echeggiando le precedenti pronunce, appunto, a mio modo di vedere). Tuttavia, credo sia ancora più interessante che si faccia notare: (1) che il ricorrente ha contribuito per un periodo di quattro anni al sistema sociale e fiscale (punti 17, 44); (2) che la non equiparazione al lavoratore subordinato, equivarrebbe a trattarlo come un cittadino UE che fa ingresso nello Stato membro per cercare lavoro non avendo mai lavorato o versato contribuiti (sempre punto 44).  Alla luce della normativa (dir. 2004/38) la questione mi sembra lineare e non di difficile risoluzione”.

Ma quali sono le ragioni alla base di tale sentenza? E si possono citare altri casi in cui è emersa la necessità di una tutela di questo tipo? La dott.ssa Zanrosso ricorda che “le ragioni si trovano nel diritto europeo e nella parità di condizione di tutti i lavoratori, siano autonomi o subordinati. Ricordo che questa equiparazione era presente già nella prima versione della Carta sociale Europea del 1961. Altri casi simili si possono trovare in alcune sentenze degli anni 90 nel caso di ricongiungimento familiare in cui venivano chiesti tipologie documentali diverse (anche in termini di reddito complessivo del nucleo familiare) nel caso di lavoratore autonomo. Tutti dubbi ampiamente fugati”. Secondo la prof.ssa Pelacani, la ragione è stata quella di “superare la precedente frammentazione normativa, ampliare il diritto alla libera circolazione e soggiorno (pur con le limitazioni dal caso), su tutte”.

Un’altra questione di interesse è cercare di misurare quanti possano essere i lavoratori interessati da tale ampliamento di diritti. Afferma in merito la dott.ssa Zanrosso che “rientrano in questa categoria tutti i lavoratori, siano autonomi o subordinati, cittadini di un paese UE o familiari, anche extra UE, di cittadino UE. L’art. 7 comma 2 è chiaro nell’estendere il diritto al soggiorno anche ai familiari di cittadino UE che si trova nelle condizioni per mantenere tale diritto”. Sostiene invece la prof.ssa Pelacani che “sia molto difficile non tanto conoscere il numero di cittadini dell’UE lavoratori autonomi in altri Stati membri quanto, tenendo conto delle circostanze e delle specificità che possono portare alla cessazione di un’attività autonoma, predire quando e quanti di questi lavoratori saranno costretti a cessare la propria attività per cause involontarie”.

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