venerdì, settembre 22

L’America ‘egoista’ e la sfida della Corea del Nord I recenti test missilistici e nucleari hanno destato timore anche alla luce della dura risposta statunitense

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I recenti test missilistici e nucleari condotti dalla Corea del Nord hanno destato timore anche alla luce della dura risposta statunitense. Di fronte alle dichiarazioni sempre più aggressive di Pyongyang, l’amministrazione statunitense non ha escluso la possibilità dell’intervento militare per stroncare alla radice quella che costituirebbe una minaccia incombente per il Paese e per i suoi alleati. In effetti, sotto l’amministrazione Trump, si è registrata un’escalation della tensione fra Washington e Pyongyang, escalation che ha seguito quella presunta nelle capacità militari del regime di Kim Jong-un.

Nelle scorse settimane, di fronte alla minacce nordcoreane di un attacco contro la base di Guam, gli Stati Uniti hanno rafforzato la propria già massiccia presenza nella regione, imperniata sulla Settima Flotta (20.000 uomini, da 50 a 70 unità navali e 120 velivoli) di stanza in Giappone e sulle forze terrestri e aeree schierate – oltre che nella stessa Guam (3.800 uomini circa oltre ai reparti della base aerea di Anderson) – in Giappone (circa 39.000 uomini in 112 basi) e nella Corea del Sud (circa 23.500 uomini in 83 basi). In un clima già teso, il Segretario alla Difesa Mattis ha accennato alla possibilità di una ‘massiccia risposta militare’ alla ‘minaccia’ rappresentata da Pyongyang.

Gli USA hanno quindi imboccato la china dello scontro aperto con la Corea del Nord? Al di là dei toni accesi delle dichiarazioni, la questione appare, da molti punti di vista, più sfumata. L’opzione militare presenta – nonostante la chiara disparità di forze – una serie di implicazioni negative non irrilevanti, in primo luogo la vulnerabilità delle forze USA schierate in teatro, prime fra tutte quelle presenti in Corea del Sud. La possibilità di condurre un’azione militare di successo richiede inoltre un investimento in tempo e risorse che difficilmente – a questa fase della crisi – gli Stati Uniti sono davvero pronti ad affrontare. Ciò anche alla luce dell’incertezza che sembra gravare sul tipo di test che Pyongyang avrebbe condotto lo scorso 3 settembre e sulle effettive capacità balistiche del vettore sperimentato in agosto. Esistono, infine, riserve che il ‘messaggio’ mandato dai test nordcoreani sia effettivamente rivolto a Washington. La coincidenza temporale degli esperimenti con una serie di appuntamenti internazionali che hanno visto la Cina protagonista (da ultimo il forum dei BRICS del 4 settembre, ospitato a Xiamen proprio dalla Cina) fanno pensare che sia quest’ultima, più che gli Stati Uniti, il Paese al quale si indirizza la ‘diplomazia nucleare’ di Kim Jong-un.

Da vario tempo, ormai, l’atteggiamento di Pechino nei confronti dell’incomodo alleato si è, infatti, raffreddato. La Cina rimane tuttora il maggiore sostegno internazionale del regime nordcoreano e il suo principale partner economico e commerciale. Già dai test del febbraio 2013, tuttavia, le autorità della RPC hanno criticato in maniera più o meno aperta la politica militare dell’alleato meridionale, allineandosi così alla posizione degli Stati Uniti e della comunità internazionale. La Cina è, inoltre, il Paese che ha forse più da perdere da un aumento della tensione nella regione e da un aumento del suo grado di militarizzazione. Soprattutto, la Cina è forse il Paese che ha più da perdere da un ritorno in forze degli Stati Uniti nella regione. Da una parte, Pechino si è sforzata, negli ultimi anni, di apparire un affidabile garante della stabilità e della sicurezza nel quadrante del Sudest asiatico; dall’altra – approfittando anche della riduzione relativa della presenza militare USA – ha cercato di consolidare la sua posizione in una lunga serie di contese territoriali (la più nota è forse quella che riguarda la c.d. nine-dash line, sulla quale si è recentemente pronunciata – contro la Cina – la Corte permanente d’arbitrato de L’Aia) attraverso una spregiudicata politica del ‘fatto compiuto’.

L’azzardo nucleare di Pyongyang rende questa politica ‘del doppio binario’ più difficile da portare avanti. La mobilitazione degli assetti militari statunitensi concorre a riportare l’attenzione internazionale sulla regione. Parallelamente, la garanzia che Washington si è impegnata a offrire agli alleati ragionali contro la presunta minaccia nordcoreana non può non tradursi in un irrigidimento della loro già rigida posizione sulle rivendicazioni di Pechino. Infine, la possibilità, ventilata a Washington dopo il test del 3 settembre, di imporre sanzioni unilaterali contro tutti i Paesi che intrattengano relazioni commerciali con la Corea del Nord, destinate ad aggiungersi a quelle già ripetutamente imposte dal Consiglio di Sicurezza ONU, pone Pechino in una posizione piuttosto imbarazzante. In questo, la linea dura che le autorità nordcoreane hanno scelto di seguire sembra pagare. Appare tuttavia significativo il fatto che, una volta ancora, le dure dichiarazioni iniziali dell’amministrazione USA siano state seguite da prese di posizione più sfumate. Nella sfida nordcoreana, la dimensione militare è – paradossalmente – un aspetto secondario; un aspetto che, se gestito avventatamente, rischia, però, di imporre a Washington oneri e impegni assai poco compatibili con la promessa di un’America ‘egoista’ che ha aperto a Donald Trump la strada per la Casa Bianca.

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