mercoledì, settembre 19

L’algoritmo del like-gregge Nel mentre inizia a brucare in compagnia delle pecore-web l’erba like, un algoritmo sta osservando e studiando i suoi gusti

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Quello che in piccolo è successo con facebook, in grande succederà con l’intelligenza artificiale. In entrambi i casi, si tratta di gestione e programmazione delle informazioni attraverso i dati. Quelli sensibili consegnati alla formuletta “like”, sino ad arrivare all’interfaccia tra uomo-robot che potrà essere tanto più completa nel soddisfare i nostri desideri, quanto più il dispositivo dell’intelligenza artificiale conoscerà i dati che gli trasferiamo per raggiungere o soddisfare i nostri desideri, appunto.

Non si tratta dell’ennesima teoria complottista; il complotto, in questo caso, lo stano facendo le aziende di intelligenza artificiale, aziende che riuniscono genetica, robotica, informatica, nanotecnologia, per avere sempre più informazioni precise sulle persone. Lo scopo è ormai intuibile: gestire la crescita demografica è impossibile con gli ordinari strumenti a disposizione. Serve un sistema più sofisticato per poter accedere ai dati delle persone, e questo sia per un problema di sicurezza sia per incanalare e semplificare l’offerta commerciale.

Internet attraverso i social – ma internet è soprattutto i social – è una vera e propria manna per le aziende che hanno bisogno di vendere i loro prodotti, ma a un doppio prezzo salatissimo per il consumatore: la qualità dei prodotti e il loro costo, soprattutto quando l’acquisto viene ordinato on-line. Per quanto riguarda la ricerca, ci tocca dire che, se c’è stato un tempo nel quale le aziende cercavano di indovinare i gusti e i desideri delle persone, ne è subentrato un altro nel quale le persone sono portate a desiderare entro un’offerta limitata di prodotti, prodotti che vanno dall’alimentazione al divertimento. Le aziende risparmiano in ricerca e in campagne marketing e la persona, ormai accessibile solo nella forma del consumatore, paga, paradosso incredibile, di più i prodotti che acquista nonostante sia sempre più ridotta la scelta merceologica. È una tendenza che ha trovato un veicolo di trasmissione legata ai famigerati “like” che l’utente dei servizi social posta a destra e a manca senza mai riflettere su quale sia davvero il piacere che sta facendo. Infila like a raffica posseduto dal demone dell’esibizionismo che domina sovrano nei social network. Il consumatore è diventato la campagna marketing vivente. Se fosse un po’ più astuto, pretenderebbe merce a costi ancora più bassi visto che la ricerca e il marketing sono costi abbattuti da quando le aziende studiano i like degli utenti per confezionare la proposta commerciale.

Sono finiti i tempi nei quali le aziende si facevano le ossa e il culo concretamente; ora, invece, il culo se lo fa soprattutto il consumatore quando posta contento sui social foto o commenti relativi al suo ultimo acquisto per sentirsi integrato con il grande gregge del web o per inventarsi una carriera da influencer o da blogger. Nel mentre inizia a brucare in compagnia delle pecore-web l’erba like, un algoritmo sta osservando e studiando i suoi gusti, postati dai suoi like predisposti come quando a caccia si mette lo specchietto per catturare le stupide allodole, specie di polli volanti. Anche il linguaggio risente di questa semplificazione commerciale: oggi “trollare” “postare”, “taggare” ecc. sono entrati nello scambio quotidiano con significati che difficilmente rispecchiano i reali contenuti delle stesse parole usate per alluderli, i significati. Oggi, il significato non è più semantico ma eidolontico, ossia legato all’immagine (eidolon in greco sta per immagine, figura, ma anche per spettro, fantasma): vale quel che vedo non quel che rifletto nella costruzione delle parole. Le parole non sono più la fedeltà del reale, ma l’immagine che ne dice la verità. L’immagine è sovrana rispetto a ogni altro fatto, linguaggio compreso.

Nella trappola del web-gregge sono catturati gli utenti e i pastori delle piattaforme social sono attenti a coccolarli, facendolo anche ricorso a una strategia comunicativa che, per citare Bernhard, fa vomitare, ossia le richieste di scuse da parte di uno di quei pastori, il giovane Zucherberg.

Bene, preghiamo le società che hanno piattaforme per gestire i social di non raccontare palle in merito alla protezione dei dati e delle informazioni perché dove c’è la tecnologia c’è automaticamente il dispositivo del controllo. Lo sanno tutti quelli che conoscono la tecnologia e inizia a capirlo anche chi ne fa un uso passivo, quello che usa i social invadendo di like il suo profilo. Insomma, non si racconti la palla che la tecnologia garantisce la privacy dell’utente, perché l’utente, quando si iscrive su una qualsiasi piattaforma tecnologica, diventa una rotellina di quell’ingranaggio il cui controllo non è nelle sue mani ma in chi è titolare della piattaforma.

Infine, la smetta Zuckerberg di scusarsi perché gli scemi sono altri e i furbi quelli come lui; poi ci sono gli intelligenti, che sanno molto bene che lui conosceva e condivideva l’operazione dei dati degli utenti facebook venduti alle società che glieli chiedevano per aumentare lui, Zuckeberg, i suoi profitti. Infine, davvero infine, ma non è triste che un ragazzo per soldi abbia messo in pista un imbroglio del genere? E non è davvero deprimente sentirlo parlare dicendo che la sua azienda è una società idealista?, proprio così, ha detto il giovane social business, facebook è un gruppo idealista. E cosa dobbiamo pensare che sia, per quel giovane, l’idealismo? Aumentare il profitto con ogni mezzo. Ma è possibile che anche i giovani siano diventati come i peggiori vecchi che, persa ogni speranza e ogni ideale, ripiegano sul denaro per compensare l’assenza di ogni immaginazione e potenza? Zuckeberg, chiuda quella robaccia per spioni e malfattori. Solo così crederemo alle sue scuse.

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