lunedì, novembre 20

L'Africa sta morendo sulla strada per l'Europa Interviste a Cristina Mantis e a Cissoko Aboubacar su ‘Redemption Song’ e l’immigrazione

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Un immigrato può davvero contribuire e risvegliare il sentimento d’aiuto e fratellanza dell’Occidente, oltre che del mondo non occidentale, come empatia verso i neri? Sembra accettare questa sfida il documentario ‘Redemption Song’, finalista del Premio Solinas 2012, diretto dalla regista Cristina Mantis con protagonista il profugo di guerra Cissoko Aboubacar, nato in Guinea nel 1974 e vissuto in Mali, Costa d’Avorio e Sierra Leone, nonché in Libia dove si è stabilito per tredici anni, che parla tre lingue (francese, arabo e inglese) e molte di quelle dei Paesi africani nei quali ha vissuto precedentemente.

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Cristina Mantis, diplomatasi alla Scuola Internazionale di Teatro diretta da Emmanuel Gallot Lavallé, è attrice anche per produzione di cinema indipendente e si è avvicinata alla regia sia in teatro che al cinema;, autrice dello spettacolo ‘Infrarossi’ per il Teatro Ateneo de La Sapienza di Roma in occasione dei 700 anni della sua fondazione, e vincitrice del Tekfestival per il miglior documentario italiano con ‘Il carnevale di Dolores’ nel 2008. La proiezione del suo nuovo lavoro, ‘Redemption Song,’ è stata lanciata a Visioni dal Mondo sabato 12 dicembre scorso, distribuito da Movimento Film sotto il patrocinio della sezione italiana di Amnesty International e oggi ha vinto a Visioni del Mondo il Riconoscimento Rai Cinema, dedicato a Franco Scaglia, che prevede l’acquisizione dei diritti televisivi.

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Alla regista che ha concesso un’intervista a L’Indro abbiamo chiesto perché intitolare un documentario del genere ‘Redemption Song’. “Come nella canzone di Bob Marley e nel desiderio di Sankara, esso suggerisce l’affrancamento da ogni forma di sudditanza, a partire da quanto impedisce ad un essere umano la piena realizzazione di se stesso. C’é anche una parte di responsabilità individuale che, nel caso dell’Africa, diventa urgente bisogno di riflessione collettiva, per spezzare catene antiche e porre un freno alla perdita umana che la dissangua. Ho pensato che potesse essere utile guardare nei villaggi e nei centri abitati dell’Africa, piuttosto che sul mare o nei deserti, seguendo il ritorno di un individuo dall’Europa al fine di parlare con la sua gente. E soprattutto dopo un viaggio nei quilombi brasiliani, dove ancora risiedono i discendenti degli schiavi, ho pensato che sarebbe stato interessante che un africano, partendo dalla ‘Porta di non-ritorno’ di Ile de Gorée in Senegal, luogo simbolo della tratta, facesse a ritroso e da uomo libero la rotta dei suoi antenati in catene. Qui Cissoko ha trovato uomini stretti in salde comunità, che lottano pacificamente per l’affermazione dei propri diritti e delle loro origini afro-brasiliane: tale sentimento d’unione é il canto che vuol far ascoltare alla sua gente d’Africa, invitandola alla cessazione dei conflitti etnici e religiosi che é in loro potere evitare”.

Cissoko è quindi un protagonista fortemente credibile perché, una volta giunto in Italia, si rende conto del numero impressionante di persone che continuano a perire in mare nel tentativo di cercare una vita migliore. Egli non attende soltanto i documenti per lo stato di rifugiato, come altri richiedenti asilo nel centro d’accoglienza dei CARA, ma filma le immagini dell’indigenza e della povertà degli immigrati con l’intento di tornare in Africa e proiettarle nelle scuole e nei villaggi per contribuire al risveglio della sua gente: questa sorta di comunanza con tutti gli altri neri è la redenzione del titolo.

Che difficoltà ha incontrato Cissoko nell’essere protagonista del documentario, sia a livello sociale di integrazione con altri migranti e immigrati, che hanno saputo della sua attività, sia con la popolazione italiana o residente in Italia che l’ha vista come attore? A questa domanda Cissoko ci ha risposto così: “Quando mi hanno scelto come protagonista di questo film, la situazione nella quale io stesso mi trovavo mi ha spinto ad una doppia riflessione: verso i miei fratelli immigrati, e verso i cittadini che abitano nelle zone dove si trovano i vari centri d’accoglienza. Quasi da subito nel CARA i miei fratelli avevano cominciato ad ascoltarmi e quando il deputato italiano Franco Laratta ha fatto il giro dei centri di rifugiati, in seguito alle manifestazioni di dissenso per la condizione dei ragazzi là dentro, io ho contribuito a spiegare i nostri problemi, anche relativamente all’arrivo in ritardo dei documenti, facendo comprendere che siamo ben consapevoli della crisi che attraversano il Governo e la popolazione italiana. Da questo momento in poi, tutti hanno condiviso tutti i miei interventi e dopo l’arrivo di Laura Boldrini, come rappresentante presso le Nazioni Unite, gli immigrati mi hanno scelto per rappresentarli con le associazioni che difendevano i loro diritti. Quando la signora Boldrini mi ha ricevuto, abbiamo condiviso delle idee. Poi sono stato invitato all’Università della Calabria per parlare della condizione dei rifugiati; in seguito abbiamo depositato una denuncia alla Procura della Repubblica. La mia condizione di migrante oggi non é cambiata, la difficoltà di trovare lavoro mi vede costretto, come molta altra gente, ad andare all’estero”.

C’è bisogno con urgenza di contribuire ad arrestare l’emorragia umana che dissangua l’Africa, di agire per farla crescere senza consegnarla a colonizzatori sempre nuovi o invece abbandonarla per le chimere dell’Occidente. Quanto si lavora per dare coscienza e quanto si deve fare ancora per sensibilizzare correttamente i migranti, nello specifico in Italia e nell’UE, su cosa troveranno nel nostro Paese come opportunità sociali e lavorative? La regista del documentario ha risposto: La crisi mondiale lascia poco spazio alla certezza di trovare un lavoro, ovunque, per chiunque. È inammissibile continuare a colpevolizzare gli stranieri per la loro presenza, giungendo fino a chiudere le porte in faccia a chi arriva in fuga dalle guerre! La peggiore politica si é preso il meglio dell’Italia e riappropriarci di noi stessi é l’altra ‘redemption’ che dovrebbe accadere. Nell’attesa bisognerebbe certo provvedere a togliere forza al ‘mito occidentale’ con una campagna di forte sensibilizzazione anche ad opera dei governi africani, molti dei quali rei, tra le altre cose, di non trovare soluzioni lavorative per i giovani, e di non informarli abbastanza sui falsi paradisi che spesso li attendono fuori dal loro Paese”.

Abbiamo anche chiesto il parere di Cissoko su come si può risvegliare la coscienza della gente che emigra in un Occidente considerato ‘paradisiaco’, ma in realtà poi scopre che non lo è e invece risulta come Paese in crisi e a volte con condizioni di schiavitù per i migranti? Siccome sono nato in Africa ed ho vissuto in diversi paesi africani, conosco la nostra mentalità, i sogni e le ragioni che ci spingono all’esilio. La mancanza di un’informazione sincera ci rende ciechi: penso che bisogna mostrare tutta la realtà sulla condizione degli immigrati in Europa, come ho fatto io con questo documentario. Ora sarebbe importante la comprensione e la volontà politica dei due continenti, europeo e africano, per sostenere anche attraverso la cultura una campagna di sensibilizzazione verso i giovani”.

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