lunedì, novembre 20

Laika: una vita da cani, una morte da star Prima vittima della scienza dello Spazio e non sarà l’ultima

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La lunga scia delle immagini lasciate da Marte che lasciano sognare un mondo nuovo per le future generazioni e la più concreta realtà di un nuovo riarmo che vede per protagonista il mezzo spaziale tendono a opacizzare il ricordo di una bastardina che ha attraversato cinquant’anni fa le onde gravitazionali per poi terminare la sua corsa in un’urna cineraria dal costo di svariati milioni di rubli. Ma la storia va ricordata, perché solo attraverso di essa si va a consolidare il fututo.

E dunque, il 3 novembre 1957 è una data che merita un ricordo per il lancio della piccola Kudrjavka nello spazio. Sarà il primo essere vivente del pianeta Terra a varcare le Colonne d’Ercole dell’atmosfera per un breve ma significativo viaggio da importanti contenuti sia scientifici che tecnologici. Il suo nome in russo significa ricciolina e dice poco perché per tutti era Laika, una randagia di tre anni recuperata nelle strade di Mosca e destinata all’abbattimento se non fosse stata imperante la necessità di testare le resistenze fisiologiche della vita terrestre alle infernali sollecitazioni di lancio e navigazione, prima almeno di sparar fuori un elemento del genere umano.
La cagnolina, equipaggiata con qualche alimento in forma di gel per evitarne la polverizzazione in assenza di gravità, fu imbarcata alle 2:30 dal cosmodromo di Bajkonur a bordo della capsula spaziale sovietica Sputnik 2 attrezzata con i preziosi sensori tarati per il monitoraggio della pressione sanguigna e dei battiti cardiaci e ovviamente delle macchine per l’apprezzamento della frequenza respiratoria. Come è comprensibile si fece un gran parlare dell’operazione e non mancarono le critiche occidentali al sacrificio di un essere vivente in nome dello spazio.

Chi sa se avevano ragione i ben pensanti americani, terra in cui era ancora in vigore la discriminazione razziale che impediva l’esercizio dei diritti uguali a persone con diversa quantità di melanina nella pelle. Sono i misteri dell’animo umano e, infatti, la fine della muttnik (che in inglese significa più o meno bastardina) fu causa di una serie di azioni di protesta sotto i portoni delle ambasciate sovietiche in tutto il mondo, portando in primo piano la discussione sull’utilizzo di animali per scopi scientifici. Non potendo obiettivamente protestare perché ancora una volta il Cremlino aveva battuto Washington nella corsa allo spazio, le grosse opinioni pubbliche occidentali trovarono comunque l’occasione di lamentela politico-sociale.

Ora, sia chiaro che chi scrive non intende prendere parte a nessuna discussione sull’uso più o meno giusto degli animali nella sperimentazione, e pur tuttavia proverà a ricordare che l’esperienza animale è stata accettata dalla Chiesa romana dai tempi di Galeno Claudio di Pegamo, il medico dell’antichità, secondo solo a Ippocrate per notorietà tra i cerusici e i dottori: se il corpo umano non ammetteva le autopsie, ritenendole altamente immorali e offensive, lo scienziato medico dei gladiatori ricorse agli animali per combinare i dati fisiologici animali con quelli umani, scrivendo più di cinquecento trattati di medicina. Ma è un ricordo antico e poco o nulla ha a che vedere con la produzione di vaccini, con la catena dell’alimentazione, il business dell’abbigliamento e le applicazioni della cosmesi. E così si rinvia in altre sedi lo spinoso dibattito, per farci tornale nello Spazio, argomento sicuramente più vicino a noi.

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